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mercoledì 1 maggio 2013

Gerold Miller


Gerold Miller 
SET

12 Aprile – 21 maggio 2013
Galleria Giacomo Guidi 
a cura di Laura Cherubini

Roma

La capitale ospita per la prima volta le opere di Gerold Miller.

Un artista sui generis, che inizia a lavorare negli anni novanta partendo da un’impostazione concettuale. Spazio, luce, colore si fondono in giochi tra loro dando vita a opere uniche e irripetibili. Miller fonde disegno, scultura, fotografia e pittura in un unico piano artistico, ogni forma di espressione convive con le altre creando dimensioni equilibrate e stupefacenti. 

Nelle opere raccolte sotto il nome di: “Amazing”, progetto fotografico risalente al ’97 e composto da del quattro sigarette spente disposte a configurare un quadrato, si evince la passione dell’artista per la geometria e lo studio della realtà. L’opera è una porzione di spazio reale. Una delle prime operazioni è dunque quella di delimitare un campo. 

Le sue installazioni dette Anlagen sono costruite in alluminio e lacca o smalto industriale. Non definiscono un’immagine, ma piuttosto un confine, tra scultura e pittura, tra spazio interno ed esterno. Un po’ come se lo spazio vitale dell’artista compenetri nello spazio pubblico. Arte e società, un binomio universale. 

Tutte le opere di Gerold Miller implicano al tempo stesso disegno, pittura, scultura e architettura, si configurano come oggetto, stabiliscono uno spazio attivo, si profilano attraverso un assai stringente e radicale concetto minimalista. 
Nella galleria di Giacomo Guidi, Gerold Miller presenta un gruppo di tredici opere, appositamente concepite per questa sua prima personale a Roma, appartenenti alla sua più recente serie di lavori chiamati Set. 

Sulla strada dalla scultura al dipinto, i Set sovrappongono la reale superficie dell’ ́immagine a quella della pittura illusionistica. Si situano quindi all’interno di una critica all’illusionismo. 
 I Set sono “oggetti murali” costituiti da un ́unica lastra di metallo dalla superficie levigata dalle lacche. Nel contempo essi rinunciano per la prima volta all’ ́apertura centrale della superficie, così caratteristica nell ́opera di Gerold Miller, a favore di un ́area chiusa. 

Ritroviamo nuovamente lo studio e l’espressione dello spazio interno ed esterno. Un rapporto che l’artista ha sempre amato e studiato, proponendolo nella sua carriera artistica. E’ questa l’effettiva novità e peculiarità della mostra: lo spazio aperto non è più tipologia specifica del lavoro di Miller. Le opere della serie Set simulano questo sfondamento nella tridimensione dello spazio reale mediante una pittura ancorata nella bidimensionalitá. Malgrado o proprio attraverso la radicale restrizione a pochi mezzi visivi ha origine una sconcertante e reale impressione di spazialità, nella quale la profondità diventa illusione. Con ció le opere d ́arte della serie Set si avvicinano così tanto al dipinto su tavola come nessun altro suo lavoro prima. 

 Una mostra sorprendente che incanterà il visitatore e lo trasporterà nel magico mondo artistico di Miller, curata da Laura Cherubini, di cui sarà edito un catalogo con le immagini degli allestimenti della mostra e un testo di Laura Cherubini. 
Fabiana Traversi


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mercoledì 10 aprile 2013

Mostrum


3B Gallery
Dal 8 al 12 Aprile 2013
Roma


“Mostrum”, una mostra collettiva di giovani artisti uniti dall’amore per l’arte e la voglia di modificare l’immaginario estremo e unico della capitale, prende vita alla 3B Gallery di Alexander Bracci. 

“Questo progetto artistico è nato dalla mia curiosità di sondare l'ambiente dell'Accademia di belle arti di Roma e di conoscere i giovani artisti, i loro pensieri, la loro ottica artistica oggi nel 2013”, racconta il giovane gallerista, “mi sono quindi imbattuto nel collettivo "Monstrum", un collettivo eterogeneo nell'idea di fondo cioè quella di colpire lo spettatore, di farlo passare da spettatore "passivo" a spettatore "attivo",colpendolo con un "pugno" emozionale tramite l'ironia, il grottesco, l'orrido, il disdicevole, con una ricerca tesa al sublime inteso come eccesso e disordine. Le tecniche artistiche utilizzate per esprimere tutto ciò sono molteplici: pittura, scultura, installazione, video.”

Un’idea nata da un approccio artistico non convenzionale, in cui gli artisti (M. Galletti, L. D’Alò, A. Amico, G. Guzzi, A. Digiuseppe, E.Iosimi, A. Schiavi), esprimono la comune passione per tutto ciò che va contro ogni tendenza e conformismo tecnico.

“Personalmente, reputo che la nascita di un progetto artistico nasca quasi sempre per caso, con incontri casuali, dopodiché c'è uno scambio di pensiero e di intenti”, afferma A. Bracci, “in quanto giovane gallerista ,con una galleria da poco avviata, mi sento molto vicino ad artisti emergenti soprattutto se non conosciuti, mi piace partecipare con fervore a progetti artistici. Sopratutto per “mostrum”, si è creata un'amicizia creativa tra i partecipanti, un rapporto fondamentale, soprattutto perché non ho propositi speculativi o di mercificazione delle opere, sono ancora piuttosto giovane e mi dedico con maggiore passione a progetti artistici anche se ciò comporta molti sacrifici dal punto di vista di sopravvivenza economica e questo periodo di crisi certamente non aiuta, però credo che, con passione e perseveranza si possano perseguire e raggiungere i propri obiettivi”.

Uno spettacolo sui generis in cui –Jane Doe- fa compagnia a panopticon di donna e plastici di fondoschiena. Un viaggio in giovani menti che hanno dato vita alle loro fantasie e interesse per l’estremo, creando un mondo fantastico condito da ironia e sangue. Le opere trasudano passione e ricerca artistica che tende al sublime, inteso come eccesso e disordine. Il termine latino monstrum indica essenzialmente un segno divino, un prodigio, e deriva dal tema di monere: avvisare, ammonire. 

Il mostro, nel significato originario, è l'apparire, il manifestarsi, il mostrarsi improvviso di qualcosa di straordinario, di divino, che viola la natura e che è un ammonimento e un avvertimento per l'uomo. Il presagio suscita un senso di meraviglia e di stupore e può essere fasto o nefasto, generando perciò rassicurazione o spavento. La mostra “mostrum” nasce dalla disposizione dell’animo del soggetto e non dalle qualità dell’oggetto contemplato. 

Le opere esposte mostrano ciò che non è misura di uomo: il vuoto, gli abissi, il cielo, l’infinito, la paura e la felicità, ogni emozione e sensazione è descritta in tutte le sue forme. Lo sgomento è la leva motrice che crea un nuovo mondo in cui gli estremi si fondono per creare”mostrum”. Gli artisti si esprimono per rendere il reale in modo quasi offensivo e provocatorio, a misura della dismisura umana. 

“Per creare l'esposizione"Monstrum'' gli incontri con i ragazzi del collettivo spesso si sono svolti di notte in galleria, in un mese abbiamo creato questo evento, sono molto contento del risultato ottenuto”, ricorda Alexander, “credo che l'interazione tra le arti sia oggi un elemento imprescindibile di suggestione artistica, un modus operandi del vivere comune e della comunicazione contemporanea”.

Foto

L’olio fluido che trasuda attraverso la pelle/tela, l’acrilico che si rapprende, fino al poliuretano espanso pastoso, dal legno alle teche che contengono le sculture giocose, ieratiche, ai pupazzi e alla plastica che sono sempre in divenire. Nel loro stato di perenne incubazione sempre in movimento, in cui la materia è divenuta inattingibile. La si dipinge, incide, scolpisce per renderla più dolce e sconvolgente, per farle assumere sembianze reali e duali. Una ricerca costante volta alla meraviglia e alla fantasia che esplode tra le ferite sanguinanti esposte. 

Le forme si ribellano per insidiarsi nell’animo del visitatore e sconvolgerne i sensi. Farlo avvicinare a un’arte che convive con quella ufficiale ma tende a distinguersene, proponendo una tensione volta al ripristino dell’io e dell’arte. Una ricerca moderna e costante condotta da nuovi artisti-alchimisti che fondono materiali e idee, allenandosi in un esercizio volto alla sensibilità e fondono casualità degli accadimenti della materia e la volontà formalizzante. Il combinarsi spontaneo degli elementi, il suo compiersi nel proprio segno più evidente, dà vita alla definizione, emerge l’identità di ognuno, negata in prima istanza. 
Una mostra atipica, destinata a sconvolgere i ben pensanti ed affascinare i curiosi. 

Fabiana Traversi






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3B Gallery
Via Bezzecca 3, Roma




martedì 19 marzo 2013

Giuseppe Salvatori



7 Febbraio 2013 - 16 Mar 2013

Galleria De Crescenzo e Viesti
Roma

Giuseppe Salvatori torna a Roma con un nuovo ed innovativo progetto, esposto nella nuova sede della Galleria De Crescenzo e Viesti. 

Le opere presentate, occupano attraverso un’insolita installazione, l’intero perimetro espositivo della sala dedicata al contemporaneo dello spazio di via Ferdinando di Savoia, trenta opere poste su tavole elissodiali, disposte in dieci sequenze verticali che vanno dall’alto al basso seguendo la misura decrescente degli assi maggiori. 

La personale rivisitazione dell’artista, attraverso l’uso del pastello su tela, dell’arte italiana del primo quarantennio del Novecento, collegandosi in particolare alla Metafisica.

La mostra si presenta come una antologia dell’estro creativo dell’artista, sia per l’apparenza che per il pensiero; le opere sono tutte in linea e rappresentano perfettamente l’indagine svolta da Giuseppe Salvatori: una sintesi fra figura e astrazione , unita alla teoria della figurabilità. 

Una ricerca che accompagna l’artista sin dagli esordi della sua carriera, negli anni settanta, che sin da allora avvertiva l’esigenza vitale per l’arte di portare a termine una sorta di limpidità di spirito, senza l’uso di artifici. Rappresentazione dell’essenza senza dar peso all’effimera forma.

La realtà artistica si fonde con l’osservazione del mondo circostante creando nuove forme.
Così nasce il progetto “Libro Mago”, omaggio ad un componimento di Rainer M. Rilke, un filo rosso che si snoda tra la totalità della mostra e l’unicità delle singole opere, in cui il segno diviene Significante, come affermerebbe Umberto Eco.

Opere d’arte che divengono chiavi significanti , rappresentanti di nuovi racconti e rappresentazioni di immagini. Ogni processo artistico è composto da-semainon-, ovvero il segno vero e proprio, il semainomenon, cioè che viene definito segno ed il-pragma-, l’oggetto a cui riferisce. Ed è così che le alghe divengono capelli, fiori come comete e rose raffiguranti farfalle. 

Il significato del segno quindi è dato dalla cooperazione di tre soggetti: il simbolo(o segno), l’idea(il concetto) ed il referente(ovvero la realtà rappresentata dal segno). 

Dunque il segno non ha alcun rapporto diretto con l’oggetto concreto, ma con l’immagine mentale. 

Arte e poesie unite tra loro. 
Livelli essenziali che narrano esistenze. 
La trasfigurazione del vissuto che crea nuove realtà, utilizzando linguaggi diversi. 

G. Salvatori lavora a quadri di architettura, natura morta e paesaggio, una poetica fondata sull’opposizione natura-cultura e che si esplicita con il mondo letterario di cui condivide progetti e suggestioni. Lavori che riflettono la naturale urgenza del racconto, in varie figure: la linea d’oro di un profilo d’isola, la venatura della tavola di legno in sovrapposizione a quella del palmo di una mano. 

I dipinti trasudano le esperienze del mondo circostante, e descrivono con le loro forme uniche, trascritte dalla parola sia la letteratura che la poesia. Opere arte che rappresentano un elemento poliedrico, che sta per qualcos’altro sotto qualche aspetto o capacità; come se ogni opera rappresentasse un segno che ritaglia sia sul piano del significante che del significato, una sorta di materia(che costituisce tutto ciò che è articolabile, strutturabile). 

In questa materia si deve identificare un valore che è disponibile per l’interpretazione.
"La trasfigurazione di un vissuto –afferma l’artista- colta nel suo farsi ogni volta nuova visione".

Fabiana Traversi

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mercoledì 30 gennaio 2013

Nicole Voltan

88 Trame

Galleria Whitecubealpigneto
23 gennaio- 28 febbraio 2013
Roma


“In nova fert animus mutatas dicere formas Corpora”, ovvero, “A narrare il mutare delle forme in corpi nuovi mi spinge l'estro”, scriveva Ovidio nell’incipit del Libro Primo della Metamorfosi e proprio a questa frase sembra essersi ispirata Nicole Voltan nella sua mostra personale, “88 Trame”.

Il numero otto, simbolo dell’infinito, compone un percorso che si snoda dal nome dell’evento, (in cui si richiama il numero ottantotto, corrispondente al numero delle costellazioni riconosciute dall’Unione Astronomica Internazionale), sino alle otto opere esposte, che propongono un viaggio tra le stelle, attraverso il lavoro minuzioso e paziente della giovane artista.
Nicole Voltan tesse il cosmo: le trame cosmiche sono ricamate, con amore e dedizione, formando una ragnatela che cattura il visitatore.
Fin da piccola mi sono appassionata alle materie scientifiche e all’arte del cucito. A sette anni ho dato vita alla prima sfilata insieme ad altre amichette, con abiti annodati e legati con spille da balia”, racconta Nicole, che prosegue“ mia madre ha sempre ricamato ed io lo facevo insieme a lei. Inizialmente come un gioco, in seguito ho capito che è come un esercizio di meditazione in cui l’attenzione ed il ripetersi dell’azione, permettono di rilassarsi”.

Nicole Voltan ha creato la metamorfosi dell’universo, narrandola in forma libera e con basi scientifiche. Un impianto totalizzante, in cui le opere afferrano il visitatore tra luci ed ombre per condurlo in un viaggio unico dove l’illusione, l’apparenza si uniscono alla realtà astronomica e fisica. In pochi istanti si perde e riconquista la verità del mondo.

Ogni quadro ha in sé una storia, i processi delle singole metamorfosi astrali, estremamente diverse nelle dimensioni e modalità. L’artista ha analizzato la teoria per poi metterla in pratica, partendo dall’instabilità cosmica e delle forme. Un universo meraviglioso che non sfugge ai codici del mondo reale ma li proietta nella dimensione dell’immaginario; stelle come aghi che sapientemente tessono il ricamo del cosmo. Nicole crea funzioni polivalenti che da un lato riflettono l’attività monolitica della realtà e ne rafforzano l’identità, dall’altro spiegano retrospettivamente l’infinita varietà delle forme e materiali conservando la memoria della storia e della scienza. Un artista dall’indole scientifica e analitica unita ad un animo sensibile, una donna che osserva, studia, analizza e crea riproduzioni artistiche della natura terrestre e celeste.

La sua vena artistica è poliedrica e multiforme e spazia dalla pittura alla scultura, passando per la realizzazione di video.

La mia infanzia è stata accompagnata dalle collezioni di minerali di mio padre e la scoperta di libri di scienze. Quel che sono lo devo anche alla tendenza creativa della mia famiglia”, racconta Nicole Voltan, “ ad esempio, attraverso la realizzazione di un quadro che raffigura due vasi comunicanti, ho trovato l’ispirazione e lo slancio per approfondire diversi fenomeni. Ormai è normale chiedermi come avvengono certi processi, certe forme e realizzare le mie opere”.

Un’immersione di corpo e mente per sentire la vita dell’universo e darle voce attraverso l’arte.
L’arte deve essere comunicativa, non solo estetica, personalmente nelle mie opere cerco di raccontare ciò che abbiamo studiato e poi dimenticato”, afferma l’artista veneta.
Entrando nello spazio indaco del whitecubealpigneto, si coglie l’essenza delle sue parole, attraverso le costellazione di aghi e filo illuminate al led, poggiate su una tavola di legno ricoperta di malta micacea. In sottofondo le note creata da Nicole. 

L’alternarsi della melodia sta a scandire il tempo della creazione, il gong è come un respiro per la riflessione, il pianoforte invece rappresenta il momento dell’ispirazione”, spiega la Voltan. Uno stile particolare e impareggiabile, frutto di dedizione e meticolosità. Dagli “uccelli del cielo” agli “animali mitologici”, è un susseguirsi di stelle che insieme creano il cosmo, un frammento di infinito.
L’arte è una trama che si unisce”, afferma Rossella Alessandrucci, gallerista del Whitecubealpigneto. 
Una trama da cui siamo catturati e di cui ci sentiamo inconsapevolmente parte”, concludono nel testo critico “Il mondo agli occhi di Nicole Voltan”, le autrici Claudia Fiasca e Teresa buono.
fabiana traversi

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lunedì 17 dicembre 2012

Jimmie Durham


Street of Rome and Other Stories
Dal 28-12-2012 al 10-02-2013


Jimmie Durham, un artista unico, emblema riconosciuto di un’arte caratterizzata da impegno critico e politico in difesa delle minoranze, ha inaugurato la sua prima mostra personale italiana: “ Street of Rome and Other Stories”. 

Per la prima volta, un museo pubblico capitolino, ospita un’istallazione del famoso artista americano.

L’esposizione è ideata per raccogliere le opere più significative del lavoro degli ultimi dieci anni dell’artista, tra istallazioni, disegni e video. L’intento è di offrire al pubblico uno sguardo inedito e trasversale sull’universo poetico, formale e critico dell’artista, in cui oggetti e materiali di uso comune, riacquistano valore attraverso la propria forza primordiale, capace di comunicare con il visitatore attraverso l’unione di sostanza e forma.

Marmo, stivali, specchietti retrovisori, diventano simboli di una nuova realtà che si muove al limite tra natura, tecnologia e civiltà. Ogni oggetto viene rivisitato e revisionato per essere inserire un contesto nuovo e dar vita così ad una innovativa realtà che si snoda tra passato, presente e futuro. 

L’opera d’arte diviene un ponte temporale in cui si uniscono e fondono vecchi e nuovi materiali che rappresentano la città capitolina e la abbelliscono grazie alla nuova forma.

Muovendo dalla riflessione sul rapporto particolare che J. Durham ha intrecciato con Roma durante il suo soggiorno nella capitale (dal 2007 al 2012), la mostra riunisce i lavori ideati e realizzati in città e per la città.

Sono esposti i lavori più importanti che l’artista ha creato in questi anni: “Pursuit of happiness” (2003), “Templum: il sacro, il profano ed altro” (2007), “underground and could connections” (2012).

Inoltre l’artista ha presentato due opere, concepite appositamente per gli spazi del Macro.
Completano la mostra una serie di intallazioni che documentano l’interesse per la storia dell’arte e l’iconografia.
fabiana traversi
Jimmie Durham
Street of Rome and Other Stories
Dal 28-12-2012 al 10-02-2013

Macro
Via Nizza 138
Roma

Ritratto di una città. Arte a Roma 1960-2001



Dal 26-11-2012 al 26-05-2013

Macro
Via Nizza, 138
Roma

La mostra “Ritratto di una città. Arte a Roma 1960-2001”, intende delineare con parole e immagini quarant’anni di storia dell’arte in città, restituendone anche il ricco contesto culturale. 

Quattro decenni di foto, ricerche idee, segni, materiali, che si offrono allo sguardo del pubblico contemporaneo come un paesaggio stratificato e in continua evoluzione.

La mostra è pensata come un grande atlante visivo che si articola tra cinquanta opere e con un timeline unico dagli anni sessanta ai novanta: un percorso con foto, video e manifesti che si sviluppa sulla parete più grande della sala, creando un dialogo continuo con le opere. Sculture, installazioni, dipinti che rappresentano e racchiudono quaranta anni di storia; le opere transitano dagli anni sessanta ai giorni nostri, conservando una linearità storica e dialogando al contempo tra loro.

In questo contesto prende forma l’identità culturale della città. La rassegna mostra tutti gli artisti, movimenti artistici e storici che hanno costruito e costituito la storia dell’arte della capitale, attraverso opere, fotografie, video ed istallazioni.

Le cinque sale della sala Enel sono allestite in modo da far vivere al visitatore un viaggio a ritroso nel tempo, partendo oltre il monocromo, passando per il pop, attraversando il territorio magico, genius loci per arrivare alle immagini, mappe e relazioni. Il progetto, inaugurato a marzo, pone l’attenzione sui tratti che caratterizzano la figura del collezionista, la formazione ed il ruolo nel mondo dell’arte.

L’esposizione è il secondo appuntamento del programma Collezioni, inaugurato con la rassegna delle collezioni Berlingieri, dedicato all’indagine e alla riflessione sul valore, i fondamenti e le prospettive del collezionismo contemporaneo sia pubblico che privato e proponendone una maggiore prospettiva storica. 

Ritratto di una città si propone come una collezione viva, in continua evoluzione, che mira a restituire la memoria artistica della città, un progetto collettivo realizzato attraverso tutti coloro che ne sono stati i protagonisti nelle varie epoche.

Una mappatura storico-artistica scandita cronologicamente e organizzata intorno a momenti, luoghi ed eventi chiave, in cui irrompono inattese collezioni visive che interrompono lo sviluppo cronologico e creano nuove realtà più libere e critiche verso la storia dell’arte.

fabiana traversi


Ritratto di una città. Arte a Roma 1960-2001
Dal 26-11-2012 al 26-05-2013
Macro
Via Nizza, 138
Roma

giovedì 7 giugno 2012

Crocefissioni e altri paesaggi primaverili




di Alfredo Pirri 
A cura di Ludovico Pratesi 
Dal 15-05 al 15-10 2012 
Giacomo Guidi-Arte Contemporanea 
Palazzo Sforza Cesarini 
Corso Vittorio Emanuele II 282 
Roma







Crocefissioni e altri paesaggi primaverili" è la mostra personale dell’artista Alfredo Pirri che ha inaugurato la nuova sede della galleria Giacomo Guidi, nel cortile del palazzo Sforza Cesarini. Un luogo magico e ricco di storia che si trova al centro di Roma, realizzato nella seconda metà del Quattrocento dall’architetto Baccio Pontelli.

“La mostra propone lo stesso sentimento -inaugurale- insito nell’apertura di uno spazio, non inteso solo come luogo espositivo, ma in generale, come apertura e dilatazione possibile dello spazio espressivo”, spiega l’artista, “le opere hanno molto a che vedere con questo cerimoniale d’apertura, forme e materiali che si dispongono ad aprirsi come il fiore dopo la lunga preparazione invernale”.

Nello spazio scandito da volte a crociera sorrette da capitelli in travertino, Alfredo Pirri ha dato vita ad uno spazio unico che riunisce in sé sia l’ambiente espositivo che l’interno del suo studio artistico.


È una mostra concepita come una parentesi di riflessione, quasi una forma di dichiarazione poetica legata all’idea di mettere in relazione due momenti diversi dell’opera, l’ideazione e l’esposizione, per presentare uno spazio che sogna se stesso, secondo il desiderio dell’artista”, spiega il curatore Ludovico Pratesi.


L’esposizione artistica è incentrata su una riflessione legata al rapporto tra lo spazio pubblico della galleria e la dimensione privata dello studio dell’artista dove si materializza il dialogo intimo e segreto tra architettura e colore, materia e luce.

In tutti questi anni il mio interesse per lo spazio è rimasto predominante fino a sfiorare l’architettura, tema che tuttora continua ad interessarmi moltissimo. Si tratta di un interesse “politico”, inteso come carattere morale, dove per “morale” si deve intendere il tentativo di mostrare uno stato di necessità del fare artistico, qualcosa di necessario alla sopravvivenza stessa, una specie di battaglia a favore dell’esistenza”, aveva spiegato Pirri anni fa. Un punto di vista che ritroviamo anche in questa nuova esposizione dove tra volte e spazi interni ed esterni, le opere sono leggere e colorate, suggerendo unioni tra concetti artistici, letterari e simbolici.

“Le opere esposte sono il risultato di un lungo inverno di lavoro solitario, senza il contributo di alcun aiuto, in uno studio dove nessun altro, oltre me stesso ha messo piede”, racconta Pirri, “un inverno durante il quale tutto quanto ho fatto fuori dallo studio è stato il risultato di grandi impegni collaborativi con persone differenti”.

Attraverso un procedimento di distorsione, l’artista ha ricostruito il suo studio in via del Mandrione, una storica zona romana. Fin dagli anni 50 nomadi, emigrati e prostitute vi hanno creato case tra gli archi dell’acquedotto Claudio, dando vita ad uno dei primi quartieri multietnici della capitale. 

Pier Paolo Pasolini rimase folgorato da tanta vivacità e sporcizia, al punto da dedicargli versi e pellicole. 
Attualmente, grazie al piano di riqualificazione comunale, il Mandrione è ritrovo di artisti e professionisti affermati, che oggi costituiscono un nucleo di cittadinanza particolarmente attivo nel promuovere iniziative culturali compatibili con il mantenimento delle tradizionali attività produttive, rappresentate da numerose botteghe artigiane e da rivendite di materiali per l’edilizia.

Una trasformazione descritta da Pirri nel volume Comitato Mandrione Casilina Vecchia (Aracne edizioni, 2011) con queste parole: “L’identità di questa strada, di questo pezzo di città, ci racconta una storia mutevole, un continuo transitare che si alterna con l’accamparsi momentaneo. Tutto l’edificato attuale è caratterizzato da questo essere momentaneo, sembra essere la cristallizzazione (durevole ed effimero) di vecchi carri nomadi che hanno preso la forma di una casa. Questo paesaggio si identifica nello sforzo continuo di coniugare politica cittadina e bellezza, dove altrove questo sforzo costringe a pensare in termini di conservazione (architettonica e politica) per via della magnificenza del contesto monumentale, qui, da sempre e per sempre periferia monumentale, si può pensare in termini di sviluppo. Una bellezza quindi attiva, ribelle, non caratterizzata dall’enfasi turistica del monumentale tanto ricco quanto superficiale ma da un monumentale quotidiano e povero che proietta la sua ombra nel futuro invece che nel passato”.


Le opere sono esposte su candide pareti e spiccano su di esse grazie alla loro delicatezza ed ai toni pastelli che le caratterizzano. L'artista ha trasformato, attraverso raffinati trattamenti, del semplice cartone in un materiale atipico e forte nell'essenza ma sempre fragile nell'apparenza.




“L’arte è il motore del cambiamento della realtà: sono per un’arte che da una parte evapora dalle cose e dall’altra riprecipita sulla terra come una fonte battesimale”. 
A.Pirri







“Crocefissioni e altri paesaggi primaverili” , riporta a luoghi sacri e, come spiega l’autore, .. “ad ogni luogo corale, quindi anche la piazza, il museo, il sito storico, dove l’aspetto collettivo e pubblico convive con l’individualità. Luoghi dell’alleanza e insieme della diaspora. I lavori che ho realizzato al loro interno mettono d’accordo questi caratteri contrapposti restituendoci un racconto spezzettato ma evocativo di storie. Mi piace immaginare che lo stesso succeda anche in spazi più ristretti o comunque più privati, intimi. Forse è l’opera che trasforma sempre lo spazio in un luogo indefinito che appartiene alla storia e alla memoria di tutti”.

Per sottolineare ancor di più i concetti come accoglienza, armonia e condivisione, la mostra-studio di Alfredo Pirri ospiterà al suo interno anche opere ed interventi di altri artisti che andranno ad interagire con l’installazione.



Alfredo Pirri (Cosenza, 1957) è considerato uno degli artisti italiani più interessanti delle ultime generazioni. Ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 1988 e nel 1993, alla Biennale dell’Avana (Cuba) nel 2001, alla Quadriennale nel 1996. Ha esposto in diversi musei in Italia e all’estero, tra cui il palazzo delle Papesse a Siena, il palazzo Fabroni a Pistoia, il Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro. La sua installazione Passi, presentata presso il Foro di Cesare a Roma, fa parte del nuovo allestimento della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

Ludovico Pratesi, critico d’arte e curatore, è Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro, curatore scientifico di Palazzo Fabroni e Direttore della Fondazione Guastalla per l’arte contemporanea. E’ inoltre Presidente della sezione italiana dell’AICA e vicepresidente dell’AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Collabora con il quotidiano "La Repubblica".

Fabiana Traversi