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domenica 5 maggio 2013

World press photo 2013


World press photo 2013

Museo di Roma in Trastevere 
4-26 maggio 2013


Il museo di roma in trastevete propone un viaggio tra cinquanta fotografie vincitrice del premio fotogiornalistico World Press Photo 2013.

Immagini che raccontano la cruda realtà della guerra ma anche, diversità culturali, miseria e sofferenza quotidiana. Le foto che si susseguono, anche quest’anno, sono suddivise in nove categorie: spot news, notizie generali, storie d’attualità, vita quotidiana, ritratti in presa diretta, ritratti in posa, natura e sport. 
La particolarità e la ricchezza della mostra stanno sicuramente nella varietà di punti di vista che i 54 fotografi di 32 nazionalità diverse sono stati capaci di assumere. Infatti, non solo troviamo immagini di guerra ma anche la dolcezza di una donna che accudisce il marito malato, la forza dei lottatori di sumo e la maestosità del pinguino imperiale. 
Due bambini strappati alla loro innocenza da un bombardamento nella città di Gaza, portati a spalla da alcuni uomini in un corteo funebre carico di rabbia, con questa immagine vincitrice del premio comincia il nostro viaggio attraverso il mondo pericoloso e complesso del fotogiornalismo. 

Non solo i partecipanti al concorso provengono da tutti i continenti , ma anche l’esposizione fotografica viaggia attraverso tutto il mondo passando per cinquanta nazioni diverse e davanti agli occhi di oltre due milioni e mezzo di visitatori ogni anno.

Il world press photo, che nel lontano 1955 ha per la prima volta consegnato il premio, è un’organizzazione no profit indipendente che da oltre cinquant’anni promuove e gestisce lo scambio d’informazioni e di materiale tramite seminari e incontri ma soprattutto attraverso questo premio che rappresenta un punto fermo nel panorama fotogiornalistico mondiale.


La scelta delle foto è spettata ad una giuria di esperti che ha lavorato a lungo per curare al meglio la selezione delle immagini e per rendere lo spirito globale della mostra che ha come unico fine quello di valorizzare agli occhi di tutti il lavoro che questi uomini e queste donne fanno ogni giorno per documentare la spietata e incredibile realtà del mondo in cui viviamo. 

Carolina Riccardi


Per maggiori informazioni:


martedì 19 marzo 2013

Fotografia

Dal 1 marzo al 5 maggio 2013


“I volti, le pietre, la città”
Mostra fotografica di Mario Carbone/ Emilio Gentilini 

1952-1985, fotografie dalla collezione del Museo di Roma in Trastevere
Roma, Museo di Roma in Trastevere

Un tuffo nel passato di Roma guidato dallo sguardo di Mario Carbone e Emilio Gentilini. Una città che si fa sapientemente sfondo quando deve celebrare i volti dei suoi abitanti. Una città che sfida il tempo con la sua umana ed eterna bellezza.

In uno dei luoghi più caratteristici di Roma, a due passi dalla Basilica di S. Maria in Trastevere, presso il Museo di Roma in Trastevere, sono esposte più di cento fotografie di Mario Carbone ed Emilio Gentilini, provenienti dalla collezione del museo e in parte dall’archivio personale di Mario Carbone. Gli scatti, tutti in bianco e nero, alcuni inediti, si concentrano su un periodo di tempo determinato, tra il 1952 e il 1985, ma dimostrano una vitalità tale da perpetuare la loro espressività fino ad oggi. I due artisti compiono un percorso professionale differente: Mario Carbone, fotografo ma anche documentarista, proviene dal mondo del cinema e dei cortometraggi, Emilio Gentilini si cimenta con la fotografia di moda e con la pittura. Entrambi però sono legati alla bellezza dei volti, solcati dalla memoria, dalla fatica, intrisi di quotidianità, e individuano in Roma uno dei luoghi più adatti a tale indagine sull’uomo. La città mostrata da Mario Carbone è caratterizzata dalle forti contraddizioni sociali, è sede di fermenti politici e religiosi e muta tra gli anni Cinquanta e Ottanta, pur mantenendo nel tempo una propria identità. Il fotografo calabrese abbraccia una poetica realista che risulta evidente nell’attenzione e nella nitidezza dei dettagli delle fotografie di via Margutta o di via Veneto, dove il mondo dell’arte di strada e quello dell’alta borghesia, con i suoi incontri ai caffè e le sue stoffe, si sovrappongono, ma si nota anche nella rappresentazione di mestieri umili come l’occhialaro. È abile poi nel gettare uno sguardo indiscreto nelle osterie dove la malinconia popolare esplode (esemplari gli scatti all’osteria Al Vero Albano che assumono quasi una consistenza pittorica e la donna seduta al tavolo col bicchiere che ricorda una natura morta). Al contrario di Gentilini però, Carbone dimostra un certa propensione alla tematica socio-politica che lo porta a immortalare cortei di protesta, operai a riposo ed episodi storici come la visita alla salma di Giuseppe Di Vittorio. Non mancano poi incursioni nel mondo dei teatri e dello spettacolo, che l’artista stesso frequentò, o la partecipazione a grandi eventi religiosi, alle processioni in via della Conciliazione, dove Carbone si mescola alla folla di fedeli. La tematica della fede è viva anche in Emilio Gentilini che concentra il proprio sguardo sul rione Trastevere degli anni Settanta e documenta momenti significativi della cultura popolare romana come la processione della Madonna del Carmine. Le fotografie di Gentilini sono meno nitide, ma più rappresentative dell’identità locale, poiché raffigurano antichi mestieri svolti porta a porta come l’arrotino o l’ombrellaio, ma anche l’abitudine di suonare o ballare il saltarello in strada. L’umanità raffigurata è meno varia: sono soprattutto le donne a occupare la scena, e in particolare quelle più anziane, depositarie della tradizione. Ogni momento quotidiano è vissuto dall’intera comunità di quartiere, è cemento dell’identità popolare di Roma, assumendo quasi una connotazione rituale. Non a caso le fotografie di interni sono in minoranza in entrambi i fotografi: lo spazio cittadino permea di sé i suoi protagonisti, in uno scambio reciproco di suggestioni e bellezza. La mostra suggerisce allo spettatore di trovare una continuità con la Roma di oggi, per capire quanto di quella partecipazione collettiva, di quell’umanità viva, immortalata dallo sguardo di due artisti differenti, sia ancora attuale e perpetuabile nelle generazioni a venire.
Irene Armaro

mostra visitata il 9 marzo

dal 1 marzo al 5 maggio 2013
I volti, le pietre, la città: Mario Carbone, Emilio Gentilini 1952 – 1985
a cura di Silvana Bonfili e Donatella Occhiuzzi
Zètema Progetto Cultura Srl

Museo di Roma in Trastevere
Piazza S. Egidio, 1B - 00153 Roma
Orario: Martedì-domenica ore 10.00-20.00
Chiuso lunedì e 1 maggio

Ingresso: Intero: € 7,50; Ridotto: € 6,50
Info: Tel +39 060608 (tutti i giorni ore 9.00-21.00); http://www.museodiromaintrastevere.it

venerdì 1 marzo 2013

Fotografia

I volti, le pietre, la città
MARIO CARBONE - EMILIO GENTILINI


1952-1985, fotografie dalla collezione del Museo di Roma in Trastevere
Museo di Roma in Trastevere
1 marzo - 5 maggio 2013

È una Roma pittoresca in cui si colgono già i segnali del cambiamento, quella raccontata dalle immagini di Mario Carbone ed Emilio Gentilini. 

A questi due grandi fotografi romani, dal 1° marzo al 5 maggio, il Museo di Roma in Trastevere dedica la mostra I volti, le pietre, la città. Mario Carbone - Emilio Gentilini che raccoglie oltre 100 fotografie provenienti dalla collezione del Museo di Roma in Trastevere e dalla collezione privata dell’archivio di Carbone, in fase di acquisizione da parte del Museo, grazie alla generosa donazione del fotografo.

L’esposizione è promossa dall’Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico – Sovrintendenza Capitolina, a cura di Silvana Bonfili e Donatella Occhiuzzi con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura. 

L’intento è quello di valorizzare e rendere visibile al pubblico parte dell’immensa collezione fotografica del museo trasteverino che si avvale anche di importanti fondi fotografici. Alcune delle immagini in mostra, scattate tra il 1952 e il 1985, non sono mai state esposte al pubblico.

Molte le affinità tra i due autori, come la scelta rigorosa del bianco e nero e il soffermarsi sui volti espressivi delle persone. Differenti invece la poetica e le tematiche oggetto delle fotografie.

Le immagini di Mario Carbone si distinguono per una poetica realista che documenta luoghi ed individui colti con nitida coerenza sia nelle istantanee che ritraggono ambulanti e operai nei rioni della città popolare, sia in quelle che documentano le vie dell’arte o della moda (Via Margutta, Via Veneto, Piazza del Popolo), frequentate da signore eleganti e personaggi famosi. Lo sguardo di Carbone si fa più antropologico nelle fotografie che ritraggono i fedeli in visita a San Pietro con il sacerdote che fa da cicerone o le turiste devote inginocchiate con i loro abiti stravaganti. Le donne e gli uomini ritratti nella semioscurità delle osterie (si veda la famosa immagine Osteria del Vero Albano) sono invece pervase da una vena di struggente malinconia. Le immagini di Roma degli anni Settanta e Ottanta del XX secolo danno invece più spazio alle tematiche sociali: le manifestazioni politiche e di protesta, la scena “povera” e le pareti spoglie di cantine e garage adattate a palcoscenici dove Carbone ritrae l’avventura irripetibile dei teatri d’avanguardia romani.

Emilio Gentilini circoscrive la sua indagine per immagini, negli anni Settanta dello scorso secolo; in particolare nel rione popolare di Trastevere. Luoghi e personaggi esprimono carica vitale ed energia: piazze e vie sono ingombre di persone e dei loro spesso poveri “strumenti del mestiere”. La città è ancora vissuta nella comune partecipazione di spazi e ritualità quotidiane e festive. Gentilini osserva e ritrae, con ironia e personale leggerezza, una Roma intenta e indaffarata in molteplici attività, personaggi alle prese con lavori scaturiti da una creatività spesso tutta romana, lavori stanziali ed ambulanti (le botteghe storiche, ma anche le improvvisate vendite di generi alimentari davanti alla soglia di casa, la raccolta di cartoni etc.). 

Molte le immagini dedicate alla socialità e alla religiosità (il battesimo, il matrimonio, le processioni). Usi e costumi nati dal bisogno e dall’inventiva estemporanea, tali da tramutare la necessità in vera estetica popolare (l’arredo dei balconi e dei davanzali, la metodica nello stendere i panni alle finestre, il catino per lavare i panni che diventa scaldino). E ancora, lo svago e il tempo libero vissuti fuori dalle mura domestiche dove strade, marciapiedi e cortili diventano territorio vissuto e partecipato per ballare il saltarello, giocare a “zecchinetta” e scambiare quattro chiacchiere con la vicina. 

Dunque i due autori ci restituiscono attraverso queste immagini un patrimonio prezioso di umanità generosa e vitale che si fonde con la storia stessa della città che abitano. 

Ed è Renato Nicolini, nel testo introduttivo del catalogo dedicato a Gentilini del 2006, ad evidenziare il valore di queste immagini fotografiche come ”bene culturale”, capace di cogliere le mutazioni del tempo e degli spazi urbani, che ora, di nuovo esposte ridanno senso e identità alle collezioni permanenti e agli stessi spazi museali:

”I luoghi di Roesler Franz debbono lasciare il posto ai volti degli individui, alle epifanie improvvise e brucianti che questi suggeriscono, senza più alcuna regola che possa portare alla prospettiva più ampia del quadro di genere. Il genius loci restringe il proprio campo d’azione nel passaggio dal pittore al fotografo…Dopo aver guardato a lungo queste foto, mi sono chiesto “Qual è il vero bene culturale? Le pietre o gli abitanti? “Tutti e due mi sono risposto. Dunque, il vero bene culturale è il paesaggio urbano, l’analogo, nelle città del paesaggio fuori della città. Ma come è possibile conservare qualcosa di effimero come uno stile di vita, gli occhi con cui una popolazione guarda il mondo, inventando così la tradizione?

Il Museo di Roma in Trastevere, che sta trovando nella fotografia la sua caratteristica, è lo strumento più adatto per interrogarsi su questo argomento. Non tutte le trasformazioni sono uguali; e sono i musei della città, questo nuovo tipo di spazio pubblico, le istituzioni appropriate per interrogarsi sull’argomento, e, perlomeno vivere la trasformazione con consapevolezza”.

Scheda Info
Mostra
I volti, le pietre, la città. MARIO CARBONE EMILIO GENTILINI
1952 - 1985, fotografie dalla collezione del Museo di Roma in Trastevere

1 marzo- 5 maggio 2013

Dove 
Museo di Roma in Trastevere
Piazza S. Egidio, 1B
Orari 
martedì-domenica 10.00-20.00 
la Biglietteria chiude alle ore 19.00
Biglietti 
Intero €7,50; ridotto € 6,50; gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente
Enti proponenti 
Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico - Sovrintendenza Capitolina
Mostra a cura di
Organizzazione 
Silvana Bonfili e Donatella Occhiuzzi



lunedì 24 settembre 2012

L’AQUILA PRIMA E DOPO




fotografie di
Gianni Berengo Gardin

Inaugura mercoledì 26 settembre la mostra L’Aquila prima e dopo. Fotografie di Gianni Berengo Gardin presso il Museo di Roma in Trastevere.

Promossa dall’Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico - Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale, in collaborazione con Contrasto e One Group, la mostra è a cura di Alessandra Mauro e Suleima Autore. È proposta nell’ambito del festival FotoLeggendo, organizzato e prodotto da Officine Fotografiche, con la direzione artistica di Tiziana Faraoni. FotoLeggendo è promossa dalla Provincia di Roma e dal Municipio Roma XI, Assessorato alle Politiche Culturali e della Memoria. L’esposizione, che resterà aperta al pubblico fino all’11 novembre 2012, si svolge con il patrocinio dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune dell’Aquila e della Provincia dell’Aquila.

La città dell’Aquila prima e dopo il terremoto, in un percorso espositivo che presenta la toccante testimonianza di un grande maestro della fotografia a tre anni dalla tragedia del 6 aprile 2009. 

ll rapporto tra Gianni Berengo Gardin e L’Aquila risale a 16 anni fa, quando il fotografo aveva immortalato il calore della gente e la straordinaria architettura della città. Dopo anni di lavoro sul posto, il fotografo è tornato per testimoniare con le proprie fotografie lo stato in cui è ridotta, dopo il terremoto, una città bloccata e ferita, con un centro storico trafitto da impalcature, nascosto da teli e travi, strade una volta brulicanti di suoni e di vita, ora deserte. 

Oltre alla documentazione delle condizioni in cui L’Aquila versa dopo il sisma, con le sue immagini Berengo Gardin compie un raffronto diretto, duro e inevitabile, tra il prima e il dopo. Un atto doloroso, ma dovuto, nei confronti di chi quotidianamente vive esiliato dalla propria vita, in un tessuto urbano che non lo rappresenta più.

Con il suo speciale e classico stile, in linea con la grande tradizione della fotografia impegnata, Berengo Gardin traccia un ritratto sentito, vibrante e come sempre attento, alla realtà sociale di una città ferita che è diventata il simbolo del nostro paese.

“La cosa più impressionante”, racconta il fotografo è “il silenzio che c’è per le strade. Non passa nessuno; non c’è nessuno. Non ci sono i bambini che giocano, le donne che fanno la spesa, la gente che va in ufficio. C’erano solo quattro cani abbandonati che giravano. E io, che sono abbastanza vecchio, ricordo a Roma com’era San Lorenzo dopo il bombardamento degli americani. Avevo 14 anni ed era la stessa cosa. I cani randagi che giravano abbandonati per la città, le case puntellate e questo silenzio di morte”. 

Accompagna la mostra un volume pubblicato da Contrasto e One Group.

Gianni Berengo Gardin nasce a Santa Margherita Ligure nel 1930. Nel 1963 vince il World Press Photo. Dopo essersi trasferito a Milano si dedica principalmente alla fotografia di reportage, all’indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 inizia la collaborazione con Renzo Piano, per il quale documenta le fasi di realizzazione dei progetti architettonici. Nel 1995 vince il Leica Oskar Barnack Award. È molto impegnato nella pubblicazione di libri (oltre 200) e nel settore delle mostre (oltre 200 individuali). 


26 settembre – 11 novembre 2012, chiuso il lunedì 

Museo di Roma in Trastevere
Piazza S. Egidio 1B



mercoledì 12 settembre 2012

MARIO GIACOMELLI.


FOTOGRAFIE DALL'ARCHIVIO DI LUIGI CROCENZI
a cura di Walter Liva
Dal 12 settembre 2012 al 20 gennaio 2013 al Museo di Roma in Trastevere
“Io non ritraggo paesaggi, ma i segni e la memoria dell'esistenza”
Mario Giacomelli

Per tutta la vita ha continuato a definirsi un tipografo eppure è considerato il più grande fotografo italiano del Novecento fin da quando, nel 1963, il curatore del MoMA di New York acquisì per il Museo la serie Scanno, inserendo anche una fotografia nel prestigioso catalogo Looking at Photographs. Mario Giacomelli (Senigallia, 1925 – 2000) sfugge ad ogni scuola o definizione, la sua è un’arte fotografica senza precedenti, in cui le immagini sottolineano l’aspetto emotivo della realtà.

Dal 12 settembre 2012 al 20 gennaio 2013 il Museo di Roma in Trastevere ospita “Mario Giacomelli. Fotografie dall’archivio di Luigi Crocenzi”, esposizione di 90 immagini e di 13 lettere e documenti del celebre fotografo marchigiano promossa dall’Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico – Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale in collaborazione con il CRAF- Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia. La mostra è a cura di Walter Liva. Organizzazione e servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura. Catalogo Litho Stampa.

Le immagini e i documenti in mostra sono stati selezionati tra i materiali che il CRAF ha acquisito nel 1995 con l’archivio di Luigi Crocenzi costituito da lettere, libri e fotografie che l’uomo di cultura fermano aveva raccolto nel corso degli anni. Tra questi materiali spicca per il suo enorme valore il corpus di oltre 250 vintages realizzati da Mario Giacomelli dagli anni ’50 alla fine degli anni ’70. Giacomelli e Crocenzi furono legati da un profondo rapporto di amicizia che si tradusse anche nella collaborazione alla sceneggiatura di Un uomo una donna un amore nel 1961 e di A Silvia nel 1963.

Nella prima parte della mostra vengono presentate le serie di fotografie degli anni ’50: Prime fotografie, Nudi, Mare, i Paesaggi (che si sono poi riproposti lungo tutta la vita artistica di Giacomelli), Puglia, Gente dei campi, risalenti a quegli anni e quindi Lourdes (1957) e Scanno. Seguono quindi Mattatoio (1961), Io non ho mani che mi accarezzino il viso (1962-63), A Silvia (1964), La buona terra (1964-65), Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Motivo suggerito dal taglio dell’albero (1967-69), Caroline Branson (la serie realizzata tra il 1971 e il 1973), fino a Studenti (del 1977).

Nel momento in cui Giacomelli organizzò il suo discorso come simbolico, (Arturo Carlo Quintavalle, Mario Giacomelli, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1980, pag.64) superò l’estetica crociana che Giuseppe Cavalli aveva portato “a un livello superiore di gusto e di espressione” (Giuseppe Turroni, Guida alla critica fotografica, Il castello, 1980, pag.52) e spostò il suo messaggio verso un espressionismo fotografico che esasperava l’aspetto emotivo della realtà sottolineato dai contrasti, dai segni ed inoltre, al pari di Federico Fellini nel cinema, Giacomelli ribaltò completamente anche il punto di vista del neorealismo introducendo nelle immagini una nuova poesia tonale, anche onirica e realizzando racconti fotografici che si esprimevano sia nei ritratti sia nei paesaggi.

Mario Giacomelli era il maggiore di tre fratelli e all’età di 9 anni perse il padre. Fu in quel periodo che incominciò a dipingere e a scrivere poesie e la madre da parte sua trovò lavoro come lavandaia presso la casa di riposo della città marchigiana, mentre lui a tredici anni iniziò a lavorare alla Tipografia Marchigiana, rimanendo affascinato dalle tante possibilità di comporre parole e immagini offerte dalla stampa. Per tutta la vita lavorò nella stessa Tipografia Marchigiana divenendone il proprietario e si dedicò alla fotografia soltanto nel tempo libero e tutti i giorni dopo cena, prima fotografando i dintorni di Senigallia, quindi stampando provini nei quali individuava il punto interessante e lo andava ad ingrandire e quindi stampava. Nel 1955 venne premiato a Castelfranco Veneto e a Spilimbergo e dopo che John Szarkowsky, il curatore del MoMA di New York acquisì per il Museo nel 1963 la serie Scanno, Giacomelli acquisì una enorme fama in Italia e all'estero. 
La mostra è stata ospitata a Spilimbergo e all’International Centre of Graphic Arts (MGLC) di Ljublijana in occasione del Festival di Fotografia Photon.

Scheda Info
Mostra Mario Giacomelli. Fotografie dall’archivio di Luigi Crocenzi 
Apertura al pubblico 
Dal 12 settembre 2012 al 20 gennaio 2013 
Dove Museo di Roma in Trastevere 
Piazza S. Egidio 1B

Orari 
Martedì-domenica 10.00-20.00 
La Biglietteria chiude un’ora prima

Enti proponenti 

Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico –Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale in collaborazione con CRAF- Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia

Mostra a cura di
Walter Liva 

Catalogo 
Litho Stampa

Organizzazione e servizi museali
Zètema Progetto Cultura
Sponsor Sistema Musei Civici 
Acea; Banche tesoriere di Roma Capitale: BNL Gruppo BNP Paribas, UniCredit, Banca Monte dei Paschi di Siena; Acqua Claudia; Finmeccanica; Il Gioco del Lotto; Vodafone
Con il contributo tecnico di Atac; La Repubblica

Biglietti 
€ 6.50 intero, € 5.50 ridotto; gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Info 
Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00)

martedì 5 giugno 2012

Inaugurazione Mostra OMBRE. GIORGIO CUTINI, GIULIANO GIULIANI


OMBRE.
GIORGIO CUTINI, GIULIANO GIULIANI
Le fotografie di Giorgio Cutini e le sculture di Giuliano Giuliani
in mostra al Museo di Roma in Trastevere di Roma dal 6 giugno all’8 luglio 2012



Il Museo di Roma in Trastevere ospita, dal 6 giugno all’8 luglio 2012, un doppio omaggio alla città attraverso le opere di due artisti marchigiani: il fotografo Giorgio Cutini e lo scultore Giuliano Giuliani. La mostra “Ombre. Giorgio Cutini, Giuliano Giuliani”,  promossa da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico – Sovraintendenza ai Beni Culturali con il Patrocinio del Comune di Ascoli Piceno è a cura di Fabrizio D’Amico. Supporto organizzativo e servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura. Catalogo De Luca Edizioni con testi di Paola Bonani, Fabrizio D'Amico, Adriano Olivieri.


“Toccate entrambe da una malinconia che non è semplice ‘fuori fuoco’ dell’esistente, ma attitudine veramente neoclassica, e consapevolezza di un bene irrimediabilmente lontano, le opere di Giuliani e di Cutini mi appaiono testimoni gemelle di un’aderenza alla vita oltre le forme che le riconosciamo quotidianamente; testimoni, invece, di quanto nascostamente giace nel solco più profondo della realtà.” (Fabrizio D’Amico)

Giuliano Giuliani ha un percorso ormai più che trentennale nella scultura, che – fin dalla sua prima personale ad Ascoli nel 1975 – ha sempre inteso non come dichiarazione di peso e volume in uno spazio dato, ma come frammento, memoria di una integrità perduta, testimonianza di una vita intesa come transito. Queste caratteristiche derivano direttamente dal materiale utilizzato: quel travertino a cui Giuliani è sempre rimasto fedele. L’uso della più sacra tra le pietre, un materiale arcaico da cui per sottrazione ricava la forma, contribuisce al tentativo di decifrare una incompiutezza, scovando l’anima più segreta della materia.
In mostra sarà possibile ammirare  6 grandi sculture (cm 130x70x50 circa) e 10 di dimensioni più contenute (cm 50x70x30 circa).

Le 45 fotografie in bianco e nero di Giorgio Cutini, tutte dedicate a Roma, raccontano le impressioni che le luci, uniche e particolari della città, suscitano nel visitatore meravigliato e stordito. Non raccontano l’attimo ma il suo prolungamento nella memoria. La città è abitata da ombre e visioni, qui la realtà diventa sogno in un concatenarsi di immagini che invitano verso l’ignoto e il mistero. È il ricordo di una città in cui si possono ritrovare frammenti di immagini che permettono di recuperare la sua storia, il suo misticismo, il suo fascino, il suo profumo.