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venerdì 15 maggio 2015

Visioni del Silenzio





Paolo La Motta
Visioni del Silenzio
Dal 9 Maggio al 6 Giugno 2015
Galleria “Il Catalogo”
Via A.M. De Luca, 14
Salerno


Inviso a molti ma spesso necessario per comprendere se stessi, il silenzio è una condizione indispensabile per l’essere umano ed è proprio questo l’aspetto che indaga Paolo La Motta nelle sue tele attualmente in mostra presso la Galleria “Il Catalogo”. Nato nel 1972 a Napoli dove tuttora vive e lavora, l’artista, allievo del geniale e visionario Augusto Perez, ha iniziato la propria carriera a partire dagli anni Novanta esponendo i propri lavori soprattutto nella sua città di origine e partecipando a premi nazionali di grande rilievo. La Motta sofferma la sua attenzione sia sulla pittura che sulla scultura indagando il rapporto che intercorre tra le figure e lo spazio nella loro bidimensionalità e nella loro tridimensionalità. “Visioni nel silenzio” si concentra unicamente sull’aspetto pittorico dell’artista con una serie di tele che indagano l’animo umano ma anche l’ambiente che ci circonda. Le pennellate fluide e l’utilizzo sapiente delle luci e delle ombre danno così vita a personaggi il cui volto si riesce solo ad indovinare ma dove l’angoscia, la tristezza e la consapevolezza di sé sono ben radicati su ogni piega della pelle. È così ad esempio per “La lettrice” che, avvolta nel suo abito blu, sembra distogliere l’attenzione dalle proprie letture per far vagare il pensiero chissà dove, per l’adolescente nell’ombra che, appoggiato ad una parete, guarda verso un punto non definito, o per la donna con i gomiti adagiati sul tavolo che sembra osservare con distrazione i movimenti sinuosi di un felino: La Motta è in grado di cogliere il momento esatto in cui un pensiero, un ricordo, un’immagine si impossessano dei personaggi astraendoli dalla loro quotidianità. Anche i paesaggi immortalati dall’artista godono di un’atmosfera singolare, pervasi quasi dall’assenza del tempo ed imprigionati da una staticità assoluta, una sorta di limbo che avvolge i presenti plasmandosi sulle loro necessità; i colori rifuggono ogni intensità cromatica e si assestano su tonalità tenui, ora più calde ed ora più fredde, che si mescolano tra loro e ricreano ambienti semplici e pervasi da un grande senso di serenità per chi li osserva. All’interno della Galleria “Il Catalogo” non solo è possibile ammirare i lavori dell’artista ma anche acquistare le sue
tele, per continuare ad emozionarsi e ad indagare le pieghe di ogni singolo sentimento attraverso lo sguardo dei protagonisti.

Francesca Salvato

Paolo La Motta
Visioni del Silenzio
Dal 9 Maggio al 6 Giugno 2015
Galleria “Il Catalogo”
Via A.M. De Luca, 14
Salerno

Giorni ed orari di apertura: dal martedì al venerdì ore 17.30/20.00
Sabato: ore 10.30/12.30 – 17.30/20.00
Ingresso gratuito
Info: 089/232666 www.ilcatalogo.com; info@ilcatalogo.com





martedì 5 maggio 2015

Marc Chagall - Segni e colori dell’anima



Marc Chagall 
Segni e colori dell’anima 
Dal 29 Marzo al 28 Giugno 2015 
Marte Mediateca 
Corso Umberto I, 137 
Cava de’ Tirreni, Salerno 

La potenza del colore e l’essenzialità delle litografie di Marc Chagall danno vita ad un’esposizione singolare e di notevole impatto emotivo. La personale allestita rende omaggio ad un artista la cui personalità vantava un ventaglio di sfaccettature e dove il credo religioso del pittore e la sua passione per le favole si esprimono al meglio. Al Marte Mediateca sono attualmente esposte 75 opere grazie alle quali il visitatore potrà approfondire il rapporto che intercorse tra la ricerca del colore e la potenza dell’incisione litografica, temi che nella vita di Chagall furono pervasi dalle influenze derivanti dalla sua esperienza terrena. Per capire l’arte di Chagall è però indispensabile fare una breve panoramica della sua vita: nato in Russia da una famiglia di credo ebraico, l’artista visse un’infanzia piuttosto serena nonostante gli zar non fossero benevoli con gli ebrei russi. Ben presto Chagall iniziò a studiare pittura a San Pietroburgo e, una volta acquisita una certa notorietà, decise di trasferirsi a Parigi. Il vivace ambiente parigino fu determinante nella sua formazione artistica ma ben presto fece ritorno nella sua Vitebsk dove formò una famiglia e fondò una scuola di arte. Durante i difficili anni dell’Olocausto, il pittore fu nuovamente a Parigi e da lì, insieme alla famiglia, riuscì a rifugiarsi in Portogallo. La vita di Chagall fu attraversata anche da una grave depressione, nata in seguito alla morte della prima moglie, e dalla quale uscì solo quando incontrò Virginia Haggard. Chagall si spense all’età di 97 anni a Saint-Paul de Vence dove tuttora riposano i suoi resti. 
Le opere del pittore bielorusso erano ispirate alla sua terra di origine ma erano pervase anche dalle influenze bibliche grazie alla sua formazione religiosa: Chagall reputava il testo sacro come una vera e propria forma di poesia e di arte tanto che, a partire dagli anni Trenta, iniziò a studiare la Bibbia con profondo interesse. In seguito alla proposta di Ambroise Vollard, per il quale aveva già illustrato “Le Favole” di La Fontaine, Chagall illustrò anche alcuni episodi salienti della Bibbia, arrivando persino a fare un viaggio in Terra Santa per toccare con mano i luoghi narrati nel libro sacro. Il progetto iniziale contemplava 150 tavole ma quelle consegnate alla stampa furono 66: Chagall sceglie di rappresentare gli episodi che sente più vicini alla sua cultura ebraica e ricorre all’utilizzo dell’acquaforte, dosando magistralmente i tratti e utilizzando sapientemente le luci e le ombre. Anche il colore è presente in queste incisioni ma in modo discreto, ciò che infatti colpisce la vista è la potenza del disegno che trae la sua forza dalla potenza stessa degli episodi rappresentati e dei suoi protagonisti perché Chagall nelle sue raffigurazioni sacre si compenetrava, identificando spesso la sua vita e le sue esperienze con quelle dei protagonisti della Bibbia. In Dessins pour la Bible, l’artista si confronta di nuovo con temi biblici scegliendo con grande attenzione i colori da utilizzare per episodi come “Sara e l’angelo” e “La vergine di Israele” perché li sente particolarmente vicini alla sua indole e alla sua crescita di uomo. Chagall lavorò anche ad un altro ciclo, quello intitolato “Le anime morte”, realizzando 107 incisioni e fornendo una panoramica dettagliata della difficile situazione che pervase la Russia alla fine del XIX secolo: il paese viveva una sorta di dicotomia, scisso com’era tra la potenza dello zar e le misere condizioni di vita della classe contadina e per i suoi lavori Chagall si ispirò all’opera “Le avventure di Cicikov” scritta da Gogol. L’artista dà vita a rappresentazioni grottesche ricorrendo unicamente all’acquaforte e mostrando una grande scioltezza dei tratti incisori in un’alternanza di chiaroscuri che conferiscono concretezza e veridicità alle scene. Ne “Le Favole” Chagall si serve unicamente del bianco e del nero, compenetrandosi in quelle atmosfere che molto aveva amato da fanciullo e reinterpretandole in chiave allegorica. Il mondo dell’artista è molto semplice, pervaso dalla natura, dagli animali e da rapporti autentici e sinceri, proprio per questo le sue acqueforti saranno caratterizzate dai tratti decisi ma sapranno anche trasformarsi in linee morbide quando i protagonisti delle favole saranno i buoni sentimenti. 
Nel corso dell’esposizione dedicata all’artista russo, inoltre, il Marte Mediateca ha anche pensato ad una ricchissima serie di iniziative volte a far conoscere il maestro sia agli adulti che ai più piccoli: si stanno infatti svolgendo performance teatrali, laboratori per bambini ma anche degustazioni ed itinerari turistici. L’esperienza pittorica dell’artista fu influenzata dalla sue vicende personali, come è stato detto, ma le sue opere non furono mai una sorta di ripiegamento su se stesso bensì furono pervase da quella umanità e quel sentimentalismo che resero unico Chagall. 

Francesca Salvato 
Marc Chagall 
Segni e colori dell’anima 
Dal 29 Marzo al 28 Giugno 2015 
Marte Mediateca 
Corso Umberto I, 137 
Cava de’ Tirreni, Salerno 
Giorni ed orari di apertura: dal lunedì alla domenica ore 10.00 – 13.00/17.00 – 21.00 
Costo del biglietto: Intero € 6,00; ridotto € 4,00. 
Info e prenotazioni: 089/9485395; www.chagallmarte.com; info@chagallmarte.com

mercoledì 15 aprile 2015

Opere scelte- Mario Schifano


Opere scelte
Mario Schifano
Dal 28 Marzo al 30 Aprile 2015 
Galleria “Il Catalogo”
Via A.M. De Luca, 14
Salerno

Riassumere la personalità artistica di Mario Schifano risulta arduo perché la complessità del suo animo rifugge le etichette ma è la sua stessa arte a parlare, mostrando una figura poliedrica e mai banale. Nato in Libia nel 1934, Schifano non si dedicò esclusivamente alla pittura ma scelse di esplorare anche il mondo della regia cinematografica; seguendo le orme del padre archeologo, il nostro si avvicinò all’arte in giovanissima età e già negli anni Cinquanta entrò in contatto con esponenti della Scuola di Piazza del Popolo, a Roma.
La svolta artistica avvenne nel 1962 quando, grazie ad una viaggio a New York, incontrò Andy Warhol comprendendo così che la sua corrente artistica di riferimento sarebbe diventata la Pop Art. Molto famose sono le esposizioni nel corso delle quali Schifano, circondato da numerosi allievi, realizzava grandi dipinti servendosi unicamente di smalto e acrilico, dipinti classificati poi come monocromi. L’artista però è noto anche per la sua collaborazione con marchi come Coca Cola ed Esso per i quali realizzò opere destinate al mondo della pubblicità, inoltre la sua smodata passione per le nuove tecniche pittoriche lo condusse all’utilizzo del computer per creare e rimodellare le proprie creazioni esponendolo, purtroppo, al rischio di molteplici falsi. La sua vita si spense nel 1998 quando fu stroncato da un infarto. 
L’allestimento espositivo realizzato dalla Galleria “Il Catalogo” si caratterizza, come sempre, per il grande rilievo che viene dato all’opera: i lavori di Schifano, infatti, sono gli unici protagonisti della sala e nessun orpello rischia di offuscare l’arte del maestro. La personale focalizza la sua attenzione a partire dalla svolta artistica di Schifano che avvenne, appunto, negli anni Sessanta quando il boom economico che toccò l’Italia investì persino il suo modo di dipingere. Schifano appare affascinato dal mondo televisivo e dalla pubblicità, infatti le quattordici opere in mostra danno l’impressione di fuoriuscire dal tubo catodico investendo con i loro colori prepotenti chiunque le osservi. Paesaggi, volti, nelle opere scelte di Schifano già si intuisce quella svolta tecnologica che toccherà l’artista successivamente e che lo condurrà a realizzare i suoi lavori servendosi anche del computer. Quando Schifano si appassionava ad un tema era in grado di riproporlo decine di volte in serie, non apparendo però mai banale, lasciandosi totalmente assorbire dal fervore artistico: il pittore era solito dipingere tenendo accesi numerosi televisori, possiamo quindi immaginare come i fotogrammi, i suoni, le voci, gli eventi investissero quotidianamente Schifano inducendolo così a trasferire sulla tela l’immane quantità delle sollecitazioni ricevute. In mostra a Salerno vi è anche l’opera intitolata “Le Stelle” che non ha però alcuna affinità con il mondo dell’universo, piuttosto è un chiaro riferimento alle insegne luminose dei locali notturni e al gruppo rock da lui fondato che prese appunto il nome di “Le stelle di Mario Schifano”. 
La vita dell’artista fu costantemente all’insegna degli stimoli, egli anelava alla perenne ricerca dell’esplorazione e, una volta raggiunto il suo scopo, era già pronto per nuovi orizzonti mostrando di comprendere prima di altri quanto il binomio tra arte e tecnologia fosse attuale e indispensabile. 
Francesca Salvato

“Opere scelte”
Mario Schifano
Dal 28 Marzo al 30 Aprile 2015
Galleria “Il Catalogo”
Via A.M. De Luca, 14
Salerno
Giorni ed orari di apertura: dal martedì al venerdì ore 17.30/20.00
Sabato: ore 10.30/12.30 – 17.30/20.00
Ingresso gratuito
Info: 089/232666
www.ilcatalogo.com; info@ilcatalogo.com

Frase: La rivoluzione pittorica di Mario Schifano tra bagni di colore e richiami tecnologici.

lunedì 30 marzo 2015

Sacra Sindone Salernitana



Sacra Sindone Salernitana
Dal 24 Marzo al 24 Maggio 2015
Museo Diocesano San Matteo
Largo Plebiscito, 12
Salerno

La sua ultima esposizione risale al 1978 e quest’anno, per ben due mesi, sarà nuovamente visibile a tutti: stiamo parlando della copia salernitana della Sindone, lenzuolo sacro che riproduce quasi fedelmente le dimensioni dell’originale conservato a Torino. Proprio in concomitanza con l’ostensione della Sindone, l’Arcivescovo Moretti di Salerno ha autorizzato l’esposizione della copia nella cappella di Santa Caterina, situata all’interno del Museo Diocesano. Particolarmente interessante risulta essere la storia della sacra reliquia salernitana, risalente al XVII secolo: non esiste una documentazione che spieghi come la riproduzione sia giunta presso il Convento di San Michele Arcangelo, nel centro storico di Salerno, ma è molto probabile che essa sia stata donata proprio dalla famiglia Savoia, che, per diversi secoli, ha custodito la Sacra Sindone. Tale ipotesi è suffragata da alcuni dati storici secondo cui Maria Francesca di Savoia, terziaria clarissa, fece realizzare diverse copie dell’originale da distribuire poi presso le chiese ed i conventi appartenenti a questo ordine religioso. Qualora uno di questi esemplari fosse proprio quello custodito a Salerno, esso sarebbe stato donato successivamente alla morte della venerabile Savoia, avvenuta nel 1656, in quanto sulla copia salernitana è riportata la dicitura “Ex tractum ex originali Taurinensi anno 1665”. Il pregevole lino presente nel capoluogo campano viene custodito dal Museo Diocesano da quando il Convento di San Michele Arcangelo è stato definitivamente chiuso e, prima che ciò accadesse, le suore clarisse erano solite esporre il sacro telo nel corso della Settimana Santa. Senza dubbio l’allestimento è di grande impatto visivo, infatti la Cappella presenta un ambiente sufficientemente ampio e luminoso per ammirare la Sindone salernitana: la copia è collocata in fondo alla Cappella ed è custodita all’interno di un’apposita teca in vetro. Sui due lati della struttura vi sono numerosi pannelli esplicativi contenenti non soltanto fotografie della Sindone originale ma anche dettagliate spiegazioni relative ai metodi di crocifissione e alle traversie che il Sacro Lenzuolo ha dovuto attraversare nel corso dei secoli: si apprende così che il tessuto di cui è composta la Reliquia è totalmente compatibile con le stoffe che si soleva utilizzare in Israele nell’epoca in cui visse Nostro Signore e come il Sangue presente sul tessuto abbia impregnato le fibre della stoffa, confermando che le tracce presenti siano umane; la sala, inoltre, conserva anche il pregiato cofanetto che solitamente custodisce la copia di Salerno mentre il sacro lino, come già detto, è in fondo alla sala. Nonostante siano trascorsi quattro secoli, la sua conservazione è perfetta e stupisce la fedeltà nella riproduzione della Sacra Sindone: oltre alla raffigurazione dell’Uomo crocifisso, sono presenti anche le bruciature dell’originale, a testimonianza del grave incendio che si verificò a Chambéry nella notte del 4 Dicembre 1532. L’impatto emotivo per il fedele è davvero forte: pur trattandosi di un duplicato, infatti, la consapevolezza che l’essere umano raffigurato possa essere realmente il Cristo colpisce l’immaginario; a prescindere dal proprio rapporto con la religione e dall’essere o meno credenti, l’immagine speculare della Sindone torinese è un autentico gioiello impregnato di storia e fede e, come tale, prezioso esemplare da salvaguardare. 
Francesca Salvato


Sacra Sindone Salernitana
Dal 24 Marzo al 24 Maggio 2015
Museo Diocesano San Matteo
Largo Plebiscito, 12
Salerno
Giorni ed orari di apertura: dal lunedì alla domenica ore 9.00-13.00 / 15.00-19.00. Chiuso il mercoledì
Costo del biglietto: intero € 2,00 – ridotto € 1,00. 
Info e prenotazioni: 089/239126



mercoledì 18 febbraio 2015

Volare. Omaggio a Domenico Modugno


Gennaro Cannavacciuolo
Volare
Omaggio a Domenico Modugno
Regia di Marco Mete
Musiche eseguite dal vivo da:
Marco Bucci- pianoforte
Andrea Tardioli- clarinetto e sax contralto
Claudia Della Gatta- violoncello

“Penso che un sogno così non ritorni mai più” così cantava Domenico Modugno. Ad evocare la poesia della canzone italiana per antonomasia e a far ritornare quel sogno ci pensa Gennaro Cannavacciuolo, in scena al Teatro della Cometa di Roma fino all’8 marzo con Volare. Un omaggio al grande artista italiano scomparso, un tuffo emozionante nella storia della musica del Bel Paese.
Non un concerto o la sola performance teatrale. Per ricordare Modugno serviva ripercorrere le strade musicali che hanno segnato la sua vita. Ecco allora un poliedrico Cannavacciuolo, figlio d’arte di Eduardo De Filippo e Pupella Maggio che porta in scena con una reinterpretazione personale rigorosamente partenopea la storia del grande Mimmo.
Canzoni, monologhi drammatici e il suggestivo dialogo tratto dalla commedia musicale “Tommaso d’Amalfi”, il famoso Masianello, di Eduardo De Filippo. Un cabaret coinvolgente e interattivo in cui Cannavacciuolo non si fa mancare nulla, nemmeno “Un vecchio Frac” e un bel bastone per improvvisare con eleganza e abilità due passi di danza à la Fraid Astaire sulle note di “Nel blu dipinto di blu”.
Un tributo, il suo, di sincera riconoscenza al grande amico Mimmo che nel lontano 1987 approvò l’avventura di questo recital giunto, oggi, a quota 320 repliche in giro per il mondo. A far conoscere quel be Italian, a volte malinconico e sognatore, altre semplicemente ironico e realista, con un pizzico di partenopeo che non guasta mai.
Un’interpretazione intensa che alterna canzoni dialettali e macchiettistiche come “O ccaffè”, “La donna riccia” o la celebre “Io mammete e tu” a momenti di suggestione poetica come “Meraviglioso” , “Tu si na cosa grande” o “Resta cu mme”.

Linda Tiralongo

martedì 17 febbraio 2015

Galleria Lapidaria


Roma, Musei Capitolini Cinerario a forma di edicola con i ritratti dei defunti, Archivio Fotografico dei Musei Capitolini (NCE 3036)



Galleria Lapidaria
Musei Capitolini
Piazza del Campidoglio, 1
Roma

Nata inizialmente con lo scopo di unificare i tre palazzi che sorgono sul colle capitolino, la Galleria Lapidaria può essere considerata come un museo nel museo e l’allestimento inaugurato nel 2005 racchiude in sé le epigrafi latine e greche appartenenti alla collezione dei Musei Capitolini. La necessità di unire gli edifici capitolini fu avvertita già nel corso del XVII e XVIII secolo ma solo successivamente si attuò un collegamento per poi giungere, nel 1938, alla realizzazione dell’attuale galleria. Nella seconda metà del XX secolo presero posto all’interno di essa circa 1400 iscrizioni in marmo di epoca romana, tutte provenienti sia dall’Antiquarium del Celio che dalle sale interne dei Musei Capitolini: l’inaugurazione di tale allestimento ebbe luogo nel 1957 durante lo svolgimento, a Roma, del III Congresso Internazionale di Epigrafia Greca e Latina. A causa di cospicue infiltrazioni di acqua, negli anni ‘70 del secolo scorso, la Galleria di Congiunzione è stata chiusa al pubblico anche perché le epigrafi in essa contenute rischiavano un progressivo deperimento; solo negli anni ‘80 sono state avviate le procedure di restauro ultimate una decina di anni fa. La ristrutturazione della galleria sotterranea ha permesso anche l’attuazione di un progetto pilota creato e seguito, passo dopo passo, dalla dottoressa Daniela Velestino e finanziato in toto dall’Amministrazione dei Musei Capitolini: il progetto è consistito nella realizzazione di una Banca Dati Epigrafica, alfanumerica e digitale, destinata alla consultazione su internet e che interessa l’intera collezione capitolina di iscrizioni antiche. La presentazione ufficiale della Banca Dati si è avuta in occasione del XII Congresso Internazionale di Epigrafia Greca e Latina svoltosi a Barcellona nel 2002. Ma in cosa si differenzia il nuovo allestimento da quello precedente? Fino ad una quarantina di anni fa le iscrizioni erano visibili esclusivamente sulle pareti della galleria e, se da un lato il visitatore era notevolmente sbalordito dalla ricchezza dei contenuti, dall’altro non gli era affatto possibile studiare da vicino il reperto a causa della sua collocazione. Per chi non ha alle spalle una solida formazione classica, tale da approcciarsi ad un testo scritto in lingua greca o latina, si rende necessario un allestimento completo ed esaustivo così da poter comprendere opportunamente il contenuto delle epigrafi: è stato questo l’obiettivo primario del nuovo percorso espositivo strutturato in tre sezioni. Ogni epigrafe presenta una didascalia dove è riportata la trascrizione del testo in lingua originale e la corrispondente traduzione in italiano ed in inglese, vi sono inoltre pannelli differenziati in base agli argomenti trattati tra cui quelli relativi alle epigrafi rivolte alle divinità, i giochi da tavolo dell’epoca meglio conosciuti come “tabulae lusoriae”, i testi attinenti alla viabilità e agli acquedotti, le epigrafi di carattere onorario, i pannelli riguardanti le strutture romane, le epigrafi relative alle professioni e ai mestieri, i testi di natura sepolcrale ed infine i testi attinenti ai militari. Troviamo anche una postazione informatica che fornisce i contenuti relativi alla sezione espositiva, all’allestimento e alla banca dati, permettendo di visualizzare le 1400 iscrizioni che, negli anni addietro, erano collocate all’interno della Galleria. In linea con gli allestimenti più completi in circolazione, la Galleria Lapidaria può vantare anche un percorso esclusivamente dedicato ai portatori di handicap visivo, una realtà fortemente voluta dalla Dottoressa Velestino in sinergia con l’Associazione Museum. A completare un iter di sicura suggestione è il commento musicale che accompagna il visitatore dall’inizio alla fine del percorso: il progetto è stato curato da Giuseppe Sommella e reso concreto da Zètema Progetto Cultura. Al termine del suo cammino il fruitore potrà completare la sua visita ammirando lo straordinario panorama sul suggestivo Foro Romano, la conclusione più logica di un viaggio nel tempo attraverso le istituzioni e la vita quotidiana di una civiltà ancora viva e pulsante. 
Francesca Salvato





venerdì 13 febbraio 2015

UN MARITO PER DUE





UN MARITO PER DUE
Scritto, diretto e interpretato da Claudio Insegno
Con Carlotta Iossetti, Guido Ruffa
Fino a domenica 15 febbraio
Teatro Ghione

Dopo sei anni torna sul palcoscenico del Teatro Ghione di Roma, la commedia Un marito per due scritta, diretta e interpretata da Claudio Insegno.
Un’ecletticità artistica ben equilibrata la sua, un caleidoscopio di personaggi variegato e frizzante quello della sua opera.
Una storia di tradimenti, rivisitata e corretta con una buona dose di equivoci e spasimanti imprevisti ed ecco uno spettacolo brillante. Tutto quel che serve per carpire attenzione e approvazione della platea.
Una storia solo apparentemente come tante, quella che l’artista Claudio Insegno porta in scena.
Il giovane e gagliardo Phil incontra Julie, un’eccezionale Carlotta Iossetti di cui si innamora perdutamente. Tre dettagli però a ingarbugliare la situazione: la moglie di Phil, la frivolezza di Julie e il migliore amico diPhil, George.
Proprio lui, il malcapitato George sarà chiamato in causa per coprire menzogne e magagne di Phil e travolto suo malgrado in una corsa senza via di fuga. Una rocambolesca commedia interpretata da un cast dalla vèrve  irresistibile.
Linda Tiralongo

UN MARITO PER DUE
Teatro Ghione, via delle Fornaci 37, Roma

Fino al 15 febbraio

Mulieres- Milo Manara


Mulieres 
 Milo Manara
Dal 3 Febbraio all’1 Marzo 2015
Palazzo Fruscione
Salerno

Le opere del fumettista italiano Maurilio Manara, meglio noto come Milo, sbarcano a Salerno con un’esposizione che celebra l’estro creativo dell’artista bolzanese, un evento imperdibile che cade in occasione dei settant’anni di Manara. Dopo il diploma presso un liceo artistico di Verona ed una breve parentesi legata alla pittura, Manara intraprende la carriera di fumettista a Milano non senza difficoltà; il suo trampolino di lancio è ‘Genius’, fumetto noir che lo fa conoscere al grande pubblico, da quel momento in poi le collaborazioni prestigiose sono un susseguirsi, basti pensare a ‘Le avventure di Jolanda de Almaviva’, dove Manara approfondisce il filone erotico – sensuale, o alla collaborazione con Enzo Biagi per ‘La Storia di Italia a fumetti’. Negli anni Settanta la satira entra nella vita dell’artista grazie a ‘Lo scimmiotto’, opportunità preziosa per riavvicinarsi alla realizzazione delle figure femminili ma contestualizzate all’interno di vicende politiche a tratti umoristiche. Del 1982 è il sodalizio di Manara con la rivista ‘Playmen’, grazie a Vincenzo Mollica che segnala il suo nome. Gli anni Novanta vedono Manara collaborare con Hugo Pratt sulla rivista ‘Il Grifo’ ma si nota un cambiamento di interessi nel maestro di Bolzano, infatti il suo erotismo sarà meno gioioso, sconfinando in atmosfere spesso permeate di violenza. Incontro cardine nella vita di Manara è stato sicuramente quello con Federico Fellini: l’artista illustrò la sceneggiatura di ‘Viaggio a Tulum’ da cui poi nacque un fumetto con il medesimo titolo, inoltre Manara realizzò anche la locandina di ‘La voce della Luna’ e ‘Intervista’. 
La mostra presente a Palazzo Fruscione è articolata su tre livelli così suddivisi: fumetto, illustrazioni ed erotismo e nasce con l’intento di omaggiare il poliedrico e affascinante universo della femminilità, tema molto caro a Manara. Le mulieres manariane hanno tratti somatici dotati di una sensualità prepotente e disarmante, fisici modellati da curve perfette, sono virago da cui traspare una forza tangibile tipica della donna che sa di possedere carisma e sa come utilizzarlo a suo vantaggio. Sguardi ammalianti che non hanno nulla di volgare ma che assumono atteggiamenti quasi di sfida rifuggendo il cliché della donna come mero oggetto; le mulieres di Manara sanno quello che vogliono, sanno come prenderselo e se decidono di servirsi del proprio sex appeal lo fanno esclusivamente per raggiungere i propri scopi. L’esposizione salernitana raccoglie alcune tavole della saga ‘Il Gioco’ o del nuovo fumetto dal titolo ‘I Borgia’ ma non mancano molte illustrazioni incentrate sulle Modelle, o le tavole ispirate ai segni zodiacali che prediligono soltanto il bianco ed il blu come colori. Altri disegni sembrano strizzare l’occhio ad Alphonse Mucha, emblema dell’Art Nouveau, senza però la castità tipica della pittura di inizio Novecento. Riflettori puntati sul cinema grazie al rapporto privilegiato di Manara con Fellini, incentrato sul sogno e sul segno, linea di confine dove la supremazia del tempo è in secondo piano e dove la sola attività contemplata è quella di interrogarsi sul mistero della vita, ossia le donne. Manara però è il disegnatore erotico per eccellenza, quindi un intero piano del palazzo è dedicato alle illustrazioni più esplicite della sua arte senza però sconfinare nella pornografia gratuita, Manara infatti chiarisce che i suoi personaggi sono “vicini alla commedia dell’arte e quindi rappresentano l’archetipo della donnina con i suoi caratteri di femminilità, seduzione ed erotismo”. 
Le donne di Manara traggono ispirazione dai grandi pittori del passato come Caravaggio e Raffaello con accenni all’arte di Picasso ma si rifanno anche ad Hugo Pratt e persino a Walt Disney. Di certo, la maturità artistica di Manara ha abbandonato nel tempo alcune caratteristiche evinte da questi celebri nomi ma citarli è importante per comprendere chi ha ispirato l’artista. Manara è sapiente e geniale nella sua arte, sa inserire perfettamente le sue donne nei contesti storici mostrando una cura dei dettagli quasi maniacale, peccato che la maggior parte di questi aspetti si perda perché sovrastata dalla bellezza sfacciata delle sue figure femminili come è stato giustamente espresso all’interno del catalogo ‘Le stanze del desiderio’, pubblicato nel 2012 in occasione di una mostra di Manara a Siena. L’esposizione si conclude con un omaggio tributato da Manara a Trotula de Ruggiero, salernitana e prima donna medico della storia vissuta nell’XI secolo: l’artista la raffigura all’interno del suo studio, intenta nello svolgimento della sua professione mentre una paziente studia i suoi movimenti con interesse. Una rappresentazione diversa di Trotula, sicuramente più moderna, ma da cui si evincono le sue origini longobarde e quella bellezza assorta e distaccata che solo le donne consapevoli del proprio valore culturale possiedono. 
Francesca Salvato
“Mulieres” di Milo Manara
Dal 3 Febbraio all’1 Marzo 2015
Palazzo Fruscione
Salerno
Giorni ed orari di apertura: dal mercoledì al venerdì ore 17.00 – 21.00; sabato e domenica ore 11.00 – 13.00/16.00 – 21.00
Costo del biglietto: € 5,00 intero, € 3,00 ridotto.
Info: 081 4238127; info@comicon.it



sabato 7 febbraio 2015

Il Mercante di Venezia



Ghione Produzioni 

presenta
Giorgio Albertazzi 
in 
Il Mercante di Venezia 
di William Shakespeare
con Franco Castellano, 
regia di Giancarlo Marinelli
Fino all' 8 Febbraio 
Teatro Ghione

Dopo il successo della scorsa stagione teatrale, torna in scena al Teatro Ghione, Il mercante di Venezia per la regia di Giancarlo Marinelli. 
Sul palcoscenico un cast d’eccellenza, per rivivere il fascino di una Venezia al tramonto del quindicesimo secolo in una delle più rappresentate commedie di Shakespeare. Tappa oramai fissa nel calendario della programmazione teatrale della Capitale, la commedia porta in scena performance di alto livello come quelle di Giorgio Albertazzi, Franco Castellani, Cristina Chinaglia. 
La storia riagganciata tra i più a reminescenze liceali, trova nuova vita grazie al riadattamento del regista e alla vemenza interpretativa dei suoi protagonisti. 
Forza e genialità espressiva, inconsueta introspezione nella narrazione e bravura indiscutibile donano una chiave di lettura nuova e coinvolgente dell’opera. 
“La diversa collocazione spaziale dei personaggi, dal protagonista Shylock a Bassanio e Porzia e poi Antonio, sia sul palcoscenico che nell’immaginario collettivo del pubblico”, rendono la rappresentazione diversamente travolgente rispetto al tradizionale impianto scenico.  Un unico canale collegato da un ponte e il tremolio della laguna lasciano sognare lo spettatore nel play within the play shakespeariano. 

Linda Tiralongo

giovedì 5 febbraio 2015

Quando l’arte serviva a curare


Quando l’arte serviva a curare
Fino al 15 Marzo 2015
Museo Diocesano “San Matteo” 
Largo Plebiscito, 12
Salerno

Forte della tradizione della sua celebre Scuola Medica, Salerno accoglie all’interno del Museo Diocesano “San Matteo” un’esposizione totalmente incentrata sulle peculiarità benefiche delle piante officinali, un viaggio a ritroso nel tempo attraverso i profumi e le proprietà curative della natura. L’iniziativa è nata grazie al connubio tra il museo salernitano e l’Aboca Museum di Arezzo, realtà unica in Italia che basa la sua esistenza sull’affascinante rapporto intercorso tra l’uomo e i vegetali nel corso dei secoli. Rappresentazioni giganti di alcune erbe riproducono nel dettaglio quanto è possibile ammirare in natura e, all’ingresso della mostra, sono esposte diverse tipologie di piante tra cui lo zenzero, la curcuma, l’incenso e la manna. All’interno della sala, invece, vi sono numerosi esemplari di erbari, volumi dei secoli scorsi dove sono riportate le caratteristiche curative delle singole erbe con illustrazioni estremamente accurate e realistiche. Di particolare bellezza il libro riconducibile a Franz Johann Schultz il quale illustrò circa 400 tavole relative alle piante austriache utilizzando la tecnica dell’acquerello; Pierre Joseph Buchoz, invece, pur essendo uno studioso di medicina, ci ha lasciato opere maggiormente affini all’ambito della floricultura come testimoniato dall’esemplare attualmente in mostra a Salerno. Atro volume pregevole è quello del tedesco Johann Zorn che elencò, in latino, 300 piante americane rifacendosi però alla descrizione in gotico. In realtà, dei primi erbari si ha menzione già nel VI-VII secolo ma il primo databile con certezza fu quello conosciuto come Codice di Giuliana Anicia nel 512 d.C. dedicato a questa principessa bizantina. Alla realizzazione degli erbari collaboravano diverse figure tra cui il disegnatore, il delineatore e l’incisore anche se spesso la loro bravura non viene posta sufficientemente in luce: il risultato finale dipendeva dalla perizia e dalla sinergia dei tre collaboratori ma, al termine del lavoro, l’opera d’arte era garantita. Nel tempo si ebbero rappresentazioni sempre più accurate e realistiche ottenendo così volumi non soltanto funzionali ed esaustivi ma anche esteticamente ragguardevoli. A completamento della mostra una ricca collezione di contenitori per spezie del XIX secolo, brocche e vasi in ceramica risalenti al XVII secolo ma anche vasi cilindrici da farmacia e pregiati flaconi in vetro soffiato del XVIII secolo. L’esposizione si configura come un percorso completo che coniuga conoscenze scientifiche a curiosità storiche, ponendo al centro dell’attenzione l’esclusivo rapporto millenario tra uomo e natura. 

Giorni ed orari di apertura: dal lunedì alla domenica ore 09.00 - 13.00 / 15.00 – 19.00, chiuso il mercoledì.
Costo del biglietto: € 2,00 per gli adulti, € 1,00 per gli studenti di ogni ordine e grado.
Info e prenotazioni: Associazione “ArteXa” 329/07784343; 089/239126; 333/3890346

Francesca Salvato



martedì 23 dicembre 2014

LA VITA CHE TI DIEDI


9/21 dicembre 
Teatro Stabile di Bolzano
PATRIZIA MILANI CARLO SIMONI 

LA VITA CHE TI DIEDI
di Luigi Pirandello 

e con Gianna Coletti Karoline Comarella 
Paolo Grossi Sandra Mangini Giovanna Rossi 
Irene Villa Riccardo Zini 
regia Marco Bernardi 
scene Gisbert Jaekel
costumi Roberto Banci 
suoni Franco Maurina 
luci Massimo Polo 


Il dolore di una madre che perde il figlio. Il destino peggiore che possa capitarle. Che lacera dentro e conduce al delirio. All’allucinazione che disorienta, annichilisce. Che svuota dei colori la realtà. Filtrando tutto solo con il bianco e il nero. La luce sul buio che acceca. Inclina la prospettiva reale delle cose. Della vita così come della morte. Che di essa in fondo, fa parte.

Tra i drammi pirandelliani più intensi e struggenti, La vita che ti diedi, va in scena al Teatro Quirino Vittorio Gassman dal 9 al 21 dicembre per la regia di Marco Bernardi.

Una storia universale quella che ha come protagonista Donna Anna Luna. Una madre che vive il dramma della morte del figlio Fulvio. Un destino atroce quello che sceglie di portarle via il figlio dopo sette lunghi anni di assenza. Una tragedia che si muove su un filo narrativo realistico ma che sin dai primi minuti, travolge lo spettatore, con la vemenza unica di uno dei personaggi femminili più intensi di tutto il repertorio di Luigi Pirandelllo.

Donna Anna Luna, interpretata da un’eccelsa Patrizia Milani, di fronte alla perdita del figlio, perde il senno e in una lucidità febbrile carica di pathos inizia a delirare. La verità a cui essa può credere per non precipitare nel baratro del lutto è solo una: negare la morte del figlio.
Negare l’esistenza di un feretro lì nella stanza accanto. Negare una realtà atroce, ma esistente che la sorella, i domestici, il prete e persino le prefiche vorrebbero ricordarle.
La sua è una strategia psicologica per non sopperire di fronte ad una tragedia. La sua, un’ allucinazione che travolge chiunque. Anche chi diniega la sperimentazione al limite della provocazione tipica della drammaturgia pirandelliana.
Perché di provocazione si tratta. Uno slancio emotivo che dimostra di saper ben manipolare il regista Marco Bernardi. La sua maestria fa infatti dell’alterazione psicologica, di quella caratterizzazione eccessiva di una madre sofferente, il vero protagonista.

Sulla scena una madre dilaniata dal lutto, ma capace di provare che la frantumazione del sé genera sempre umanità. Un’umanità seppur metafisica che dal suo iperuranio di verità e consapevolezze cerca di restare in equilibrio sul piano inclinato della scena.
Un palcoscenico in pendio dove immedesimarsi in quel ragionare disperato e ossessivo sulla vita e sulla morte diviene quasi necessità.
L’amore materno di Donna Anna Luna seppur deformato ed eccessivo si manifesta con la prepotenza di una verità assoluta quanto allucinata. Dando prova che ci sono punti di riferimento, certezze che nemmeno la morte, tant’è naturale nel pantha rei della vita, può far vacillare anche quando ci si regge a mala pena in equilibrio su di un pavimento inclinato e intorno mobilio, affetti e ricordi sembrano inesorabili scivolare via.

Una storia di vita al tramonto che però va intrecciarsi con l’alba di una nuova. La consolazione alla notizia che forse quel figlio defunto continua a vivere: la giovane amante dell’uomo, Lucia, aspetta un figlio da lui.

La vita e la morte ecco allora che si ricongiungono. Lì su al centro di quel palcoscenico che alla fine appare quasi dritto. Dove i due pesi, la vita da un lato e la morte dall’altro non fanno più vacillare il piano ma misteriosamente ne permettono la stabilità, quel caos calmo che l’umanità cerca per riposare dall’affanno.
Linda Tiralongo


mercoledì 17 dicembre 2014

Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso


Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso
di David Foster Wallace arriva in scena con la compagnia BluTeatro

dal 2 al 21 dicembre
Teatro dell’Orologio (Via dei Filippini 17/A)
Sala Orfeo


“Per gli innamorati, la Casa Stregata è divertente. Per i falsi, la Casa Stregata è una passione. Ma per chi, la Casa Stregata è davvero una casa?” 

Per chi? Che razza di domanda è ‘Per chi?’– per non parlare della Casa Stregata, poi! Lo sappiamo tutti, ma proprio tutti – anche i Bambini lo sanno – che quello che facciamo, qualsiasi cosa facciamo, la facciamo e basta. Ci alziamo, ci laviamo, mangiamo, usciamo, lavoriamo, torniamo a casa, riusciamo, facciamo altre cose nel mezzo, di nuovo casa, letto, sonno, veglia – alcuni di noi sembra che non distinguano questi due momenti, ma noi che ci riusciamo apprezziamo, o apprezzeremmo, comunque lo sforzo, se questi sonnambuli a cielo aperto si sforzassero di farlo – e poi al mattino ci rialziamo. E rifacciamo tutto. Di nuovo. Cambiando a volte l’ordine delle cose, ma non il risultato, perché, si sa, il risultato non cambia. 

Per chi lo facciamo? No, non ci provare, lo sai tu e lo so io, e io non ti critico, guarda, sono completamente d’accordo con te: le cose si fanno e basta. Per chi? A chi diamine vuoi che importi per chi fai le cose? Tu le fai e basta. Tu le devi fare, le vuoi fare, le vorresti fare e le farai, le vorresti fare e non le farai, ma almeno ci avrai provato e il tentativo, in fondo, è già un risultato – non ci crede nessuno, ma fa bene ripeterselo ogni tanto, no? Per chi la Casa Stregata è davvero una casa? Ancora? Non ti sei ancora stancato? 

Sì, lo so, tu ti sei stancato da un pezzo, sono io che continuo, a disco rotto, come una ruota bucata che va avanti solo perché la spina le si è conficcata nel fianco proprio mentre scivolava su una discesa mooolto lunga e ora non può fare altro che rotolare, senza più freni, verso qualcosa, non mi chiedere verso dove che già ho i miei problemi con un “Pe chi?”. Per chi la Casa Stregata ecc? Ora ti rispondo. Per cosa. La risposta è per-cosa? – era ovvio! Hai mai sentito qualcuno rispondere a una domanda con una risposta? No, intendo rispondre veramente? Ti alzi, ti lavi, mangi, vai al lavoro, ecc. per cosa? Perché ti interessa? Perché ti pagano? Perché ti pagano per dirti cosa fare, cosa dire, cosa pensare? Perché tu li paghi per farti dire cosa fare, cosa dire, cosa pensare? Perché lo fai, perchè continui ad aggirarti in questa Casa Stregata? Per cosa? 

Avevamo una bella casa, una volta, da bambini. Poi siamo cresciuti – anche se non siamo mai cresciuti – e abbiamo lasciato la casa – anche se continuiamo ad abitarla, a vivere con mamma e papà, perché non abbiamo soldi, lavoro, ragioni per farlo, per lasciare questa casa. Perché tanto rimaniamo sempre noi, sempre uguali, ovunque andiamo. Rimaniamo bambini con la casa pagata da Mamy e Papy. Rimaniamo a casa perché la casa Mamy e Papy non ce la pagano. Rimaniamo soli perché un giorno Mamy e Papy non ci sono più anche se ce li abbiamo sempre alle costole, sempre sui fornelli, sempre sotto lo stesso tetto che ci crolla addosso nel suo restare immobile.

Avevamo una bella casa… ma non era poi tanto bella…Oddio, chiamarla addirittura casa… Così ci siamo costruiti il denaro, la passione, l’ambizione, lo spirito altruistico, il volontariato. Ci siamo costruiti la pubblicità per credere in tutto quello che avevamo costruito e che non reggeva, no, niente da fare, è tutto da rifare, non lo vedi che crolla tutto? Crolla tutto sotto il peso inquietante di una stupida, semplice, inutile – sottolineo inutile – domanda: Per chi la Casa Stregata è davvero una casa? Ci siamo venduti e comprati a noi stessi, abbiamo consumato illusioni di fare, di vivere, di abitare una vita nella quale vaghiamo persi in una casa di specchi. Una casa stregata per nulla accogliente, una casa di specchi che moltiplica e disperde i nostri tratti, attratti da qualcosa che deforma e nasconde tutto ciò che abbiamo di fronte. Ce l’abbiamo di fronte o è alle nostre spalle? L’abbiamo superato o è lì davanti a noi? Siamo superati, sorpassati. L’alba è già tramonto, l’Oriente è diventato Occidente. Saimo invasi dai cinesi. Siamo morti, siamo insetti e pesticidi per insetti. Siamo finiti. E questo molto prima che potessimo realizzare che a Oriente sorge il Sole, che a Oriente tutto inizia e che l’Occidente è la fine o forse il compimento di tutto ciò che abbiamo o non abbiamo costruito. Ma costruito per chi? 

Quando entrerete a teatro per vedere uno spettacolo, quando tornerete a casa per fare quelle cose che stanno nel mezzo, quando andrete a letto, quando vi alzerete, quando rotolerete per discese sconnesse, quando vi aggrapperete a una salita chiedetevi per chi. Per chi David Foster Wallace scrisse il racconto che andrete a vedere a teatro? Per chi Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso? David Foster Wallace scrisse questo gioiello per qualcuno che amava, che era il suo amore, e da un atto di amore nasce altro amore che si propaga e si disperde in tutti coloro che in questo amore capitano – E’ capitato! – che in questa storia, in questo viaggio verso Occidente rimangono impantanati. Un racconto scritto negli anni Novanta, ma che parla di una generazione identica a quella dei ventenni, dei trentenni, dei quarantenni, di tutti gli ‘–enni’ di oggi – perché in fondo chi entra in una casa stregata non è altro che il riflesso infinitesimale di un sé stesso che quella casa la abita da sempre. Un testo che come ogni altro racconto che parli del nostro mondo si poteva limitare a descriverlo nella sua solitudine, pochezza e miseria. Come si può parlare della nostra generazione se non come una serie di consumatori già consumati che sono arrivati quando tutto era già bello che scritto, fatto, detto, sentito, risentito, risaputo?

Che dire della nostra incapacità di costruire qualsiasi cosa – figuriamoci una casa, per giunta stregata! C’è davvero qualcuno che possa dire qualcosa a nostro favore? A nostra discolpa sì, chiunque può alzare la mano e dire la qualsiasi e ha tutte le ragioni, ma parlare per noi, a nostro favore? Abbiamo fatto mai qualcosa noi? (Oltre guardare il nostro ombelico o quello degli altri?) Verrebbe da dire che non abbiamo colpe, ma neppure meriti, che in fondo siamo dei cialtroni soddisfatti di essere insoddisfatti e felici di essere infelici. Se stiamo fermi a guardare il Sole sorgere, allora, non c’è niente da fare, è già mezzogiorno, e da un pezzo! 
Ma se guardiamo avanti, verso quest’Occidente che siamo noi – imperialisti, americani dentro? Se rallentiamo per qualche istante, se impantaniamo i nostri meccanismi del per cosa e ci chiediamo per chi facciamo-viviamo le cose, allora, una risposta anche per noi c’è. E non è il silenzio. No, se c’è un per chi la casa stregata è davvero una casa, allora, c’è una meta, un andare, un rotolare fermi, immobili verso un Occidente che ha il suono di una canzone. E lo spettacolo della compagnia Blu Teatro è questa canzone, è la gioia del teatro quando diventa vita, e l’amore che si manifesta nella sua forma più compiuta: la bellezza.

Flaminia Chizzola



martedì 2 dicembre 2014

José Iglesias Gª-Arenal: violentare Facebook

José Iglesias Gª-Arenal: violentare Facebook

PALAZZO LUCARINI CONTEMPORARY
Galleria Cinica
a cura di Carla Capodimonti


 
 
 
 
Sono stringhe di informazioni questa volta concrete.
Stringhe perché di fatto lo sono e informazioni perché materializzate in voluminosi tomi in cui ricercare il filo conduttore di discorsi senza punteggiatura. Conversazioni in cui il punto non trova spazio, ma solo una serie, spesso indeterminata, di punti di sospensione.

Jose Iglesias Gª-Arenal, artista spagnolo, presenta la sua installazione al quinto appuntamento presso Palazzo Lucarini Contemporary di Galleria Cinica, illustrando la sua riflessione sul ruolo dei social network.
 
L’alienazione fisica e mentale che sovente queste nuove sovrastrutture producono, contribuendo ad innalzare castelli, -sontuosi, alti, vertiginosi- in cui la personalità di ognuno si perde e con questa anche il contatto fisico, materiale.

Distruggere l’alienazione e produrre materia. Questa sembra la sfida prodotta dall’artista che scandaglia la sua privacy per proporla allo spettatore. Immagini, parole, discorsi, frasi. Interi pensieri buttati lì, in un angolo della sala, per i più curiosi, dotati anche di una certa risolutezza per tracciare le fila di un discorso per nulla organico.

José annulla la sua privacy, proprio come nei social network, ma questa volta per attuare un processo di denaturalizzazione delle fonti.
Materializzare delle informazioni prodotte sul social network di Facebook per generare contatto. Un contatto che si veicola prima fisicamente e poi per innescare emozioni, emozioni vive – dal vivo.
Le immagini proposte, i testi a disposizione seguono la scia del voyerismo dilagante dei social network, ma questa volta per innescare una fisicità capace di produrre rapporti interpersonali, in grado di fondersi e scontrarsi, prima di tutto col corpo. E così attivare un discorso, fatto di pause, silenzi, interruzioni, per riuscire quindi a ritrovare la valenza di un punto a fine frase.

Violentare facebook nella sua natura più intima, per materializzare uno scambio stricto sensu, attraverso un materiale che in origine occupava spazi del tutto diversi.  
di Caterina Mirijello


Tre Terrieri

 
Tre TerrieriLA FATTORIA POLITICA

Teatro Trastevere
Dal 25 al 30 novembre
diretto e interpretato da
Roberto Di Marco, Fulvio Maura, Angelo Sateriale
 
 
 
 
Portare la politica a teatro in tempi come i nostri non è poi così difficile. Gli elementi principali ci sono tutti: la satira, il grottesco e le dinamiche interne ai rapporti di potere che a tratti sembrerebbero nuovi, per forma e contenuti, ma che in realtà sono farsa già nota ai più. Persino alle galline dell'aia di una fattoria.

Fattoria, ben detto. Lungi da rappresentazioni tediose o seriose, a volte basta proprio poco per mettere in scena la politica, quella nostrana, senza scadere in pantomime che fanno molto show e poco talk.
Vincitore del concorso “Autori nel cassetto, autori sul comò” nel 2013 e premiato come “Migliore Drammaturgia” al Fringe Festival 2014, lo spettacolo Tre Terrieri. La fattoria politica va in scena al Teatro Trastevere dal 25 al 30 novembre.

Un’idea innovativa quella di Roberto Di Marco, Fulvio Maura e Angelo Sateriale. Tre giovani attori che scelgono la satira, quella intelligente, sottile e sagace per far sorridere il pubblico sulle magagne della politica italiana.

Il sipario si apre su una scena contadina dove tre fratelli, alla morte dei genitori si ritrovano a governare la fattoria di famiglia. Ma gestire, assumere decisioni, tenere conto delle esigenze degli abitanti della fattoria è compito ben arduo. Spesso infatti, si incrocia con gli interessi diversi dei tre fratelli. Qualcuno ha più a cuore la fattoria e i suoi animali; qualcuno un po’ meno. E poi come se non bastasse, tra trame oscure, litigi ed equivoci, un telefono che squilla richiama all’ordine, all’equilibrio dei rapporti tra fratelli e governo della fattoria: un uomo senza volto, di cui non si sente nemmeno la voce, chiama dal colle. Ogni volta che i tre fratelli non riescono a governare le galline, c’è chi dall’alto della fattoria impartisce direzioni a cui i tre fratelli non sanno sottrarsi.

Uno spettacolo che ha del geniale e che partendo da una storia “terra terra”, si svela lentamente nella sua vera natura: una satira politica pungente e puntuale. Battute, motti di spirito e analogie di nomi ed eventi che rimandano a ritroso nel tempo e forse nemmeno di tanto, al carattere surreale della politica del Bel Paese.

A episodi scalfiti nella memoria collettiva e tali per cui “se nun se pote” ..far diversamente, tanto vale riderci un po’ su.
Perché di politica si parla, ma con un espediente strepitoso: una lingua inventata che è un ibrido di dialetti comprensibili, quanto basta, per raccontare il grottesco e riflettere sul necessario.   di Linda Tiralongo

Il visitatore





ll visitatore
di Éric-Emmanuel Schmitt

Teatro Quirino
Fino 7 dicembre
Con Alessandro Haber, Alessio Boni, Nicoletta Robello Bracciforti, Alessandro Tedeschi

Scene Carlo De Marino
Costumi Sandra Cardini
regia di Valerio Binasco
 
 
 
 
 
 

Ci sono pagine buie nella storia dell’umanità. Giorni fatti di silenzi e paura in cui comunicare, parlare con l’altro diviene quasi impossibile. Farsi portavoce del non detto, del silenzio diventa un modo per esprimere l’incomunicabilità dell’uomo. Ma dialogare, riponendo una cieca fiducia nelle parole è l’altra direzione che si può scegliere.
E’ questo ciò che sceglie di fare l’opera di Éric-Emmanuel Schmitt, Il visitatore, che la regia di Valerio Binasco porta al Teatro Quirino Vittorio Gassman fino al 7 dicembre.
Una storia universale, quella dell’Uomo che non comprende il dolore e la sofferenza del mondo, raccontata attraverso il dialogo tra l’immanente e il trascendente.
Due menti, una nel mondo, l’altra del mondo che si incontrano casualmente, per parlare della coscienza umana di fronte alle terribili barbarie del Terzo Reich. Sigmund Freud e Dio che dialogano.

Due interpretazioni straordinarie per forza visiva e coinvolgimento emotivo quelle di Alessandro Haber e Alessio Boni.
Nello studio del padre della psicanalisi, un professor Freud ormai anziano e affranto per la figlia Anna portata via da un caporale della Gestapo, solo nel cuore della notte, riceve una visita inaspettata. Uno sconosciuto. Nei panni di un fuggiasco, dai tratti un po’ demenziali e dalla vèrve esilarante, un inconsueto visitatore piomba al 19 di Berggstrasse e riesce a pizzicare le note più nascoste dell’animo dell’uomo di scienza. Una tensione sottile ed intensa quella con cui è imbastito un botta e risposta di domande provocatorie trai i due. La giusta mistura di soliloquio e flussi di coscienza fanno nascere un dialogo talmente veritiero da sembrare reale. Da sembrare possibile che un Dio possa farsi uomo e compiere miracoli anche quando fuori dalla finestra marciano dei nazisti inferociti. Una presenza che sfuma in una visione quasi onirica, quella del visitatore che confonde Freud in quella notte di inverno, in quello studio viennese dove la foga nazista ha buttato per aria libri e ha sepolto speranze. Dove la supponenza e l’arroganza di un ufficiale della Gestapo hanno lasciato nella più completa disperazione un padre. Dove la storia ha preso a ceffoni le certezze dell’uomo di scienza. Dove lo psicanalista si ritrova seduto a rispondere sul suo rapporto con il mondo, sulla fede in un Dio che a tratti castiga e a tratti, come un bambino rimasto solo dentro una casa vuota, cerca con spasmo febbrile.

In scena una commedia sublime raccontata in un non luogo, dove la voce del proprio inconscio prorompe tra quei pochi oggetti rimasti. Creando un’eco come poche. Un’eco di riflessione e umana percezione del mondo che risveglia persino l’inerzia saccente di chi ammette che il male del mondo non sia sradicabile.  di Linda Tiralongo


 

mercoledì 19 novembre 2014

Scatti di Memoria


Scatti di Memoria 
Rwanda 1994-2014

Museo di Roma in Trastevere



Nel ventennale del genocidio che ha colpito la popolazione ruandese, la mostra Scatti di Memoria-Rwanda 1994-2014, visitabile dall’8 ottobre 2014 al 11 gennaio 2015 presso il Museo di Roma in Trastevere, ha voluto testimoniare l’apertura al mondo di un popolo che ha saputo ricostruirsi. Da quelle foto traspare una serenità interiore che porta ad un equilibrio e ad una forza per affrontare il futuro. Nel percorso si vedono volti allegri, pronti a ricominciare ma soprattutto a credere e a sperare . Di notevole impatto emotivo, quelle foto esprimono una sensibilità ed una attenzione tali da incuriosire il visitatore. 

Non solo ma, nella sala espositiva ci sono delle piccole casse acustiche dove si possono udire le voci in lontananza delle donne, ancora appena adolescenti, che raccontano delle violenze e atrocità che hanno subìto in quel terribile periodo.
Angelo Savarese, questa volta in veste di fotografo, ha saputo ancora una volta esprimere al meglio la sua arte, e come nei quadri, in cui la scrittura si sovrappone a tecniche pittoriche di grande rilievo, ha saputo cogliere la gestualità naturale di una persona che si appresta a scrivere. 

Nelle foto ci sono il lavoro, la quotidianità, simboli di una forte volontà di ricominciare, ma in quella sembra che tutto questo venga messo nero su bianco. Il visitatore rimane colpito dall'allegria sui volti di quelle persone, dalla speranza, dalla gioia, dalla voglia di farcela. Le foto costituiscono una finestra sul futuro, sull’ottimismo e sulla vita, dove non c’è posto per la tristezza, la paura i sentimenti negativi.
Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che il percorso testimonia il passaggio tra un periodo drammatico ed un pensiero positivo sul futuro.

Antonella Corradi