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mercoledì 1 maggio 2013

Nagasawa. Ombra Verde


Nagasawa. Ombra Verde
Dal 23 aprile al 15 settembre 2013

MACRO
Sala Enel – via Nizza 138


Al MACRO di Roma prende vita tutta l'espressività dell'arte di Hidetoshi Nagasawa (Tonei,1940) in un nucleo di opere che esplora gli sviluppi più recenti del suo lavoro.

Il Museo di Arte Contemporanea di Roma ospita, infatti, otto opere del grande maestro della scultura internazionale. La mostra occupa parte della Sala Enel, ma si sviluppa anche al di fuori di tale spazio espositivo con l'installazione "Aquila" del 1989, che interagisce con gli spazi esterni del museo, e "Selinute – Dormiveglia" del 2009, esposta nella Hall.

Ciò che appare chiaro fin da una prima occhiata alle opere esposte, è la forte influenza architettonica che le contraddistingue; ogni lavoro dell'artista sembra, infatti, echeggiare un dialogo profondo tra scultura ed architettura, che si fondono insieme sia nell'opera in sé, che nel suo rapportarsi con la mirabile cornice espositiva. Proprio da questa forte componente nasce l'arte di Nagasawa: un'arte volta ad esplorare il concetto di "sospensione", fatta di equilibri di forze, di tecniche architettoniche e della sfida alla "gravità". Ne vengono fuori opere fatte per dare l'impressione di andare oltre le forze della natura e le leggi della fisica, spingendosi fino a raggiungere l'equilibrio. 

Proprio da quest'ultimo concetto nasce la costante compresenza di due poli opposti nelle sculture di Nagasawa: un Oriente ed un Occidente, che dialogano, si contrappongono e partecipano alla definizione delle forme ed all'equilibrio delle parti. Tale compresenza dei due poli rivela, inoltre, le profonde matrici culturali e religiose dell'artista di origine giapponese: nella sua persona convivono, come nelle sue opere, i due opposti poli, in un dialogo continuo tra la tradizione orientale da cui proviene, e lo spirito occidentale da cui è stato adottato, tra misticismo e spiritualità.

Degno di nota è anche il profondo gioco di ombre che si sviluppa tra le opere di Nagasawa, in cui ogni riflesso ed ogni ombra sembrano disposti con cura, quasi scolpiti insieme alle sculture stesse. Grazie a questo accorgimento e alla grande attenzione per la disposizione, appare evidente l'abilità dell'artista nel catturare e relazionarsi con lo spazio espositivo, rendendolo parte dell'opera stessa.

Quest'ultimo, nella sua monumentalità, ospita sette grandi gruppi plastici, realizzati in materiali come marmo, legno e metallo: tra questi colpisce la forte carica spirituale e l'equilibrio degli elementi di "Ombra Verde", opera che rappresenta pienamente tutto il misticismo del suo autore, e che ha il potere di catturare e suscitare una profonda riflessione nell'osservatore; più incentrata sulle dinamiche spaziali e sui giochi di ombre appare invece "Tate no me", scultura in legno di raffinata eleganza e particolare cura; carica di solennità appare, invece, "Epicarmo", che evoca velatamente le fattezze di un tempio, in un dialogo profondo tra la modernità dell'acciaio e l'antichità del marmo; mentre al centro della sala, quasi mescolandosi all'ombra proiettata dagli intensi equilibri di "Yugao-Jole", si innalza "Iride", scultura che riassume tutta la visione di Nagasawa, nel rapporto tra materiali diversi, forme definite e riflessioni spirituali.

La mostra di Nagasawa è la testimonianza fondamentale delle possibilità della scultura contemporanea e la testimonianza del valore di uno dei più grandi artisti dei nostri tempi, nato dalla fusione di Oriente ed Occidente, di architettura e scultura, di forme contrapposte ed equilibri, in un continuo dialogo tra opposti capace di affascinare e far riflettere persone di ogni età.
Luca Virgillito

a cura di Bruno Corà e Aldo Iori
Orario: da martedì a domenica ore 11-19 (sabato ore 11 -22) 
Ingresso: intero non residenti 12,50 €, residenti 11,50 €; ridotto non residenti 10,50 €, residenti 9,50 € 
Info: tel. +39 06671070400; www.museomacro.org





PANE E VINO


PANE E VINO 

Mostra Personale di Graziolina Rotunno
Dal 16 aprile al 5 maggio 2013 


Meravigliosi paesaggi toscani ma anche scene di vita quotidiana nella tenerezza silenziosa e confortevole del focolare familiare. Una mostra che rappresenta un amore senza tempo, quello per la propria Terra. 

Ecco cosa ci racconta Graziolina Rotunno con i dipinti ispirate alla sua infanzia modenese e alle sconfinate campagne toscane. 

Si evince dalle opere la grande cura del dettaglio che Graziolina Rotunno ha riservato a questi trenta piccoli capolavori, tutti realizzati a partire dal 1960.

Infatti dopo una vita trascorsa tra Modena e la Toscane essa si trasferisce a Roma ed è proprio in quel momento che la sua creatività esplode su tela probabilmente perché l’artista ha scelto di riportare alla mente i ricordi di un infanzia felice legata alla terra. 

Possiamo dire che anche l’esperienze cinematografiche , probabilmente, hanno influenzato le sue opere e questo si riflette sulla pittura che è ricca di particolari e di sfumature, ma anche per le inusuali prospettive che assume nel rappresentare i diversi soggetti. 

Si dimostra capace di trasmettere grande energia attraverso le piccole e lunghe pennellate che si succedono ordinatamente sulla tela creando un movimento fluido e mai noioso agli occhi dello spettatore.

L’esistenza ciclica, tipica della dimensione campestre, si riflette sulle sue opere che inquadrano al meglio la vita tranquilla e pacifica dei contadini di inizio ‘900 grazie alla rappresentazione di luoghi e colori che si ripetono ma che non stancano mai. Attraverso il grano che viene mietuto e l’uva che si trasforma in vino ci immedesimiamo in quelle robuste signore così forti eppure così belle che, nonostante tutto il lavoro, ci trasmettono la serenità che si nasconde dietro il lavoro manuale.

La mostra, divisa in due sale, ci racconta due storie diverse, di due famiglie diverse eppure molto simili impegnate giornalmente, nel lavoro del grano e dell’uva; l’artista è capace di regalarci anche il privilegio di conoscere l’intimità più profonda di un giorno di festa o di un semplice giaciglio dove riposare. 

Sembra impossibile che in una città così metropolitana come la capitale i suoi dipinti possano avere ancora un valore poiché sembrano lontani e dimenticati nel tempo, eppure soltanto guardando quei colori si può ritrovare un po’ di serenità avendo l’illusione, per un attimo, di poter lasciare tutto per vivere una vita spensierata a contatto con la natura. 

Carolina Riccardi


Orario di visita: dal lunedi al venerdi dalle 15 alle 19
sabato e domenica dalle 11 alle 19

Ingresso:gratuito
Info:www.casadelcinema.it

Promotori: Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico di Roma Capitale con la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura
Arte e Sport della Regione Lazio

giovedì 28 marzo 2013

SIMONE PELLEGRINI ANDREA SALVATORI

MAGNITUDO 
SIMONE PELLEGRINI ANDREA SALVATORI 



6 aprile – 2 giugno 2013 
Museo d’Arte Contemporanea di Lissone 

In questa mostra, le opere di Simone Pellegrini e Andrea Salvatori sembrano darsi appuntamento, come fossero sopravvissute a un terremoto e ne fossero diretta testimonianza. In Pellegrini i corrugamenti della carta ricordano lo stadio primevo dell’esistenza: smottamenti tellurici ed emersioni in cui le forme e la vita si assestano. L’idea di una terra smossa e scossa ricorre anche in Andrea Salvatori, le sue sculture (non a caso modellate in argilla) sembrano essere state dissotterrate a seguito di un sisma. 

In principio tutto il mondo era liquido, poi «le acque sotto il cielo si raccolsero in un solo luogo» e apparve la terra brulla, primigenia, la stessa che ritroviamo nelle opere di Simone Pellegrini. Sui margini laceri delle sue carte è facile immaginare la risacca del mare, respinta dall’emersione di un’isola che è gialla come la sabbia. Ogni frammento è paragonabile a un tassello geografico che si sedimenta, poco a poco. Procedendo per accumulo, e con lungimiranza, i brandelli trovano la loro unità, il proprio ordine/ordito. Le opere di Pellegrini sono una ripresa e riscoperta continua, in esse non viene mai meno la costante di un ritorno alla sorgente, al pensiero nativo, in cui ogni figura ha un significato simbolico. Le carte lacere dell’artista suggeriscono un divenire senza fine: il loro sviluppo è lineare, come in un ininterrotto fregio della vita. 

Andrea Salvatori scandaglia la creta per ricavarne un’opera in ceramica; metaforizzando la materia prima di cui si serve, l’artista conferisce alle proprie sculture l’aspetto di pesanti (ma pur sempre fragili) pietre, nelle quali sono incastonate – come gemme preziose – delle chincaglierie. Si tratta di banali statuine o di piccoli suppellettili, che Salvatori mette alla berlina, facendosi beffe dello stizzoso Winckelmann allorquando accusava la ceramica d’essere «quasi sempre usata per fare stupide bamboline». Nelle sue ultime sculture l’artista lascia trasparire una certa affezione verso gli oggetti in porcellana o maiolica, che vengono sottoposti a una nuova cottura, in modo tale da “intarsiare” delle grosse zolle di terra-creta. La Porzellankrankheit di Salvatori è equiparabile a uno scavo nostalgico, alla ricerca di chincaglierie sepolte (nel dimenticatoio), sottoposte loro malgrado all’obsolescenza del gusto estetico, così come del consumismo sfrenato della nostra società. 

Simone Pellegrini è nato ad Ancona nel 1972, vive e lavora a Bologna. Ha esposto al Museum Kunstpalast di Dusseldorf, Far di Rimini, Stadtgalerie di Kiel, Museum Biedermann di Donaueschingen, Centro Internazionale per l'Arte Contemporanea di Genazzano, Padiglione Italia della Biennale di Venezia, Museo Villa Wessel di Iserlohn, Galleria Civica di Modena, Musei Civici di Reggio Emilia, Officina delle Arti di Reggio Emilia, Museo d'Arte Contemporanea di Gibellina, National Gallery of Arts di Tirana, Villa Reale di Monza, Antiguo Museo de Bellas Artes de Castellón, Palazzo del Collegio Raffaello di Urbino, Galleria d'Arte Contemporanea di S. Sofia, Trevi Flash Art Museum. Sue opere sono state acquisite del Museo d’Arte Moderna di Bologna e da Palazzo Forti di Verona. 

Andrea Salvatori è nato a Faenza nel 1975, vive e lavora a Solarolo (RA). Ha esposto alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, Castel S. Elmo di Napoli, Campus de Leioa di Bilbao, Castello di Spezzano, Museo del Santo di Padova, Bornholms Kunstmuseum di Denmark, Forte Stella di Porto Ercole, Museo d’Arte Contemporanea di Granara, Loggetta Lombardesca di Ravenna, FAR-Fabbrica Arte di Rimini, Chiostri di Reggio Emilia, Dolomiti Contemporanee-Sospirolo, Castello di Rivara, Museo Nuova Era di Bari, Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna, Museo Carlo Zauli di Faenza, Museo Civici di Imola. Nel 2009 ha vinto il 56° Premio Faenza, Concorso Internazion ale della Ceramica d’Arte Contemporanea organizzato dal MIC di Faenza. 

Museo d’Arte Contemporanea 
Viale Padania 6 (fronte stazione FS) 
20851 Lissone - MB 

PRIMO PIANO 6 aprile – 2 giugno 2013 MAGNITUDO SIMONE PELLEGRINI & ANDREA SALVATORI a cura di Alberto Zanchetta inaugurazione sabato 6 aprile ore 18:00 

INFORMAZIONI www.museolissone.it museo@comune.lissone.mb.it tel. 039 7397368 – 039 2145174 

ORARI Martedì, Mercoledì e Venerdì h 15-19 Giovedì h 15-23; Sabato e Domenica h 10-12 / 15-19 INGRESSO LIBERO

mercoledì 6 marzo 2013

SKYLINE DEI PAPI


Presenta:

SKYLINE DEI PAPI
di Marcello Leotta


Il prossimo 9 marzo sarà linaugurata la mostra fotografica Skyline dei papi del fotografo Marcello Leotta. 

“Osservando la presentazione fotografica di Marcello Leotta si ha immediatamente l'impressione che una città conosciuta e riprodotta in tanti modi come Roma non finisca mai di meravigliarci con le sue infinite varianti e riesca sempre a suscitare un profondo sguardo di ammirazione per le sue ineguagliabili bellezze. 

L'autore di questa ennesima, imprevedibile, serie di visioni di Roma ha cercato con la meticolosità che gli è propria le sue immagini , studiandone preventivamente con cura il punto di vista, scegliendo attentamente l'altezza 'a volo radente' e ottenendo una versione tutta personale di una città da lui abitata e amata immensamente.

Marcello è riuscito nell'intento di restituirci uno specchio inedito di Roma, una serie di panoramiche che innalzano il livello del nostro sguardo, consentendo di dimenticarci, per un momento, di quello che in basso, e più vicino a noi, si agita troppo freneticamente”. Tiziana D’Acchille

Marcello Leotta nasce a Roma nel 1955. La passione per la fotografia si manifesta alla fine degli anni ’70. L’esperienza presso l’Istituto Superiore Conservazione e Restauro di Roma (ex ICR), iniziata nel '77, l'ha spinto verso lo studio e l’approfondimento delle tecniche fotografiche e delle tecnologie connesse. A metà degli anni ’80 si trasferisce in Brasile, lavorando per due anni a contatto con realtà profondamente diverse, sempre nel settore della comunicazione visiva. Con la maturazione professionale dedica larga parte della sua attività alla formazione e alla didattica della fotografia, con esperienze pluriennali nelle Accademie di Belle Arti di Macerata e Roma, nonché in lezioni tenute presso istituzioni (FAO - ISCR) e in workshop privati. L’esperienza espositiva vera e propria si concretizza con la mostra – Skyline dei Papi – e rafforza nell’autore la consapevolezza della fotografia come “incubatore” di idee e progetti inconsueti e non un’attività fine a sé stessa o meramente aggiuntiva.



Orari di apertura al pubblico
martedì-venerdì 13-19.30
sabato 11-13 e 17-20

Info e contatti:
Ecos Gallery - via Giulia 81/a
06.68.80.38.86 - 392.05.19.674 - 349.85.26.319
Tel. + 39 3498526319Mail: info@ecosgallery.com

L’opera di Antoni Tàpies a Roma


dal 5 marzo al 25 maggio 2013 
Contributo critico di Bruno Corà 


A partire dal 4 marzo 2013, si apre a Roma presso gli spazi di Gallerja di via della Lupa 24 (Fontanella Borghese) la mostra di Antoni Tàpies. Dell’artista catalano scomparso un anno fa a Barcelona, saranno esposte una serie di opere comprese tra gli anni 1960 e 2006, che ripropongono la frequente poetica di questo artista che, insieme a Picasso, Miró, Dalí, Gonzales, Gris, Chillida, è senz’altro uno dei più grandi pittori spagnoli del XX secolo. 

Tra le opere in mostra, alcune fanno riferimento al corpo, alla testa, alle mani, ai piedi, soggetto ricorrente nell’iconografia di Tàpies insieme con il segno cruciforme ma anche con oggetti come la finestra o la sedia, chiari richiami antropomorfici. Quasi tutti i lavori esposti sono su carta o cartone e accanto all’impiego d’inchiostri, di matite, nei disegni è presente spesso anche la pittura acrilica, la vernice, il frottage, il collage e la tempera. 

L’arco temporale delle opere in mostra, assai vasto – quasi mezzo secolo –, pone l’osservatore di fronte a momenti molto diversi tra lorodella produzione dell’artista catalano. Nel disegno di Tàpies si evidenzia il gesto e la materia impiegati : significativi sono i disegni Senza titolo, 1960 e il Disegno per il catalogo dell’esposizione Tàpies, 1966, presso Stadler, ma anche Deux volets, 1984 per la radicalità dell’uso della superficie, con pochi decisi segni e cifre che animano da soli quel dittico. 

Non è così frequente in Italia la possibilità di osservare le opere di Tàpies e l’episodio romano, dopo la grande mostra di Prato al Museo Pecci (1997), si presenta dunque come un’occasione di riflessione sul lavoro di un protagonista di grande valore della pittura europea. 

Nato nel 1923 a Barcellona, in Spagna, da una famiglia di librai e politici catalanisti, Tàpies ha il primo contatto con l’arte durante l’adolescenza, in cui osserva le opere di Picasso, Braque, Gris, Mondrian, Brancusi, Duchamp, Miró nella rivista d’arte D’Ací i d’allà (1934. Durante la guerra civile spagnola (1936-1939) studia al liceo e, autodidatta, si dedica al disegno e alla pittura. Negli anni Quaranta, ammalatosi ai polmoni, è curato in vari sanatori mentre si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università dei Barcellona, senza però poter finire gli studi. Continua intanto a dedicarsi alla pittura, mentre legge autori come Nietzsche, Mann, Spengler, Ibsen , Proust, Gide e la filosofia esistenzialista di Sarte; la conoscenza di poeti come Johan Brossa e Johan Prats lo introduce nell’ambiente delle riviste e alcuni suoi disegni vengono pubblicati su Destino, Nel 1948 espone con Brossa, Cuixart, Tharrats e Puig, fondando la rivista Dau al Set. Si interessa la Surrealismo e alla psicoanalisi e conosce Miró. Nel 1950 fa la sua prima mostra personale alla Galleria Laietanes di Barcellona. 

Con una borsa di studio si sottrae alla situazione politica del franchismo e compie un viaggio a Parigi, cominciando invece a interessarsi al marxismo e visitando Picasso che incontra insieme a Zervos e Sabartés (1951). Dopo aver esposto alla Biennale di Venezia (19562) e al Carnegie Institute di Pittsburgh viaggia a New York, dove espone nella galleria di Martha Jackson e dove incontra la comunità artistica statunitense. Nel 1954 sposa Teresa Barba Fàbregas, con cui trascorrerà il resto della sua vita. Il suo lavoro trova interesse e si espande in tutta Europa partecipando a molte rassegne internazionali. Nel 1956 gli nasce il figlio Antoni e nel 1958 la figlia Chiara. Durante tutti gli anni Cinquanta e metà anni Sessanta la sua opera è invitata nelle edizioni della Biennale di Venezia e di Documenta a Kassel, nonché nei maggiori musei del mondo. Durante il franchismo partecipa a una riunione degli studenti e degli intellettuali che discutono la costituzione del primo sindacato universitario democratico e per questo viene arrestato e condannato al pagamento di un’ammenda. Nel 1967 esce la sua prima monografia italiana a cura di Giuseppe Gatt, con saggi di Argan, Barilli, Calvesi, Menna, Ponente, Tomassoni. Trascorso il franchismo, negli anni Ottanta il re Juan Carlos I gli conferisce la Medaglia d’oro di belle arti e il Royal College of Art di Londra la laurea honoris causa. Nel 1983 realizza il monumento a Picasso a Barcellona per incarico pubblico della città. L’anno successivo istituisce la Fondació Antoni Tàpies, mentre continua a realizzare mostre personali nelle maggiori capitali europee e nel resto del mondo. Gli innumerevoli premi e riconoscimenti ricevuto ne fanno uno degli artisti più noti internazionalmente e la sua opera è presente in mostre, in musei, ovunque. Nel 1990 in Giappone riceve il premio dell’Imperatore per la pittura. Nel 1997 il Centro per l’Arte contemporanea di Prato gli dedica una mostra retrospettiva di vasto respiro storico. La Galleria Lelong, in Francia e negli USA, ne cura assiduamente l’attività con mostre e proposte in vari paesi oltre che nelle proprie sedi. Il 6 febbraio 2012 Tàpies, all’età di 89 anni si spegne a Barcellona. 

dal 5 marzo al 25 maggio 2013 Contributo critico di Bruno Corà 

Via della Lupa 24 (Fontanella Borghese) 
00186 Roma 
tel/fax +39.06.68801662
 info@gallerja.it www.gallerja.it 

lunedì 25 febbraio 2013

Alighiero Boetti a Roma


MAXXI
23 gennaio – 6 ottobre 2013 
a cura di Luigia Lonardelli 
Galleria 4

Una mostra per raccontare il rapporto tra un artista insofferente alle definizioni e una città che diventa per lui trampolino per l’ignoto e ispirazione per nuovi percorsi creativi, Roma.

“Alighiero Boetti a Roma”, è un evento unico in cui il MAXXI racconta la storia di “Alì Ghiero, il beduino in transito, accampato accanto al Pantheon”. L’artista, nato a Torino, si trasferisce in quella che il suo amico Francesco Clemente definirà “la porta dell’Oriente” nel 1972, il suo studio è vicino al Pantheon. Trenta opere, molte inedite o raramente esposte, che raccontano una stagione creativa straordinaria, alla ricerca di una identità e alla scoperta di mondi lontani e affascinanti. La mostra prende in esame in particolare il rapporto che ha legato Boetti a Roma, come la comunità degli artisti della capitale sia stata influenzata dalla sua personalità e come i suoi rapporti con l’Oriente siano stati fondamentali per il riemergere di una nuova sensibilità coloristica nel corso degli anni Ottanta. Nelle sue opere, dai famosi arazzi con le carte geografiche agli esperimenti con i materiali mimetici o con i colori industriali (in mostra, ad esempio, si può ammirare Rosso Palermo 511 52 27) si ha sempre l’impressione di un artista in continuo contatto contrastato con la realtà che lo circonda. La mostra sottolinea inoltre le connessioni, gli intrecci e le risonanze fra l’opera dell’artista e quelle di Francesco Clemente e Luigi Ontani di cui verranno esposti una serie di lavori in dialogo con quelli di Boetti, indagando per la prima volta le relazioni tra le loro opere, che ridefiniscono il panorama di vitalità e di esuberanza creativa che investe la generazione degli anni Settanta.

“Boetti, Ontani e io eravamo a Roma perché non volevamo essere altrove. Cercavamo un non luogo”, raccontò Francesco Clemente di cui sono presenti alcune opere nella mostra al Maxxi, come il Ritratto di Foucault, e di foto sovrapposte a paesaggi indiani di Luigi Ontani. L’Oriente e l’India in particolare ha esercitato un grande fascino su tutti e tre. Nelle opere e soprattutto nella vita di Boetti è stato importante anche un viaggio fortuito che lo farà innamorare dell’Afganistan. Di questa esperienza rimane una forte traccia nella produzione dei suoi famosi arazzi, manufatto tipico del Medio Oriente, ma tessuto con nuovi linguaggi. Per Boetti, appassionato di musica e di scienza, Roma rappresenta la rivelazione del colore e guardando Faccine si può scoprire una tavola periodica delle emozioni, una costruzione a nido d’ape di sentimenti, ogni riquadro esagonale ha un suo colore e carattere esaltati da segni geometrici. Il mondo da decifrare sembra essere un cruccio dell’autore e guardando lo splendido e coloratissimo arazzo Tutto abbiamo l’impressione di un sovrapporsi di immagini che la mente fatica a riconoscere e di certo non può contenere in una sola occhiata. Le opere, a partire dagli anni ’80, si popolano di animali e la natura prende una posizione sempre più rilevante. Le parole del matematico e filosofo Whitehead ispirano l’opera La natura è una faccenda ottusa, suddivisa simmetricamente dalla sagoma della testa dell’artista in alto e in basso a racchiudere delle immagini di animali, perché come scriverà Boetti “è lo sguardo mentale umano a voler cogliere (nella natura) colori, profumi bellezze”.

Nell’arte di Boetti si avverte un forte senso di travaglio interiore, espresso con l’attrazione verso un dualismo che lo porta a firmarsi anche come Alighiero & Boetti. Opere come Clessidra, cerniera e viceversa o Sentire una pietra di notte spaccarsi in due raccontano di una volontà di percepire il reale che si attua in modo doloroso nelle sensazioni dell’artista. L’uomo si trova di fronte al mondo solo con la sua capacità percettiva, sintetizzata in tutta la sua fisica drammaticità nella scritta, realizzata forando il foglio, “i vedenti”.
adele giacoia

Per info: www.fondazionemaxxi.it

Dracula e il mito dei vampiri


23 novembre 2012 - 24 marzo 2013 


Dal 23 novembre 2012 al 24 marzo 2013 la Triennale di Milano presenta la mostra dedicata a una delle leggende antiche più articolate e suggestive: “Dracula e il mito dei vampiri”. La mostra - ideata, prodotta e organizzata da Alef-cultural project management in partnership con La Triennale di Milano e in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum di Vienna - con circa 100 opere tra dipinti, incisioni, disegni, documenti, oggetti storici, costumi di scena e video - affronta e indaga la figura del vampiro per antonomasia, partendo dalla dimensione storica per procedere alla trasfigurazione letteraria, fino ad arrivare alla trasposizione cinematografica e, infine, alle implicazioni sociologiche del mito di Dracula. Un vero e proprio viaggio nel mondo vampiresco che, al contempo, analizza il contesto storico e quello contemporaneo, passando in rassegna oggetti d’epoca e design dei nostri giorni, miti antichi e divi di oggi. 

Nel 1912 muore Bram Stoker, lo scrittore che, nel 1897, pubblicò il romanzo “Dracula”. Il mondo celebra il centenario della sua scomparsa con una serie di importanti eventi. La mostra è quindi un’occasione per rendere omaggio alla creatura letteraria del romanziere irlandese: Dracula, l’immortale vampiro, principe della notte, antesignano di una lunga serie di emuli più o meno fascinosi. La figura del vampiro, a partire dai suoi più lontani trascorsi folklorici e medievali, ha conosciuto infatti uno sviluppo straordinario entro la cultura illuministica, romantica e contemporanea, per culminare oggi nella saga di Twilight e in una sorta di “vampiromania” che continua a sedurre adolescenti e non solo. Capire perché il vampiro sia comparso improvvisamente sulla scena dell’immaginario europeo nel Settecento per non uscirne mai più, rileggere per immagini il Dracula di Bram Stoker, pensare a Dracula guardando a tutto quanto è stato prodotto dopo Bram Stoker, ma anche conoscere Dracula prima di Bram Stoker: questo l’intento della mostra. 

Le diverse declinazioni del fenomeno del vampirismo sono quindi affrontate in tre sezioni principali: “La realtà dietro il mito”, a cura di Margot Rauch, conservatrice del Kunsthistorisches Museum di Vienna, da cui provengono una serie di eccezionali documenti storici e opere tra le quali il primo ritratto del conte Vlad, figura storicamente esistita nel XV secolo e associata a quella leggendaria di Dracula; “Bram Stoker: Dracula” in collaborazione con la Bram Stoker Estate, che propone una riflessione sul vampirismo nell’ambito letterario con particolare attenzione all’opera di Stoker approfondita attraverso taccuini e documenti del romanziere esposti per la prima volta in Italia; “Morire di luce: il cinema e i vampiri” a cura del critico cinematografico Gianni Canova che, attraverso una serie di videoproiezioni ci immerge nella storia del vampirismo sul grande schermo, dalle prime pellicole in bianco e nero degli inizi del Novecento fino alle saghe degli ultimi anni. Particolare attenzione è rivolta al “Bram Stoker’s Dracula” (1992) di Francis Ford Coppola, di cui sono presentati per la prima volta in Italia alcuni storyboards e la sceneggiatura originale. Per l’occasione si presenta al pubblico anche l’armatura indossata da Gary Oldman - su disegno della costume designer Ishioka Eiko - eccezionalmente ricostruita dai produttori hollywoodiani dell’originale. 

La mostra è arricchita, poi, da due interessanti variazioni sul tema. La storica del costume Giulia Mafai offre un’interpretazione originale dell’identità del vampiro e, in particolare, della donna vampiro. Splendidi abiti di scena offrono un particolare sguardo sulla figura della “Donna vamp”, creatura che al vampiro al femminile - incarnato storicamente da Elizabeth Bathory e letterariamente da Carmilla - sovrappone il concetto di donna che distrugge attraverso il potere della seduzione. 

Un’affascinante divagazione nel mondo della moda è quella che nasce dalla collaborazione con L’Uomo Vogue che presenta una selezione di riferimenti fashion al mondo degli un-deads attraverso le immagini di brand che hanno adottato lo stile dei vampiri divenendo cultori del genere: da Comme des Garçons, a John Galliano, da Alexander McQueen a Rick Owens fino alla recente interpretazione di Prada. 

Il costume e la moda aprono le porte al “Design del Vampiro” attraverso un racconto per immagini delle dimore e dei luoghi frequentati dal re della notte, con una riflessione sul ruolo di Dracula come “costruttore di città” firmata dall’architetto Italo Rota. 

Completa il percorso dell’esposizione uno speciale omaggio dedicato a Guido Crepax. In mostra diciotto disegni inediti che illustrano l’incontro tra Dracula e Valentina, una delle sue più celebri creature. 

L’allestimento si avvale di ricostruzioni scenografiche e suggestive proiezioni per accompagnare il visitatore verso un’esperienza emozionale alla scoperta dell’affascinante universo degli un-deads. Un’iniziativa di profondo valore è quella promossa insieme all’Avis, Associazione Volontari Italiani Sangue, che - in occasione dell’esposizione “Dracula e il mito dei vampiri” - farà conoscere le sue attività e sensibilizzerà il pubblico ai valori del dono e della solidarietà. 

Catalogo Skira

mercoledì 20 febbraio 2013

Roy Lichtenstein alla Tate Modern di Londra



La Tate Modern accoglie Roy Lichtestein nei suoi giganteschi spazi. Circa 125 opere tra pitture e sculture, in cui si ritorna a riflettere sulle sue immagini, le sue linee e i suoi colori. Una primavera accompagnata da questo esponente della Pop Art fino al 27 Maggio. 

















lunedì 18 febbraio 2013

VITALI SENSI

VITALI SENSI


23 febbraio - 10 marzo 2013
a cura di Miriam Castelnuovo
Museo Crocetti - via Cassia 492, RM

Ingresso libero

Non solo la vista, ma tutti e cinque i sensi sono i protagonisti della mostra Vitali Sensi a cura di Miriam Castelnuovo dal 23 febbraio al 10 marzo al Museo Crocetti di Roma in via Cassia, 492. I sensi, attraverso la selezione dei lavori in esposizione, risultano come il termometro con il quale misurare “gli alti e i bassi” dell'esistenza umana nel suo vivere quotidiano. 

La mostra raccoglie opere di pittura, fotografia e scultura di 11 artisti: Francesca Bonanni, Floriana Cason, Valentina de Martini, Olga Donati, Sidival Fila, Natalia Gambino, Ana Maria Laurent, Francesco Petrone, Andrea Pacanowski, Alfredo Rapetti Mogol e Paola Romoli Venturi.

Vista, udito, olfatto, tatto e gusto sono rappresentati attraverso il lavoro di ogni artista, come risultato di emozioni, stimoli e assonanze. I cinque sensi si dipanano da una matassa, da un groviglio esasperato di sentimenti in divenire, senza che ne sia possibile rintracciarne un principio e una fine. Di questi Vitali Sensi è fatta ogni esistenza, sono sentimenti che non è possibile ascoltare, né assaggiare; non si vedono e non si toccano, ma tuttavia sono capaci di stravolgere ogni cosa.
Il catalogo è a cura di Miriam Castelnuovo con la presentazione di Claudio Strinati. 

L’ingresso alla mostra è gratuito nei giorni di apertura del museo, per l’inaugurazione del 23 febbraio alle ore 18.00 sono previste varie attività.
Il senso della vista, oltre che dalle opere esposte, sarà stimolato da Stefania Ugatti, Presidente dell'Associazione Culturale L'art re pazz‘ che, in collaborazione con Dof Consulting e dietro il coordinamento di Miriam Castelnuovo, Presidente dell'Associazione I Quattro Colori Primari, darà luogo alla sperimentazione Voi vedete ciò che gli altri non vedono. L'arte raccontata dal pubblico.

Alle 19.00 Paola Romoli Venturi, artista e performer con 3 Minuti performance il gioco stimolerà, insieme agli altri sensi, l'udito dei visitatori. Ad attivare il senso del gusto ci sarà la degustazione “come l'acqua per il cioccolato” che ha come protagonisti il cioccolato offerto da Don Coch e i vini dell’Enoteca Bernabei.
Il catalogo della mostra contiene per il tatto una poesia di Vitali Sensi tradotta anche in alfabeto braille. È dedicata invece all’olfatto, una delle poesie all'interno del catalogo stampata su carta profumata, la cui fragranza è stata offerta da Muzio di Via Nitti.


Dal Catalogo - Introduzione a cura di Miriam Castelnuovo


Vista, udito, olfatto, tatto, gusto sono i sensi canonici che nel mio immaginario vedo dipanarsi da una matassa unica e che sciolti da un groviglio eccentrico, si effondono in differenti sentimenti in divenire. Questi i vitali sensi, come fossero il termometro con il quale misurare “gli alti e i bassi” dell'esistenza umana nel suo vivere quotidiano, quelli che non sempre abbiamo tempo di ascoltare, dimenticando che da essi è possibile trarne il nutrimento capace di appagare i nostri vuoti. Talvolta passano inosservati e non si vedono, eppure sono capaci di stravolgere i nostri abituali comportamenti toccandoci proprio lì, in fondo all'animo. Emozioni di cui sono fatte le nostre vite, senza che se ne possa mai venire a capo in modo razionale e nemmeno ad un fine, che si possa definire compiuto. Non in questa mostra almeno. Non attraverso le opere di questi 11 artisti, dove quel che sono capaci di esprimere attraverso il proprio lavoro, non è categorizzabile una volta per tutte, né per stile, né per soggetto, né interpretabile da una sola emozione. 


La mostra è patrocinata dalla Regione Lazio, dal Comune di Roma e dal XX Municipio Assessorato Cultura e Sport di Roma, dalla Comunità Ebraica di Roma, dal Museo Ebraico di Roma, e coadiuvato dal supporto di Giuseppe Ariano Manager Culturale, Direzione Generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e di Stefania Ugatti Presidente dell'Associazione Culturale L'Art re pazz’ in collaborazione con Dof Consulting.


Museo Crocetti
via Cassia, 492 – Roma
Da sabato 23 febbraio 2013 alle ore 18.00 a domenica 10 marzo
lunedì, giovedì e venerdì 11-13 e 15-19
sabato e domenica 11-18
martedì e mercoledì chiuso

FRANCO GUERZONI

 
A PALAZZO PITTI

L’artista emiliano terrà una mostra personale, nelle stanze dell’Andito degli Angiolini di Palazzo Pitti a partire da febbraio 2013, dal suggestivo titolo “La parete dimenticata”, curata da Pier Giovanni Castagnoli e Fabrizio D’Amico.

“La parete dimenticata” è il titolo, tanto evocativo quanto rivelatore, dell'esposizione di opere di Franco Guerzoni, che si terrà nelle stanze dell'Andito degli Angiolini, a Palazzo Pitti di Firenze dal 23 febbraio al 7 aprile 2013. 

Franco Guerzoni è nato nel 1948 a Modena, dove vive e lavora. Fin dai primi anni '70, nel clima del concettualismo allora imperante, si dedica alla ricerca dei sistemi di rappresentazione dell’immagine attraverso l’uso del mezzo fotografico, prestando grande attenzione al mondo archeologico.

Risale ai primi anni ‘80 la svolta artistica che lo vede impegnato nella realizzazione di grandi carte parietali gessose. Alla fine del decennio Guerzoni approda a una ricerca sulla superficie intesa come profondità, che dà luogo a grandi cicli di opere quali Decorazioni e rovine, presentate alla Biennale di Venezia del '90, e Restauri provvisori, in mostra alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna. Nel 2006 dieci opere di Guerzoni, quattro delle quali visibili nella mostra di Palazzo Pitti, vengono acquisite dalla GAM di Torino.

Passata al vaglio della Commissione per l’arte contemporanea, commissione composta dal Soprintendente, dalla Direzione della Galleria d’arte moderna e da esperti esterni al Polo ma attivi nell’ambito di pubbliche istituzioni fiorentine, la mostra di Franco Guerzoni si apre ad un dialogo oggi più che mai necessario tra il museo e il contemporaneo, trovando negli ambienti dell’Andito degli Angiolini, il luogo ideale per interagire con i variegati linguaggi formali dell’artista.

“Il mio legame con Firenze – dice Guerzoni – è di lunga data. Già durante i primi anni ’80 sono stato ospite più volte della Villa Romana, anche se la frequentavo sin dalla fine degli anni ’60. E ogni volta che mettevo piede in città mi pervadeva una meraviglia assoluta. Con Palazzo Pitti – continua l’artista – ho un legame devozionale e so già che proverò un piccolo brivido nell’entrarvi non più da visitatore ma da artista che vi espone proprie opere. Anche per questo ringrazio la Soprintendenza di Firenze, città con cui ho solidarizzato anche nei momenti di grande tensione e nella quale ho incontrato tanti amici per la vita, sia tra gli esperti di arte classica, sia tra quelli più vicini alle espressioni contemporanee”.

Curata da Pier Giovanni Castagnoli e Fabrizio D'Amico, la mostra è incentrata sui risultati dell'ultimo decennio dell’esperienza dell’artista, che ha aggiunto un nuovo e corposo capitolo al ricco e variegato romanzo per figure che Guerzoni ha via via creato sui temi dell'usura del tempo, delle rovine, delle archeologie, delle tracce della memoria.

Questo viaggio nella pittura si è svolto in cicli che hanno preso il nome di: “Affreschi” (1972), “Carte di viaggio” (1982), “Decorazioni e rovine” (1990), ”Sipari”(2001), “Antichi tracciati” (2006), per approdare infine a quelli rappresentati in questa mostra in opere come: “Iconoclasta” (2007), “Impossibili restauri” (2010) e “Strappi d'affresco” (2012).

Come in un contrappunto ai dipinti degli anni più recenti, la mostra avvicina una selezione di opere storiche risalenti agli anni Settanta, quando ancora Guerzoni ricorreva all'utilizzo di fotografie nel suo lavoro. Nascono da tali accostamenti molteplici suggestioni di lettura, utili ad indagare opere e tempi, e con esse, la certificazione di una continuità di ispirazione e di propositi che lega tenacemente tra loro stagioni di ricerca assai lontane, nel nome di una saldissima identità poetica.

Oltre alle opere esistenti, la mostra presenta tre lavori eseguiti per l'occasione, ispirati agli spazi espositivi, che lo stesso Guerzoni definisce “tre dediche a Palazzo Pitti”: si tratta di un doppio, grande Strappo d’affresco, che rimanda alla sottostante parete, arricchito da un pendolo che ne tiene in movimento l'immagine; nell’ultima stanza del percorso espositivo il visitatore scoprirà il Museo ideale, gruppo di piccole grotte dove l'uso della carta diventa scultura.

Dice Pier Giovanni Castagnoli: “La mostra a Palazzo Pitti evidenzia ed esalta, nella sua brevità, il nocciolo fondante e più tenacemente resistente della visione dell’autore e la sua singolarità: l’arte come restituzione di memoria che produce e avvalora il presente, e l'esercizio della pittura come scavo e rivelazione del corpo attivo della superficie, nella sua inesauribile facoltà generativa”.

Accompagnerà l'esposizione, un volume edito da Skira, che conterrà, oltre agli scritti dei curatori, un testo letterario di Pietro Cesare Marani; riproduzioni delle opere in mostra e un ricco repertorio di immagini relative al lavoro di Guerzoni. 


Franco Guerzoni, “La parete dimenticata”
Firenze • Palazzo Pitti, Andito degli Angiolini, 23/2-7/4/2013

domenica 17 febbraio 2013

IMMAGINARIO


Mostra 

MARCO TIRELLI 
IMMAGINARIO 
a cura di Ludovico Pratesi 

14 marzo - 5 maggio 2013 
Palazzo Poli, Via Poli 54, Roma 

Il 13 marzo 2013 si inaugura presso l’Istituto nazionale per la grafica Immaginario, la mostra personale di Marco Tirelli (Roma, 1956) curata da Ludovico Pratesi, che si propone di presentare al pubblico per la prima volta un aspetto inedito della ricerca dell’artista, per costruire una sorta di itinerario verbale e visivo legato alla natura e all’evoluzione del suo processo concettuale e creativo. Il titolo allude a una sorta di deposito di immagini, un archivio dove, per modelli e frammenti, possa entrare il mondo intero, da cui l’artista ricava volta per volta le visioni dei propri dipinti. Una vera e propria wunderkammer privata, che contiene centinaia di soggetti diversi, dagli oggetti d’uso quotidiano alle architetture, dagli animali alle mappe alle geometrie, che invadono come un fiume in piena le sale espositive del Museo. 

Proprio il legame con la storia dell'arte e la notoria distanza dalle mode culturali di Tirelli hanno trovato, nell'ingente patrimonio iconografico dell'Istituto e nella sua identità museale, un eccezionale "archivio visivo" che ha suggestionato e contestualizzato la ricerca dell'artista. Tirelli ha subito il fascino della vicinanza delle matrici incise dai maestri quali Piranesi, Morandi e Carrà e dei fogli di Dȕrer e Rembrandt, non per realizzare altre matrici ma per attingere idealmente da questo "serbatoio d’immagini come fossero all’interno di un grande lago in cui i fiumi del vissuto confluiscono e le immagini sedimentano sul fondo, pronte a riemergere nel momento in cui qualcosa le riattivi. Una nuova esperienza può farle riaffiorare alla superficie del visibile" (Tirelli). 

Lo stesso artista dichiara: "La mia attenzione si focalizza indiscutibilmente su Piranesi, figura con cui credo di avere molte affinità. Lo considero uno dei più grandi artisti del passato, mi ritrovo molto nel suo pensiero, nella sua visione. Piranesi era figlio del suo tempo e dell’idea neoclassica circa l’immutabilità del tempo. Vedeva nella Roma antica l’incarnazione dell’ideale puro, eterno, immutabile. Avrebbe desiderato fissare quella perfezione per poterla perpetuare ... ha comunque vissuto un violento contrasto interiore, combattuto tra l’idea di far rivivere la classicità dell’impero romano come modello di immutabile perfezione, e d’altra parte consapevole che quest’ultima ci sia pervenuta solo in frantumi e rovine, ovvero che il mondo sia soggetto al tempo, alla trasformazione, e dunque alla dissoluzione. Da qui la sua ossessiva catalogazione dei reperti. Come se della perfezione non si potesse far altro che catalogarne brandelli. Piranesi artista tragico." 

“Questa mostra svela un lato nascosto ma fondamentale della ricerca di Tirelli. Una quantità di materiali preziosi e indispensabili per analizzare il processo creativo dell’artista, dalla prima suggestione fino all’opera finita, attraverso una riflessione sulla natura simbolica di ogni immagine scelta per evocare altro da sé, una dimensione onirica e concettuale densa di riferimenti emersi da una realtà trasfigurata” puntualizza Ludovico Pratesi. Disegni di formati diversi, alcuni dei quali saranno destinati alle collezioni dell'Istituto, schizzi, progetti, bozzetti e tavole fotografiche si sviluppano come un flusso continuo nelle sale di Palazzo Poli per svelare infine gli inediti diari dell’artista, ricchissimi di scritti, pensieri, suggestioni, schizzi e impressioni. 

Il catalogo della mostra, edito da GLI ORI, contiene una introduzione di Maria Antonella Fusco, dirigente dell'Istituto nazionale per la grafica, un testo del curatore Ludovico Pratesi e contributi di Claudia Cieri Via e Antonella Renzitti, oltre a una conversazione tra Marco Tirelli e Ludovico Pratesi. 

In mostra anche un video di Raymond Red su Marco Tirelli realizzato per l'edizione 2012 di Crossing Cultures. 

Marco Tirelli nasce nel 1956 a Roma, dove vive e lavora. 
Comincia a esporre già nella seconda metà degli anni settanta, e si segnala la sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1982, invitato da Tommaso Trini nella sezione “Aperto 82”, con una sala personale. 
Seguono numerose mostre personali in Italia e all’estero, e partecipazioni alle Biennali internazionali tra cui la Biennale di San Paolo, la Biennale di Sydney e quella di Parigi; e mostre collettive, tra le quali quelle che si tengono presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, il Castello Colonna di Genazzano, e l’XI Quadriennale di Roma. 
Gli anni novanta si aprono con la mostra all’American Academy di Roma, che pone in dialogo una serie di disegni di Tirelli con alcuni Wall Drawing di Sol LeWitt. Nel 1990 partecipa con una sala personale alla XLIV Biennale di Venezia. Sempre nello stesso anno la Galleria Civica di Modena dedica una mostra al disegno di Tirelli e nel 1992 una personale curata da Flaminio Gualdoni e Walter Guadagnini. 
In questi anni, mantenendo lo studio a Roma, ne allestisce un altro nella campagna vicino Spoleto, dove vive per un lungo periodo. 
Nel 2002 si tiene all’Institut Mathildenhoehe di Darmstadt un’importante mostra antologica dal titolo “Das Universum der Geometrie”, presentata l’anno successivo alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, curata da Giorgio Verzotti. 

Sue opere sono in numerose collezioni di musei internazionali ove ha anche esposto. 

Tra le altre principali mostre personali e collettive: 1979 personale alla Bernier Gallery di Atene; 1984 Galleria L’Attico (dove espone anche nel 1985 e nel 1989); 1985 Annina Nosei, New York (anche nel 1986 e nel 1989); 1989 Galleria Skulima, Berlino; 1991 Galleria Triebold, Basilea e Cellar Gallery, Tokyo; 1992 Galleria Gian Ferrari, Milano; 1995 Otto Gallery, Bologna (e presente a più riprese con mostre personali negli anni successivi), e Galerie Di Meo, Parigi (anche nel 2001 e nel 2006); 1996 Base Gallery, Tokyo (anche nel 2000 e 2011); 1998 Galleria dello Scudo, Verona; 2003 Galleria Fumagalli, Bergamo, e Galleria Marilena Bonomo, Bari; 2006 Kro Art Gallery, Vienna; 2007 “San Lorenzo” Villa Medici, Roma; 2008 Studio Trisorio, Napoli, e Galleria Antonella Cattani, Bolzano (per Manifesta7). 

Le mostre più recenti: nel 2009 “Italia Contemporanea. Officina San Lorenzo” MART, Rovereto; “Excelle con Anselm Kiefer, Fattoria di Celle – Collezione Gori Pistoia. Nel 2010 Anteprima dei nuovi spazi presso il MACRO, Museo di Arte Contemporanea di Roma, e le personali presso Oredaria Arti Contemporanee a Roma, e al Museo di Palazzo Fortuny a Venezia. Partecipa alla mostra “Spazio. Dalle collezioni di arte e architettura del MAXXI”, Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, Roma, all’esposizione della collezione della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma. Nel 2011 partecipa a “TRA - Edge of Becoming”, presso il Museo di Palazzo Fortuny, Venezia, e a “MACROwall: Eighties are Back!”, MACRO, Roma; ed espone nelle mostre personali presso la Galleria Hans Strelow a Dusseldorf e Base Gallery a Tokyo. Nel 2012 espone alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, e tiene una personale nei due padiglioni del MACRO Testaccio – Museo di arte contemporanea di Roma. E’ recente l’invito alla LV Biennale di Venezia 2013. 

NOTIZIE UTILI 
Mostra Marco Tirelli IMMAGINARIO 
A cura di Ludovico Pratesi 
Sede Istituto nazionale per la grafica, Palazzo Poli – Roma, via Poli 54 (Fontana di Trevi) 
Date 14 marzo – 5 maggio 2013 
Ingresso gratuito 
Orario martedì - domenica, ore 10.00 -19.00, chiuso il lunedì 
Le eventuali aperture straordinarie nei giorni festivi saranno in seguito comunicate