giovedì 16 maggio 2013

A U R E


14 e 15 maggio

TeatroPersona
A U R E

Roma, Teatro Vascello

Con Valentina Salerno, Francesco Pennacchia,
Chiara Michelini
regia di Alessandro Serra


Uno spettacolo complesso, all’insegna della percezione e del silenzio. Tre attori, una stanza della memoria e un gioco di luci e contrasti.

La Compagnia TeatroPersona, fondata da Alessandro Serra nel 1999, porta in scena al Teatro Vascello di Roma lo spettacolo “AURE”, ultimo esemplare di una trilogia del silenzio e della memoria. L’opera letteraria che funge da musa ispiratrice è, non a caso, “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust, un’opera che oscilla tra piani temporali e spaziali differenti, tra il piano del reale e quello del sogno. 

“AURE” da questo punto di vista riesce a riprodurre le sensazioni che promanano dal romanzo, quella qualità astratta che deriva dalla densità di simboli e dalla sovrapposizione di una dimensione onirica rispetto a ciò che lo spettatore/lettore vede/legge. Ciò a cui assistiamo non va interpretato con lo strumento del raziocinio, cercando di decodificare una storia, un filo conduttore, ma va fruito abbandonandosi alla percezione di suoni, rumori, contrasti di colore e di luce. 

Questo è un po’ il pregio e il difetto dello spettacolo che poggia tutto sull’intensa interpretazione dei tre attori, in particolar modo sulla bravura delle due donne, Valentina Salerno e Chiara Michelini, che espongono i loro corpi nudi, estraendoli come farfalle dal baco, che agitano convulsamente braccia e gambe, ma sanno anche declinare in dolcezza i loro movimenti. Da notare è l’assenza di dialoghi. I corpi degli attori, protagonisti assoluti, sono chiaramente allenati a dominare il palcoscenico, in linea con la volontà di TeatroPersona di abbracciare i principi della biomeccanica di Mejerchol’d. 

Altrettanto importante è la scenografia, seppure solo come contenitore: ci troviamo in una stanza dalle pareti scure, con tre porte bianche su ciascun lato e un tavolo con un libro, che verrà poi portato via. Lo spazio è stato creato da un’artista con cui la compagnia mostra chiari punti di contatto, Vilhelm Hammershøi, il pittore danese del silenzio, che concepisce l’allestimento in modo tale che il movimento degli attori attraverso di esso sia fluido e veicoli l’idea del tempo. Fondamentali risultano anche le luci, spesso provenienti da fonti naturali come le candele, che sottolineano le curve dei corpi e contribuiscono a creare un’atmosfera di angoscia e inquietudine, non sempre voluta forse. Le musiche scelte per i momenti più poetici, quelle in cui gli attori si sfiorano quasi in contrappunti romantici, si alternano a rumori anche fastidiosi di porte che cigolano o oggetti che si torcono. 

L’impressione che se ne ricava a fine spettacolo è di aver assistito alla messa in scena di un sogno, di un fluire disordinato di ricordi, in cui i pochi agganci alla realtà che ci sembrerebbe di cogliere sono in realtà frammenti di un quadro di cui ci sfugge il significato ultimo. 

Irene Armaro

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