lunedì 17 novembre 2014

Being Norwegian


Being Norwegian
di David Greig

traduzione Elena Arvigo
con Elena Arvigo, Roberto Rustioni
luci e allestimento Paolo Calafiore e Diego Labonia
organizzazione Marianna Caruso
regia Roberto Rustioni

Teatro Vascello
Fino al 23 novembre
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
in coproduzione con Associazione Fattore K.
in collaborazione con Olinda onlus



Gli stereotipi fanno male. Alle idee, alle persone. Ma a volte possono far riflettere tanto sulla condizione umana. A volte ne basta uno, specifico, ma che nel cuore di un teatro riesce a scaldare. Anche se a farlo è una luce fioca. Un tenue bagliore di un sole nei lunghi mesi di inverno norvegese. Una finestra aperta su un appartamento in città, di notte, dove un uomo e una donna si incontrano e si scontrano a colpi di vicendevoli pregiudizi, paure infondate e ombre di introspezione dell’animo.

Being Norwegian, la commedia dello scozzese David Greig approda a Teatro Vascello con un’intensa e lucida interpretazione di Elena Arvigo e Roberto Rustioni e resta in scena fino al 23 novembre.

In scena i due artisti nei panni di Lisa e Sean, due perfetti sconosciuti che si incontrano per caso in un pub e che da quel momento in poi, iniziano ad esplorare e scandagliare l’antropologico contemporaneo fatto di quotidianità ruvida e dura con toni avvincenti.
Il tutto attraverso la lente degli stereotipi identitari e comportamentali che il testo di Greig porta a teatro. 

Essere norvegesi o meno, comprendere quanto un’identità culturale riesca a condizionare le relazioni umane, la vita di un uomo e di una donna qualsiasi nel mondo, in una qualsiasi metropoli, è veramente compito arduo. Un dibattito antropologico profondo forse lontano da una mise teatrale? No. E’ proprio lì che scatta la potenza del teatro. Quella forza che travalica tutto e che a pennellate generose di ironia, delicatezza e storie di vita riesce a raccontare anche di stereotipi culturali e di irrequietezza perenne dell’uomo contemporaneo.

La forza della storia di Lisa e Sean, due sconosciuti che si incontrano in un pub e che ritornano a casa assieme, scomoda persino lo spettatore più incredulo grazie ad un’installazione nuova: non c’è palcoscenico.
Non servirebbe per rivelare verità che si colgono così: aprendo una finestra e osservando cosa avviene in un appartamento caotico, zeppo di scatoloni non ancora disfatti. Non c’è una vera e propria scenografia. C’è direttamente un interno di un’abitazione con un divano rosso, i segni evidenti di un trasloco mai concluso, una radio che nessuno ha voglia di accendere in un angolo. Nessuna barriera tra Lisa e Sean e il loro pubblico.

E’ così che i loro dialoghi, il loro incontro-scontro si accende e poi sfuma dissolvendosi impercettibilmente tra le file degli spettatori. Lì in quella penombra fatta di pulviscolo da luce dei riflettori dove è bello apprezzare “il buio dentro la testa", l’incertezza e l’insicurezza che spesso ci attanagliano, ma che forse come insegnano i Norvegesi non andrebbero viste come limite ma come monito ad agire, costruire, ma soprattutto dialogare con sé e con gli altri.
Linda Tiralongo

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