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giovedì 2 maggio 2013

Habitat - Marco Maria Giuseppe Scifo


Habitat
di
Marco Maria Giuseppe Scifo

Fino al 12 maggio 2013
Z2o | Galleria Sara Zanin
Roma


Uno studio scientifico della Terra, per riconoscere la propria anima e fonderla nel Tutto

A due anni di distanza da Running Glance, la prima personale, Marco Maria Giuseppe Scifo (Augusta, 1977) presenta Habitat, un nuovo ciclo di lavori che pone l’accento sulla ricostruzione e la cura della Terra e le sue intime manifestazioni.

Attraverso uno studio scientifico degli elementi fondamentali del globo (aria, terra, acqua e fuoco), Scifo mette di fronte lo spettatore davanti a un vero e proprio processo di conoscenza che mira a riattivare una capacità di analisi globale sull’esistenza del singolo e della specie. “Ovviamente, c’è anche tutto un ribaltamento: non più l’uomo come centro dell’universo, ma un richiamo all’Ecosofia, in cui l’uomo è parte del tutto” racconta la gallerista e curatore Sara Zanin “Per questo il titolo Habitat: l’ambiente dove vive l’essere umano, l’animale e il cosmo stesso, e quindi proprio dove si riduce la molecola prima, la particella d’unione che è tutta la natura. Allora, le nostre molecole in realtà sono fatte di idrogeno, ossigeno ed acqua, che sono le stesse molecole che fanno parte dell’universo.”

Habitat è un lavoro articolato in tre sale: nella prima troviamo il Globo pentacisdodecaedro, una rappresentazione del globo terrestre posta su un asse a 23 gradi su una tavola in ardesia, dove un piccolo motore riproduce idealmente la rotazione dell’asse terrestre. Il globo è rappresentato in scala 1:200 milioni ed è un poligono con 60 facce, sul quale sono disegnati a matita i cinque continenti. “E’ un po’ un gioco sul confine tra terra e mare, ma anche il nostro limite: se rapportiamo la nostra dimensione a quella del globo, siamo una parte infinitesimale di tutto questo” ci dice Sara Zanin. Una scultura cinetica in cui s’intrecciano i vari orizzonti della natura per portare a galla il concetto di limite tra interno ed esterno, tra noi e il resto: siamo fatti della stessa materia del mondo, eppure ne siamo estranei. Il nostro corpo è composto da idrogeno, ossigeno e azoto che corrispondono ai quattro elementi che animano l’universo.

Tra una sala e l’altra è posta una pedana in legno che ci assicura un posto in prima fila per la seconda opera, MonsGigel, 76 metri cubi d’Etna, un omaggio alla terra di Scifo, la Sicilia. Mons dal latino vuol dire “monte”, e Gibel dall’arabo sempre monte. Un “monte monte” erroneamente interpretato dai siciliani come Monte Gibello, “Monte Bello”. Una storia di stratificazioni e di conquiste riassunta da una tecnica sapiente del disegno: tutta grafite su carta, in cui sono ritratte delle nebulose nel cielo che invitano a percepire diversa dello spazio, un vuoto che ci fa avvicinare all’opera stessa.

Scendiamo dal monte per tuffarci nella sala più grande, con Habitat- Molecolare: due lightbox che rappresentano l’acqua e il concetto di effervescenza.

Composti da due fogli sovrapposti, il primo strato è il disegno a inchiostro dell’onda che s’infrange e delle sue molecole in dissolvenza; il secondo è stato piegato e forato per creare una maggiore profondità. La sfida di Marco è quella della creazione di un’essenza attraverso i mezzi della carta e della luce; la natura umana e quella animale sono uniti in una costellazione di masse molecolari che si spostano nello spazio.

Infine, In Nubilus, la sintesi ultima della mostra. Un landscape proiezioni d’immagini animate che simulano il movimento delle nubi, proiettate su un velo di sale marino.
Il sale che risalata dal fondo, crea questa lucentezza che dà un effetto tridimensionale al tutto. Il paesaggio è in continuo cambiamento, un panta rei d’aria cristallino e brillante.
Le opere, le cornici e persino la pedana allestita sono stati realizzati con prodotti naturali e non trattati, che vanno a sottolineare una volontà d’integrazione totale dell’uomo con la natura, ma anche una critica verso la nostra indifferenza a prenderci cura di essa.

La z2o Galleria è all’attivo dal 2006 da Sara Zanin. Sin dagli esordi, ha proposto un programma espositivo finalizzato alla ricerca e promozione di giovani artisti che utilizzano media diversi, dalla pittura alla fotografia, dalla video-installazione alla performance. Da febbraio 2012 ha spostato la sede del Colosseo a quella nuova di via della Vetrina, zona Piazza Navona. 

Originariamente dedicata ad artisti giovani ed emergenti, la galleria vanta anche grosse collaborazioni con musei come la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il Museo MACRO di Roma, l’ American Academy e l’Accademia d’Ungheria in Roma e la triennale Bovisa di Milano, la collezione Maramotti e la fondazione MAXXI di Roma.

“Gli artisti sono scelti ovviamente per le loro capacità e spesso sono segnalati da curatori importanti ma soprattutto, rispecchiano la mia sensibilità” dichiara Sara Zanin “La galleria si presenta come trampolino di lancio per dare ai giovani artisti la possibilità di farsi conoscere, anche se i tempi sono davvero duri: i musei attuali sono così carenti nella promozione, mentre noi sponsorizziamo e paghiamo anche tutta la produzione delle opere.”

La volontà della galleria e di Sara Zanin si fonde con quella di Scifo: dare risalto alle piccole realtà (un giovane artista, una molecola) per portare alla luce dei grandi messaggi: l’identità dell’uomo con l’universo, di cui un artista emergente si fa carico di un significato superiore. Un’uscita necessaria da una condizione di impotenza e indifferenza che ci pervade da ormai troppo tempo.

Noi siamo un tutto e facciamo parte di una totalità che ci riguarda internamente ed esternamente, attraverso la nostra stessa composizione. Noi siamo quello che ci troviamo davanti. Allora, perché non provare a migliorare le cose? Questo sembra dirci Scifo: un richiamo a portare al di fuori di noi quell’effervescenza che, a guardar bene, è esattamente quella che ci circonda e che spesso non rispettiamo. Un invito a conoscerci e a dirci di volerci più bene, un’Anima Mundi in continuo divenire. Esattamente come noi.

Martina Colelli

Per maggiori informazioni:

mercoledì 24 aprile 2013

God is Her Deejay


Fino al 9 Giugno 2013

God is Her Deejay

Sas Christian & Colin Christian (Stati Uniti) / Afarin Sarajedi (Iran) / Francesca Romana di Nunzio (Italia)
Dorothy Circus Gallery, Roma


Tra terra e cielo, Pop Surrealism e mitologia, le donne si fanno Dio alla Dorothy Circus Gallery

Fin dalla notte dei tempi, dal peccato originale alla contemporaneità, essere donne non è mai stato facile. Poliedriche, complicate, contorte, confuse; ma anche tanto pazienti, forse troppo concilianti e compiacenti. Sempre in lotta contro il mondo, per esprimere la loro vera natura.

La mostra collettiva “God is her Deejay”, presso la Dorothy Circus Gallery, a Campo dè Fiori, offre al suo pubblico le molteplici facce della stessa medaglia: le donne, da sempre le muse (e anche la dannazione) degli artisti di tutti i tempi. 

Dall’Iran agli Stati Uniti, passando per l’Italia, il Dio moderno sceglie come messaggeri artisti con immaginari molto diversi tra loro nel background, nella tecnica e nello stile, che si fanno interpreti di un messaggio e di una visione comune e superiore.

“Le nostre esposizioni mantengono la volontà di uno stile comune, esibendo artisti con una personalità molto forte e precisa” dichiara il curatore Alexandra Mazzanti “God is her Deejay richiama una femminilità che, attraverso la magia della bellezza, porta con sé dei messaggi superiori di pace, armonia ed equilibrio. Sas e Colin espongono l’aspetto forse più denso di questa interpretazione divina, icone di una contemporaneità che aspira a una perfezione in maniera maniacale.”

Colin Christian (Londra, 1964) fa scendere dal cielo sfingi truccate da Barbie, tridimensionali, elettroniche, perfette e bellissime, aliene iridiscenti che ammaliano e conquistano chi le guarda.

Sas Christian (Londra, 1968) unisce l’innocenza ad uno sguardo che buca il cuore, ritraendo bambine irresistibili, ma sofferenti nella conquista della compiutezza estetica. Un tema molto, molto attuale, quello della continua ricerca di un’ideale di bellezza assoluto e artificioso, tra dieta e chirurgia plastica.

Le sculture di Francesca di Nunzio (Roma, 1962) raccontano quello che è il sacrificio del pesce e della carne in maniera tenera, soffice ma incisiva, come solo le donne riescono a fare. Romana, scultrice figurativa, lavora dal 1984 per il cinema e la televisione. Per citare qualche nome: Dario Argento, Rambaldi, Francis Ford Coppola; trasmissioni RAI, fiction e quant’altro. Caschetto sbarazzino, grandi occhi castani, intrigante al punto da chiedersi se, da un momento all’altro, non si trasformi anche lei in una dea primitiva sotto i nostri occhi.

Come approda al Pop Surrealism?
“L’opportunità di seguire questa corrente mi è stata data da Alexandra Mazzanti e tutto il patrimonio lavorativo che finora mi ha visto operativa, trova nella Dorothy Circus Gallery il suo significato. Più leggero, più polidromo, meno drammatico, ma sicuramente surreale. Nel mondo surreale mi trovo benissimo da sempre, sia come soggetti sia come realizzazione, assieme alla gioia di presentarmi ad un mondo nuovo rispetto al quale mi sono confrontata finora. Per quanto il cinema rimarrà sempre la mia passione originaria, nel Pop Surrealism posso coniugare due aspetti a me molto cari: l’antropomorfo e il surreale.”

Per God is her Deejay, Francesca Di Nunzio ha selezionato delle sculture legate alla madre terra e alle sue creature, delle divinità magiche e ricche di fascino. “Narciso sottolinea la mia tendenza alla mitologica surreale; in più, c’è un tocco di magia e di fascino che vira quasi essenzialmente verso il femminile. Credo che il mio Narciso sia l’unico soggetto maschile della manifestazione, ma non è questa la cosa importante: amo le figure androgine e ho sempre lavorato a metà tra l’una e l’altra definizione. In questo settore mi trovo perfettamente collocata perché mi permette di essere me stessa, di giocare al confine tra l’uomo e la donna, tra l’animale e il mitologico.”

“God is her Deejay”: quando realizza le sue opere, utilizza la musica come fonte d’ispirazione? “Durante la scelta dei pezzi da portare a questa mostra, mi divertiva associarvi un pezzo musicale. Ad esempio, “Manemone” è un anemone, però fatto di mani; mentre ci lavoravo mi girava per la testa una canzone, ma-ma-manemone (canticchia e ride). Chissà che non si possa realizzare in futuro dei lavori realmente associati alla musica.”


Afarin Sajedi (Shiraz, 1979), si fa portavoce di una donna d’altri tempi nella serie “Chef offer”, una Lady Macbeth incoronata da utensili da cucina che si offre, appunto, ai commensali. Le sue donne si presentano nude e crude nella loro essenza e Afarin coniuga sapientamente e in maniera inedita un alto realismo del tratto alla realizzazione di volti femminili che insieme svelano e nascondono. 

Le donne di Afarin rappresentano l’emblema della pazienza infinita, e l’artista chiede alle tutte le donne di guardare avanti verso orizzonti a noi sconosciuti.
Per niente intimorita dal caos dell’opening party, Afarin veste abiti tipici della sua terra e sorseggia il suo drink guardandoti dritto negli occhi, con una dolcezza disarmante, come gli angeli delle sue opere.

“Se sei un’artista iraniana donna e ritrai delle donne, diventi subito una femminista, ed io non lo sono” ci dice, un po’ stufa di quest’etichetta “I miei soggetti parlano per gli esseri umani nella loro totalità. Le mie opere non si limitano solo a parlare della costrizione delle donne in Iran, anche se certamente è un tema a me molto vicino (la pratica di visto per l’Italia era stata improvvisamente fermata, dato che si trattava di una visita a un evento d’arte che nel Paese da cui proviene non è ben visto, ndr). Il tema di queste opere non richiama necessariamente la condizione della donna in Iran, anzi: mi sono ispirata a Lady Macbeth per rappresentare il concetto del pasto e del nutrimento.”

Cosa pensa degli altri artisti presenti alla mostra? “Li adoro! Ho avuto già l’occasione di lavorare con Francesca di Nunzio lo scorso Ottobre, è molto creativa e capace e i suoi lavori hanno un impatto emotivo molto forte. Sto cominciando a farmi conoscere in Europa e questo mi piace, amo il confronto con artisti di diversi Peasi, e spero che continui così in futuro.” 

Ancora una volta, la Dorothy Circus Gallery ci regala un’esposizione unica nel suo genere che conquista pubblico, collezionisti e gli stessi artisti in uno scambio osmotico tipico di quest’affascinante corrente.

Martina Colelli

mostra visitata il 20 Aprile 2013
Dorothy Circus Gallery
foto © Courtesy Dorothy Circus Gallery- pictures by Marco Palmieri

Via dei Pettinari, 76 00186 Roma
Open Tuesday, Wednesday, Thursday: 3:30 pm - 7:30 pm 
Friday, Saturday, Sunday 11:30 am - 7:30 pm 
Info: +39 06 68805928 - +39 338 9499432

http://www.dorothycircusgallery.com/

lunedì 15 aprile 2013

Elvio Chiricozzi – Ritroverai le nubi


Elvio Chiricozzi – Ritroverai le nubi
Dal 25 marzo al 10 maggio 2013


Un' opera che apre mille mondi. Un unico atto per fermarsi e perdersi, nella meraviglia delle nuvole.


Occorre che tutto cambi, affinché tutto resti uguale. 
Questo sembra essere il messaggio – e la grande contraddizione – di Elvio Chiricozzi (Viterbo, 1965), artista, poeta, architetto, sognatore.

Ispirato da un verso di Cesare Pavese che recita:
“Ritroverai le nubi / e il canneto, e le voci / come un’ombra di luna./ Ritroverai le parole / oltre la vita breve / e notturna dei giochi, / oltre l’infanzia accesa”

e da un altro capoverso della poetessa contemporanea Mariangela Gualtieri:
“Ciò che non muta / io canto / la nuvola la cima il gambo / l’offerta il dono e la rovina / apparente d’acqua che tracima / di tempesta e di onde”

Chiricozzi approda alla galleria De Crescenzo e Viesti, nel cuore di Roma, presentando una sola opera, sistemata in una stanza bianca, completamente spoglia. Una panchina è posta al centro dello spazio. Di fronte, una tela 2,40 X 4,10 metri, realizzata completamente in grafite, che ritrae due nuvole come protagoniste. L’una sembra sovrastare l’altra, è più grande e maestosa, carica di pioggia, con una lunga coda che s’interrompe. Al contrario, si ha l’impressione che la più piccola l’accolga, paziente e materna. Entrambe si stringono in un abbraccio momentaneo che la prima brezza scioglierà, nella casualità del cielo. Tutto dipenderà dalla direzione del vento, capriccioso e volubile.

Elvio Chiricozzi porta il cielo in una stanza, con un un invito: riapproriarsi delle manifestazioni del mondo, soprattutto di quelle più semplici, come le nuvole che vediamo distrattamente ogni giorno. Attraverso le nubi, Chiricozzi ci porta a riflettere su due concetti opposti: quelli d’impermanenza e imprevedibilità della natura. Il mondo è in continuo cambiamento; ma queste fasi passeggere sono anche la prova che tutto rimane sempre uguale. La vita è governata dalle stesse leggi. Per poter cogliere tutto questo, occorre fermarsi un attimo, volgere lo sguardo in alto e perdersi nel mondo. Smettere di correre per un momento, perché solo così possiamo pensare a chi siamo. Perché dimenticare le nubi, è un po’ come dimenticare se stessi.
Martina Colelli


Elvio Chiricozzi – Ritroverai le nubi
Dal 25 Marzo al 10 maggio 2013
a cura di Alberto Dambruoso e Marco Tonelli

DE CRESCENZO & VIESTI
Via Ferdinando di Savoia 2, Roma
Orario: 11,00/13,00 e 16,00/19,00
Ingresso gratuito
Info: 06/95226414
www.decrescenzoeviesti.com