MAXXI
23 gennaio – 6 ottobre 2013
a cura di Luigia Lonardelli
Galleria 4
Una mostra per raccontare il rapporto tra un artista insofferente alle definizioni e una città che diventa per lui trampolino per l’ignoto e ispirazione per nuovi percorsi creativi, Roma.
“Alighiero Boetti a Roma”, è un evento unico in cui il MAXXI racconta la storia di “Alì Ghiero, il beduino in transito, accampato accanto al Pantheon”. L’artista, nato a Torino, si trasferisce in quella che il suo amico Francesco Clemente definirà “la porta dell’Oriente” nel 1972, il suo studio è vicino al Pantheon. Trenta opere, molte inedite o raramente esposte, che raccontano una stagione creativa straordinaria, alla ricerca di una identità e alla scoperta di mondi lontani e affascinanti. La mostra prende in esame in particolare il rapporto che ha legato Boetti a Roma, come la comunità degli artisti della capitale sia stata influenzata dalla sua personalità e come i suoi rapporti con l’Oriente siano stati fondamentali per il riemergere di una nuova sensibilità coloristica nel corso degli anni Ottanta. Nelle sue opere, dai famosi arazzi con le carte geografiche agli esperimenti con i materiali mimetici o con i colori industriali (in mostra, ad esempio, si può ammirare Rosso Palermo 511 52 27) si ha sempre l’impressione di un artista in continuo contatto contrastato con la realtà che lo circonda. La mostra sottolinea inoltre le connessioni, gli intrecci e le risonanze fra l’opera dell’artista e quelle di Francesco Clemente e Luigi Ontani di cui verranno esposti una serie di lavori in dialogo con quelli di Boetti, indagando per la prima volta le relazioni tra le loro opere, che ridefiniscono il panorama di vitalità e di esuberanza creativa che investe la generazione degli anni Settanta.
“Boetti, Ontani e io eravamo a Roma perché non volevamo essere altrove. Cercavamo un non luogo”, raccontò Francesco Clemente di cui sono presenti alcune opere nella mostra al Maxxi, come il Ritratto di Foucault, e di foto sovrapposte a paesaggi indiani di Luigi Ontani. L’Oriente e l’India in particolare ha esercitato un grande fascino su tutti e tre. Nelle opere e soprattutto nella vita di Boetti è stato importante anche un viaggio fortuito che lo farà innamorare dell’Afganistan. Di questa esperienza rimane una forte traccia nella produzione dei suoi famosi arazzi, manufatto tipico del Medio Oriente, ma tessuto con nuovi linguaggi. Per Boetti, appassionato di musica e di scienza, Roma rappresenta la rivelazione del colore e guardando Faccine si può scoprire una tavola periodica delle emozioni, una costruzione a nido d’ape di sentimenti, ogni riquadro esagonale ha un suo colore e carattere esaltati da segni geometrici. Il mondo da decifrare sembra essere un cruccio dell’autore e guardando lo splendido e coloratissimo arazzo Tutto abbiamo l’impressione di un sovrapporsi di immagini che la mente fatica a riconoscere e di certo non può contenere in una sola occhiata. Le opere, a partire dagli anni ’80, si popolano di animali e la natura prende una posizione sempre più rilevante. Le parole del matematico e filosofo Whitehead ispirano l’opera La natura è una faccenda ottusa, suddivisa simmetricamente dalla sagoma della testa dell’artista in alto e in basso a racchiudere delle immagini di animali, perché come scriverà Boetti “è lo sguardo mentale umano a voler cogliere (nella natura) colori, profumi bellezze”.
Nell’arte di Boetti si avverte un forte senso di travaglio interiore, espresso con l’attrazione verso un dualismo che lo porta a firmarsi anche come Alighiero & Boetti. Opere come Clessidra, cerniera e viceversa o Sentire una pietra di notte spaccarsi in due raccontano di una volontà di percepire il reale che si attua in modo doloroso nelle sensazioni dell’artista. L’uomo si trova di fronte al mondo solo con la sua capacità percettiva, sintetizzata in tutta la sua fisica drammaticità nella scritta, realizzata forando il foglio, “i vedenti”.
adele giacoia
Per info: www.fondazionemaxxi.it




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