mercoledì 13 febbraio 2008

MASSIMO BARTOLINI



"Ho cercato di rendere praticabile l'immaginazione. Sto cercando di rendere praticabile l'immaginazione. Per praticabile intendo poterci portare anche il corpo, nel piano dell'immaginazione intendo




M. Bartolini

Massimo Bartolini nasce a Cecina nel 1962, partecipa a numerose esposizioni italiane ed internazionali, tra cui Manifesta 4 (Francoforte, 2002), la LI e la XLVIII Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia (rispettivamente nel 2005 e nel 1999). Tra le mostre personali troviamo quelle al Museu Serralves - Museu de Arte Contemporanea, Porto, 2007; Ikon Gallery - Ikon Eastside, Birmingham, Gran Bretagna, 2007; GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino, 2005; Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato, 2003; StŠdtisches Museum Abteiberg, Mönchengladbach, Germania, 2003; Forum Kunst Rottweil, Rottweil, Germania, 2000; Casa Masaccio Centro per l’Arte Contemporanea, San Giovanni Valdarno, 1998; Fondazione Teseco per l’Arte, Pisa, 1997.Inoltre, tra le collettive: Où? Scenes du Sud: Espagne, Italie, Portugal, Carrè d’Art – Musée d’Art Contemporain de Nimes, Nimes, Francia, 2007; Ironia Domestica. Uno sguardo curioso tra collezioni private italiane, Museion - Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, Bolzano, 2007; Ecstasy: In and About Altered States, The Museum of Contemporary Art, Los Angeles, USA, 2005.
Bartolini è un artista che definisce e re-interpreta gli spazi, dà loro nuova forma e nuovi significati, creando ambienti inusuali, intrisi di una intensa, suggestiva atmosfera. Le sue opere sono caratterizzate da una costante oscillazione tra percezione e impercettibilità. Elementi dinamici inducono lo spettatore ad una riflessione stilistica, mentre lo proiettano su di un piano quasi metafisico. Attraverso una sorta di distillazione polisensoriale, Bartolini crea spazi antimonumentali, effetti intensi e coinvolgenti che interagiscono con l’ambiente circostante. Elemento principe è la luce: le porte chiuse lasciano intravedere un bagliore sinistro ed affascinante, inquietante ed irresistibile. La luminosità è quasi tangibile, concreta, sensibilmente vera. Tutto è lasciato alla percezione, in un incalzare di elementi dinamici e concretizzati in armonia. Nell’opera Mixing Parfums, per la quale Bartolini riceve nel 200 il Premio per la Giovane Arte Italiana, due ambienti distinti vengono collegati attraverso una luminosa porta girevole, mentre profumi differenti inebriano gli spazi, intrisi di calore e leggerezza. In luoghi apparentemente vuoti si genera una grande forza espressiva, come nelle opere che portano il titolo di Testa, dove si mescolano con trasparenza ingredienti nuovi ed antichi, mentre l’axis mundi, figura ricorrente in Bartolini, unisce idealmente gli elementi. L’opera di Bartolini si inserisce molto bene nel quadro dell’arte contemporanea, dove il conscio rifiuto di canoni estetici occidentali e rinascimentali genera il superamento della comune teoria architettonica, creando una rivoluzione visiva che l’artista rappresenta egregiamente. Così come Piero Della Francesca tentò nel corso della sua vita di rappresentare visivamente l’atmosfera, creando così un unicum nella storia dell’arte, allo stesso modo questo artista crea l’atmosfera nello spazio concreto, attraverso elementi familiari, studiati, plasmati, innalzati a strumenti di pura visione, per giungere allo scopo finale: “ rendere praticabile l’immaginazione”.

SECONDO APPUNTAMENTO CON RADIO ARCADIA 80S


SABATO 1 MARZORADIO ARCADIA - 80s Party



Lian Club - Via degli Enotri 6 (San Lorenzo)ore 23.30 - ingresso libero



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ECCE ROBOT!

rassegna DRAMORAMA – TREallaTERZA

ECCE ROBOT!
di e con Daniele Timpano

CRONACA DI UN'INVASIONE

“Viva Mazinga! Lasciamolo vedere ai bambini, tanto non sarà lui a farli rincretinire.”
[Marco Ferreri]

ispirato liberamente all’opera di Go Nagai musiche originali di Michela Gentili e Natale Romolo ispirate liberamente all’originale colonna sonora di Michiaki Watanabedisegno luci e voce narrante di Marco Fumarola registrazioni audio effettuate presso il Rialto Santambrogio di Romamontaggio audio a cura di Lorenzo Letiziamissaggio di Mario Venuti Mazzidrammaturgia e regia di Daniele Timpano aiuto regia di Valentina Cannizzaro e Marco Fumarolaorganizzazione di Maria Rita Parisiuna produzione di amnesiA vivacE in collaborazione con Armunia Festival Costa degli Etruschi
1- uno spettacolo su Mazinga Z e la "Goldrake generation"

Un attore ricostruisce la trama di un vecchio cartone animato giapponese. Ispirato liberamente all’opera di Go Nagai (Goldrake, Jeeg Robot, Space Robot, Jet Robot, Il Grande Mazinga, Mazinga Z etcetera) lo spettacolo ripercorre per frammenti l’immaginario eroico di una generazione cresciuta davanti alla TV nell'Italia delle stragi, del rapimento di Aldo Moro, delle Brigate Rosse, dell'ascesa di Silvio Berlusconi e delle sue televisioni. Una partitura costruita a partire da ritmi, motivi e singole note delle colonne sonore originali (di Michiaki Watanabe) accompagna musicalmente la parola ed il gesto dell’attore.Tra resoconto delle trame dei singoli episodi dei cartoni giapponesi (con particolare attenzione per la sceneggiatura di Mazinga Z) e ricostruzione storica di un’invasione (quella dei serial nipponici nei palinsesti pubblici e privati, ma anche quella della televisione dentro le nostre teste), lo spettacolo è il divertito e autocritico racconto di una generazione che, ignara di vivere negli anni di piombo, cresceva tra robot d’acciaio.
2- il soggetto di Mazinga Z

Due importanti scienziati, il dottor Kabuto e il dottor Inferno, durante una spedizione archeologica presso l'isola di Rodi, scoprono complessi e letali manufatti meccanici appartenuti all’antica civiltà micenea. Il Dottor Inferno – un tedesco con trascorsi nazisti - decide di servirsene per conquistare il mondo. A difendere la terra sarà Mazinga Z, colosso meccanico costruito dal giapponese Kabuto e dotato di una resistenza e un armamento straordinari. Comincia così la guerra fra le forze del bene e i terribili mostri meccanici inviati dal perfido scienziato. La pace nel mondo e i buoni sentimenti sono nelle mani del giovane pilota di Mazinga: l’unica speranza viene dal Giappone.
3- Note di drammaturgia

Ero bambino, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, quando arrivarono in Italia i "famigerati“ cartoni animati giapponesi. Si gridò subito all'invasione: l'invasione gialla. In principio era Goldrake. “Ho visto un ragazzino cantarlo con grande fierezza e quasi con le lacrime agli occhi”, scriveva un allarmato Silverio Corvisieri sulle colonne di Repubblica, a proposito del celebre brano musicale che accompagnava i titoli di testa del programma: “Si trasforma in un razzo missile/con circuiti di mille valvole/ tra le stelle sprinta e va…". In principio era Goldrake. Ma era solo l'inizio. Di lì a poco sarebbero seguite centinaia di serie televisive animate giapponesi a basso costo: "fatte male", diceva la gente; ma anche e soprattutto violente, diseducative, kitsch, pericolose e incomprensibili”: niente più che biechissimi prodotti di consumo - o almeno così venivano definite da schiere di sciocchi genitori, sciocchi intellettuali, sciocchi opinionisti e sciocchi sociologi dell'epoca. I cartoni animati di maggior successo, e i più criticati, erano quelli di genere robotico, per lo più incentrati su grossi automi meccanici impegnati a difendere la terra dal nemico di turno: culmine di ogni puntata il rituale combattimento del robot buono contro quello cattivo, con l'immancabile annientamento del secondo. Iniziata il 4 aprile del 1978 sulla seconda rete nazionale con Goldrake, l'invasione proseguirà su un’infinità di reti regionali, con particolare, mastodontica, incredibile abbondanza per tutti gli anni ottanta (fino al 1990 le serie animate trasmesse in Italia saranno oltre 350). I serial nipponici erano economicamente molto convenienti: niente di meglio per riempire i palinsesti. Era anche l'Italia delle stragi, del rapimento di Aldo Moro, delle Brigate Rosse e dell'ascesa di Silvio Berlusconi e delle sue televisioni, ma questo io non lo sapevo ancora. Trascorrevo i primi anni, un po' come tutti i miei coetanei, davanti alla Tv dalle 5 alle 7 ore al giorno. Ignaro di trovarmi nel bel mezzo degli anni di piombo, vivevo l'infanzia tra robot d'acciaio. Spigolosi, volenti, sessisti, scorretti, incuranti di qualsiasi bassa considerazione pedagogica (anche perché spesso originariamente non destinati ad una fascia di spettatori under 12, bensì adolescenziale) molti di questi cartoni animati, che sulla carta sembrerebbero essere (e in parte sono davvero) dei semplici sottoprodotti della cultura di massa, sono stati invece miti e modelli di riferimento, occasione di spunti, di traumi, di crescita o viceversa di rimbecillimento per tutta una generazione. Diseducativi? violenti? Pericolosi? Può darsi. D'altronde sono stati loro i nostri veri genitori. Tutto ciò che so, che sento e sono, è cominciato - nel bene o nel male - davanti alla TV.
ESTRATTI DALLA RASSEGNA STAMPA:
Colpisce per una certa sua aguzza stramberia ‘Ecce robot!’ dell’estroso Daniele Timpano, quasi un autoritratto generazionale attraverso Mazinga Zeta a e altri cartoni animati giapponesi: vestito di un’assurda tutina bianca, coi suoi gesti sghembi e i suoi toni deliranti, il giovane attore alterna la compunta ricostruzione di lotte fra mostri meccanici a spiazzanti scorci autobiografici: si ricordano le crociate democratiche e progressiste contro questa invasione televisiva, per concludere che i litigi dei genitori e la solitudine dei figli facevano forse più male.”

Renato Palazzi – Il Sole 24 ore “Fra i personaggi di cui credo che sentiremo parlare sempre più spesso in un prossimo futuro c’è probabilmente il trentunenne Daniele Timpano, una presenza anomala, bizzarra, finora nota soprattutto al pubblico di certi festival. Già tentare di trovare una precisa definizione per Timpano è un’impresa complicata, perché non è propriamente un attore, non è un narratore in senso stretto, non è un performer […] un tipo strambo che non esita a portare in scena i propri pregi e i propri difetti, e intorno ad essi va costruendo un suo personale modello di teatro.[…] credo che Timpano abbia il dono della sgradevolezza, che dal punto di vista teatrale è spesso una ricchezza, non un limite: […] essa ne fa una figura non banale. La sgradevolezza […] riguarda i gesti, le movenze un po’ impacciate e disarmoniche, la recitazione schizzata, ripetitiva, all’apparenza inconcludente. Ma forse riguarda anche la scelta degli argomenti, che hanno qualcosa di provocatorio e vagamente urtante.Nella buffa trattazione si insinuano acri umori autobiografici, ribolle un’intelligenza aguzza che penetra come una trivella nella sensibilità dello spettatore.”

Renato Palazzi – Del teatro.it"[...] a metà strada tra narratore e performer racconta, con una espressività da alcuni definita anarco-dadaista e sicuramente ai limiti del grottesco, la storia di una generazione [...] E' quasi una marionetta Timpano che, con un'ossessività a tratti maniacale, ricrea sulla scena interi episodi della sua sere preferita, Mazinga Z, interpretandone tutti i personaggi [...] la sigla di Michiaki Watanabe cantata da Michela Gentili [...] reinterpretata attraverso la fisicità stralunata dell'autore-attore [...].

Laura Landolfi - Il Manifesto“La violenza, sembra dire Timpano,non è mai nelle storie o nelle favole; semmai è più vicina: dentro casa magari, dove due genitori urlano e un bambino si tappa le orecchie [...] Timpano è un fool travolgente, spiazzante, umorale, uno che si è sfilato già da tempo da generi e categorie. [...] Sorprende, in particolare, che riesca a slittare dal tono grottesco alla denuncia convinta, dalla gag all'autobiografismo più sincero, con così grande precisione e naturalezza. [...] Alcuni saranno respinti dal suo Ecce Robot!, molti lo ameranno.”

Marco Andreoli – Hystrio“…gli anni ’80 resuscitati da Timpano con misurata ironia in una messinscena ondivaga che si muove tra ‘riflessione su’ e ‘rappresentazione di’ quei furiosi incontri con le gesta di Mazinga e soci […] L’aspetto più interessante che restituisce Timpano nel suo spettacolo, frutto del suo essere attore trasversale, dalla gestualità sbrigativa, epigrammatica, sempre significante, è quello strano senso di nostalgia per quell’età di grandi sfide galattiche e di rivoluzioni d’acciaio che […] ci fa solidali con lui. Di bianco vestito, Timpano doppia se stesso quando interpreta in pose plastiche ed eroiche, col solo aiuto di tagli di luce colorata e di una ricca colonna sonora di effetti, le gesta dei suoi beniamini giapponesi, salvo poi trasformarsi in affabulatore […] quando il suo pensiero corre, ribellandosi, ai presunti ‘guasti’ che quella civiltà del piccolo schermo avrebbe, secondo la morale corrente, procurato”.

Enrico Marcotti – Libertà“Rilegge la realtà e le contraddizioni di una generazione ‘senza storia’ attraverso l’invasione dei cartoon giapponesi sulla Tv italiana degli anni ’80. In una divagazione come sempre solitaria, il performer romano ha alternato il linguaggio dei fumetti ai clichè del giornalismo televisivo. Ma soprattutto ha riconfermato il suo talento stralunato, capace di trasformare anche il disagio in uno strumento di irresistibile comicità”.

Giorgia Mordanini – 24 minuti“A coinvolgere non è tanto ciò che dice questo singolare bipede da palcoscenico, quanto quello che lascia intuire attraverso la sua disarticolata gestualità, apparentemente anarchica e invece puntuale, allusiva, irresistibile. […] un’ironia così galoppante e acuta […] lancia in resta come un magico cavaliere, a liberare i pensieri nuovi dalla condanna degli schemi, stanando annichilenti fantasmi e feroci, castranti, creature. […] l’autore guarda dritto in faccia l’infanzia della sua generazione e i miti televisivi sui quali è cresciuta, per consegnare schiettamente le conclusioni del suo studio allo spettatore. […] l’attore in scena trasforma sé stesso in un fumetto nipponico […] mediazione mimica del corpo di Timpano che interpreta 3 o 4 personaggi scattosi e riflessivi, invasati da opprimenti ideali eroici […] L’attore ce li consegna così, nudi nella loro incongruenza e teneramente esilaranti […] La riflessione prende allo stomaco, in mezzo alle risate: ‘sottoprodotti della cultura di massa sono stati invece miti e modelli di riferimento, occasione di spunti, di traumi, di crescita o viceversa di rimbecillimento di tutta una generazione’. Parole di Timpano, da condividere o meno, finchè non lo vedete in scena: lì non c’è dubbio: la pace nel mondo e i buoni sentimenti sono nelle mani di un pugno di schizzati…”

Daniela Pandolfi – dramma.it“Il lavoro è una ricchissima fonte di informazioni sul tema, ricerca attenta e documentata, con una sottile ed arguta analisi dell’Italia che ne venne invasa. […] uso efficace del playback che permette l’asincronia del labiale e della gestualità rispetto alla voce. […] è assolutamente esilarante […] osservare le posizioni stigmatizzate di ciascun personaggio […] in un palco vuoto, con il solo ausilio delle luci ad effetto. […] La narrazione procede con lo stile, caricaturato, dei documentari d’epoca, avvincente nella forma e nel contenuto, carico di descrizioni e riflessioni in rapidissima successione. Impossibile distrarsi […] lungo la surreale descrizione di una vana crociata di genitori ‘papà e mamme uniti contro il maligno catodico nipponico che monopolizza i figli d’occidente’ o durante la citazione di incredibili articoli dell’epoca, patetici testi dai toni apocalittici, che vedono i cartoni giapponesi minare la semplice e banalmente felice vita familiare italiana”.

Donatella Codonesu – teatroteatro.it“Accompagnato da ombre e luci minimali ma efficaci, sullo sfondo di un palco vuoto, trova una straordinaria chiave di ironia corporea che lo rende unico. Capovolge e trasforma quello che potrebbe essere un suo punto debole come un fisico esile, giocando proprio sul paradosso e sul ridicolo che diventano parte di una sofisticata drammaturgia. […] C'è chi lo definisce un dadaista o un futurista. Effettivamente Daniele Timpano sembra assolutamente uscire da un cilindro magico nel suo vivere e interpretare naturalmente l'assurdo. Guarda il mondo dal suo sguardo sincero, vispo e acuto, senza imbottirsi di ideologie. Tutto ciò che dice e che fa gli appartiene visceralmente e per questo arriva al pubblico”.

Alice Calabresi – il cassetto.it“Ha centrato il bersaglio l’astuto e a tratti geniale Daniele Timpano di AmnesiA VivacE […] La messa in scena, agile e senza fronzoli, è tutta giocata sul giovane attore che, con una fisicità elastica, quasi una danza, ripercorre gli episodi salienti della vita del suo eroe d’acciaio e di tutta la mobilitazione sociale e politica contro i valori guerrafondai e mortiferi trasmessi da quei cartoni animati a basso costo […]Il retrogusto acidulo, il senso pratico e il sano cinismo con cui questa storia viene raccontata […] fa assumere una sorta di tono politico a questa piéce”.

Alessia Raccichini – lettera22.it“Un acrobata della drammaturgia guidando il pubblico fra i suoi ricordi, le sue ri-elaborazioni, i suoi pensieri […] Acrobata del senso, che ci conduce dalle brigate rosse alla sigla di Candy Candy, da appunti di cronaca ad approfondimenti sociologici. Acrobata della lingua, che può esplorare ogni tono, ricollegare ambienti distanti, trasformarsi davanti a tutti, scavalcare registri e poi ritornare al pubblico. E poi acrobata del mimo, acrobata della parola e di parola […] mimando tutti i personaggi e seguendo il playback delle proprie voci in rigoroso stile cartoon […] questa ‘super-marionetta’ sorprendente”

Roberta Ferraresi - bisteatrofestival.splinder.com" […] Il lavoro prodotto da Amnesia Vivace si gioca su un doppio registro: da una parte la rivalsa di Timpano, nato e cresciuto con Cartoons giapponesi evidentemente doppiati con una certa grossolanità. L'attore assume posture stilizzate che restituiscono visivamente la trama dei dialoghi di alcuni episodi del cartone, doppiati dalla voce di Timpano rimandata in audio come se provenisse da un qualche recondito luogo interiore. Dall'altra, dicevamo, un'analisi quasi scientifica, con tanto di dati e date, sull'invasione giapponese in tempi di stragi e ascese berlusconiane. Ora Timpano si diverte a scimmiottare altri clichè delle narrazioni odierne, dalle sedie con lampadine romane agli incipit televisivi da inchieste giallistiche ("A Imola, nei giardinetti, i peschi erano in fiore"). A questa volontà a metà tra la decostruzione ironica e il saggio sociologico, trasportata da un corpo marionetta in cui la mobilità degli arti e delle giunture marca una personale cifra d'autore, corrisponde il nocciolo del lavoro: per Timpano i cartoni sono stati, come per molti trentenni di oggi, la sede formativa privilegiata; senza cartoni non sarebbe diventato un attore. La mutazione, o la rimozione che ha colpito anche altri aspetti dei famigerati anni '80, c'è stata e continua a operare."

Lorenzo Donati - Altre Velocità“Ecce Robot! [...] qualcosa è cambiato da quell’arcaico Ecce Homo che Pilato gridava ai Giudei indicando il Cristo accusato di tradimento. Questa volta, infatti, nel banco degli imputati c’è invece Mazinga, famoso cartoon degli anni ‘70 - ‘80 che ha svezzato milioni e milioni di ragazzini in adorazione della Santa Televisione. È uno spettacolo scisso tra rappresentazione e narrazione ironica [...]Timpano entra in scena accompagnato da una musica ispirata all’originale colonna sonora di Michiaki Watanabe [...] poco dopo lo vediamo interpretare tutti i protagonisti del famoso cartoon [...] Lo spettacolo è coloratissimo: ogni personaggio è illuminato da un filtro colorato diverso, e anche se l’attore non si muove mai dal punto in cui si è piazzato lo spettacolo risulta pieno d’azione, mai statico. Le voci registrate poi, accentuano la sensazione di trovarsi di fronte al medium televisivo e il playback sporco, mai preciso ci ricorda quei cartoons dal doppiaggio disastrato, dove si cercava di far rientrare una decina di parole in due movimenti labiali […] L’attore esce di scena e le luci cambiano: un piazzato. E lui, Timpano, rientra con una sedia: la cara e vecchia sedia del narratore. Un narratore particolare direi e per fortuna. Un narratore che si destreggia tra la dovuta ed efficace ricerca documentaristica sui fatti dell’epoca e sul prodotto nipponico (a basso costo) e una drammaturgia dalla prosa a volte poetica che molto spesso fa da contrappunto contenutistico e ironico alla serietà degli argomenti [...] Riesce dunque sempre a ribaltare la situazione in modo ironico, e direi quasi come se il testo fosse stato scritto da un doppio “io”, uno serio e maturo, l’altro divertito e infantile mitomane del super Mazinga [...] l’attore si destreggia tra una recitazione estremamente naturalistica e una caricaturale. Bellissimo inoltre è il momento in cui l’attore si gira di spalle e vediamo che dietro la schiena ha un cerchio rosso: la bandiera del Giappone! [...] In definita: uno spettacolo esilarante, da non perdere."

Anita Miotto – ArsTuaVitaMea[...] Daniele Timpano, solo in scena parla in un playback da vero cartone giapponese: muove solo la bocca. Via via veniamo ri-portati nell’universo di Mazinga e di tanti altri che fanno parte del patrimonio genetico delle generazioni che hanno dai trent’anni in giù. [...] La scenografia è essenziale: una sedia e un gioco di luci (degno di una puntata del miglior cartone giapponese) accompagnano l’attore che gioca con la sua fisicità per condurci in un viaggio attraverso la Storia, i cartoni e la nostra infanzia.Con grande ironia Timpano mette in gioco presunti elementi autobiografici che diventano immediatamente universali facendo sì che lo spettatore si identifichi nel racconto.Le stragi di stato, il rapimento Moro, ma anche il periodo scolastico e la vita in famiglia: una critica alla società fatta attraverso la geniale idea dell’invasione dei “brutti e cattivi” cartoni animati colpevolizzati per anni. [...] Uno spettacolo che centra il punto e che arriva allo spettatore coinvolgendolo dall’inizio alla fine. Fine che è un inedito: l’ultima puntata di Mazinga che sicuramente sazia la curiosità di molti."

Paola Granato – Patablog“[...] La calda voce fuori campo di Marco Fumarola scandisce i ‘tempi televisivi’ e informa sul minutaggio che resta allo scadere dello spettacolo. Le puntate doppiate in tutti i suoi personaggi da Daniele Timpano in pre-produzione sono interpretate dallo stesso sul palco, il quale, caratterizza in una posa fissa i differenti personaggi, sottolineandoli con una luce diversa per ognuno. La stesura drammaturgica di Timpano è come al solito impeccabile, la sua maestria di scrittura tanto quanto autoregistica gli permettono un linguaggio semplice e diretto, decodificato nel segno nel tono e nei tipi. [...] La struttura dello spettacolo alterna alle puntate di Mazinga Z, il racconto di Timpano dell’invasione culturale nipponica iniziata il 4 aprile 1978 in seno a mamma RAI, inesorabilmente proseguita dall’allora fininvest (noncurante del malcontento genitoriale) e completata dalle innumerevoli reti locali. In men che non si dica, i bonari personaggi partoriti da Carosello vengono soppiantati da una valanga di violenza a buon mercato disponibile ad ogni ora nei differenti palinsesti. Il racconto della situazione socio culturale che ne deriva viene intramezzato dai ricordi relativi all’esperienza personale dell’autore. Lui stesso dipinge il quadro di se/solo in compagnia della vivace e accogliente TV. Prende posizione riguardo alla stampa di quel periodo, agli errori di valutazione nell’attribuzione di colpe rispetto alla valenza diseducativa di quei prodotti, e soprattutto prende le difese di un genere bistrattato, demonizzato e strumentalizzato. [...] Gli innumerevoli bambini fratturati nel lanciarsi vicendevolmente i componenti sono vittime solo e soltanto della disattenta sorveglianza dei propri genitori.”
Giorgia Rocchi - Ariafritta

dux in scatola

rassegna DRAMORAMA – TREallaTERZA

dux in scatola
di e con Daniele Timpano

Autobiografia d’oltretomba di Mussolini Benito

uno spettacolo di e con Daniele Timpano collaborazione artistica Valentina Cannizzaro e Gabriele Linaridisegno luci di Marco Fumarolafoto di scena di Valerio Cruciani e Alessandra D'Innelladrammaturgia e regia di Daniele TimpanoOrganizzazione di Maria Rita Parisi Una produzione di amnesiA vivacE In collaborazione con Rialto Santambrogio e UbuSettete - periodico di critica e cultura teatrale
Nella nostra bella Italia, tra le due guerre,fioriva in Italia uno statista meraviglioso:Benito Mussolini.
Facciamo uno sforzo d’immaginazione collettiva: fate conto che sia io. Morto.
Un attore - solo in scena con l’unica compagnia di un baule che viene spacciato come contenente le spoglie mortali di “Mussolini Benito”- racconta in prima persona le rocambolesche vicende del corpo del duce, da Piazzale Loreto nel ’45 alla sepoltura nel cimitero di S.Cassiano di Predappio nel ‘57. Alle avventure post-mortem del cadavere eccellente si intrecciano brani di testi letterarii del Ventennio (Marinetti, Gadda, Malaparte…), luoghi comuni sul fascismo, materiali tra i più disparati provenienti da siti web neofascisti, nel tentativo di tracciare Il percorso di Mussolini nell’immaginario degli italiani, dagli anni del consenso agli anni dei memorabilia nostalgici. L’attore, costretto ad avvicinare la materia da una lontananza cronologica e ideologica immensa, gioca una identificazione posticcia con l’oggetto del suo racconto, parlando sempre in prima persona, come se il suo corpo contenesse la forza criminale del fascismo tra le sue quattro ossa. Una identificazione che è appunto posticcia, visto che in scena non c’è nessun tentativo di rappresentare un personaggio-Mussolini: il duce degli italiani è nel baule, o al limite nella tomba di Predappio. L’assimilazione forzata tra il soggetto (Daniele Timpano: “sinistramente” vivo) e l’oggetto (Mussolini Benito: “destramente” morto) del racconto riconferma la lontananza irriducibile tra due visioni del mondo inconciliabili. Lo spettacolo è stato tra i finalisti del Premio Scenario 2005, dove è stato votato come "migliore spettacolo " dalla “Giuria Ombra” presieduta da Mario Bianchi.
Materia, spunti, riflessioni

Il 29 aprile 1945, i partigiani e il popolo di Milano si danno appuntamento in Piazzale Loreto per festeggiare la morte del duce. Impiccato per i piedi al traliccio di un distributore di benzina, le braccia molli e a penzoloni, il cadavere di Mussolini è il simbolo della vittoria della Resistenza e insieme l’agnello sacrificale che mette fine agli orrori della guerra civile. Lo spettacolo del linciaggio di massa d’un uomo già morto come ingombrante mito di fondazione dell’Italia repubblicana, tale perlomeno lo ha inteso Sergio Luzzatto nel controverso saggio Il corpo del duce (Einaudi, 1998), tra le principali fonti di ispirazione e informazione, insieme a La salma nascosta di Fabio Bonacina (Vaccari, 2004), del progetto. Oggetto di rimozione storica e insieme di morbosa attenzione per storici, giornalisti, rotocalchisti, revisionisti, neofascisti, etc, la morte di Mussolini ha riempito e riempie libri, libelli, pagine web a non finire. Il corpo del duce, in vita “oggetto del desiderio” e dell’ammirazione quasi collettiva di un popolo, in morte è divenuto per alcuni il simbolo d’un mondo di eterni valori che aspetta la resurrezione in terra, per altri un criminale da uccidere milioni di volte o da dimenticare, al centro (oggi più che mai un “centro-destra”) un semplice brav’uomo da compiangere che “Avrà fatto qualche errore ma almeno ci ha provato e i treni arrivavano in orario…”. L’Italiano medio, detto qui con molte semplificazioni, non volendosi vergognare d’esser stato fascista (e non essendo mai stato granché di sinistra), è corso dritto tra le braccia della Democrazia Cristiana. Non volendo vergognarsi d’essere stato democristiano, quello stesso italiano medio è dai primi anni ’90 la base elettorale di Forza Italia. L’impressione, a dir poco non rassicurante, è che questi “italiani medi”, non solo dal Ventennio ma a partire perlomeno dai Cavour e Garibaldi del diciannovesimo secolo e nonostante alfabetizzazione e benessere economico, da allora non siano cambiati affatto. Una materia indubitabilmente complessa, in più ideologicamente ambigua, rischiosa, solitamente distorta da interpretazioni di parte e da passioni (giustamente) non ancora spente. Consapevoli di rischi e limiti che una simile operazione comporta, non intendiamo certo andare alla ricerca di una immagine “oggettiva” e “moderata”, dunque pericolosamente revisionista, del Mussolini “buonanima” (peraltro ci hanno già pensato in molti, a cominciare dal prototipo del revisionismo: Il buonuomo Mussolini di Indro Montanelli, che è del 1947), bensì indagare nelle frattaglie di una rimozione collettiva della memoria, che ci sembra più facilmente tradursi nella feticizzazione del ricordo del duce (i calendari di Mussolini, i gadget in vendita su Internet, quel che si legge sui forum dei siti neofascisti…), molto più raramente in una memoria critica, che condannando il fascismo storico di ieri, senza semplificazioni ideologiche di comodo, condanni necessariamente le sue evoluzioni dal dopoguerra ad oggi.
Tra le principali fonti di ispirazione e informazione dell'opera:
- Sergio Luzzatto, Il corpo del duce (Einaudi, 1998)
- Fabio Bonacina, La salma nascosta (Vaccari, 2004)
- Luisa Passerini, Mussolini Immaginario (Laterza, 1991)
- Domenico Leccisi, Con Mussolini prima e dopo Piazzale Loreto (Settimo Sigillo, 1997)
Note di regia

Dal momento che sono, oltre che l'attore, insieme l'autore e il regista dello spettacolo la mia irresponsabilità politica è immensa. C'è stato già chi ha detto che non si può parlare di queste cose in modo così leggero. Oltre che leggero: ambiguo. C'è chi è arrivato a dire che lo spettacolo sfiora l'apologia di fascismo, qualcun altro addirittura mi ha detto che il modo in cui mescolo le carte può creare degli equivoci, specie in un momento come questo. La realtà è molto più semplice, e più onesta: semplicemente appartengo alla prima generazione per la quale il fascismo non è più neppure una memoria dei genitori. Lo spettacolo è stato un tentativo di riappropriarmi di una materia da cui mi sento generazionalmente escluso. Il Ventennio e la Resistenza io li ho conosciuti da piccolo guardando i documentari Luce in tv, negli stessi anni in cui guardavo i cartoni animati giapponesi e i Western con John Wayne. Da un punto di vista emotivo, non razionale, devo ammettere con grande senso di colpa che per me non c'è differenza tra il fascismo e una puntata del Grande Mazinga: gli alieni cattivi o i robot nazistoidi di Kyashan per me erano sullo stesso piano dei fascisti. Il male assoluto, ma che tutto sommato non esiste. Due cose che fanno parte entrambe dell'immaginario. Il fatto è che siamo tutti malati di immaginario. Il mio è stato un tentativo di squarciare il velo di irrealtà che copre il fascismo - come cosa che è accaduta sessant'anni fa ma poteva anche essere al tempo dei Sumeri - per farne riaffiorare drammaticamente la realtà. Questa irrealtà è sotto gli occhi di tutti: dai nazisti all'acqua di rose de La vita è bella di Benigni agli ultimi libri di Vespa, fino all'uso improprio di celtiche, svastiche e littori negli stadi. Consapevole di questa situazione di partenza, che non è certo motivo di orgoglio ma anzi di profonda preoccupazione, mi sforzo di non prendere una posizione ideologica chiara. Se d'altronde la mia posizione, dallo spettacolo, emergesse espressamente “di sinistra” otterrei l’ascolto e l’approvazione solo degli spettatori “di sinistra”. Così, con una posizione “spavaldamente” ambigua, non ottengo forse la piena approvazione di nessuno, ma conquisto (spero) l’attenzione di tutti. Questo mi pare un dovere prima di tutto etico. il pubblico teatrale è in larga parte di sinistra, specie quello del cosiddetto "teatro di ricerca": se ce la suoniamo e ce la cantiamo tra di noi che senso ha? Nello spettacolo il mio punto di vista è volutamente spiazzante. Sono pienamente Timpano e pienamente Mussolini: siamo in fondo una sola carne. Dico io identificandomi con la salma e pretendo di impietosire il pubblico col racconto del mio corpo appeso a Piazzale Loreto, ma poi introduco anche miei ricordi personali, viaggi nei luoghi menzionati nella storia, slogan neofascisti letti su un muro sotto casa. Soprattutto a Mussolini non somiglio per niente: anche solo guardandomi in scena lo spettatore non può fare una sovrapposizione, come accade nel film Mussolini ultimo atto di Lizzani. Tra Timpano e il duce non c'è alcuna somiglianza. L'autobiografia di Mussolini morto è anche un telo non neutro su cui proiettare l'autobiografia di un giovane trentenne del 2006, che è Daniele Timpano. Ma la proiezione vale anche per gli spettatori. L'italia del 2006 non è certo democratica come vuole credere di se stessa. Ma non solo a causa di Berlusconi e di Alleanza Nazionale o, come dicono quelli della Cdl, dei comunisti che mangiano i bambini. L'italia non è democratica da 150 anni, cioè da quando è stata fatta. Da Garibaldi in poi. La stessa impresa dei mille non è un'impresa altamente democratica: basta pensare ai risvolti militari sulle popolazioni di Sicilia e Calabria. Nello spettacolo lo dico chiaramente. Quando racconto la mia autopsia, parlo di un aneddoto certamente falso che raccontò Curzio Malaparte, secondo cui gli infermieri giocarono a ping pong con le mie budella. E la gente ride. "No, non ridete!" - gli urlo. "Questa connivenza tra scena e platea è una vergogna. Io e voi siamo d'accordo, no? Non siamo mica come quei fascisti là fuori, vero? Beh, troppo comodo. Dio, patria, famiglia, Dante, Leopardi, D'Annunzio, Alfieri, Goldoni, Carducci, e l'enciclopedia Treccani, e le targhe commemorative, e l'altare della Patria, e il Milite ignoto, e il risorgimento, e Garibaldi… Siamo circondati da secoli di cultura reazionaria, papalina, paternale, aristocratica, retorica, destrofila e sessista. Ogni italiano dovrebbe gettare la maschera e dichiararsi francamente fascista. Cioè vale a dire reazionario, papalino, paternale, aristocratico, retorico, destrofilo e sessista."Questo passaggio, come parecchi altri del testo, è profondamente mio, ma è anche il risultato di un collage di spunti e testi altrui (in questo caso la fonte è Furio Jesi, Cultura di Destra, Garzanti, Milano, 1993), per lo più libri di storia, memorialistica o saggistica, ma anche molta letteratura. Non mi interessa la cultura orale: nessun ex partigiano e nessun ex saloino sono stati intervistati per realizzare questo spettacolo. Del resto non sono uno storico e non sono un antropologo, nemmeno dilettante, e sul fascismo non ho niente da dire. Del resto, anche se utilizzo alcuni stilemi del cosiddetto "genere", non sono neanche un "narratore". Della cosiddetta “narrazione” lo spettacolo contraddice (a mio parere) le premesse: la parola io, con la quale solitamente il “narratore” si mette in gioco in prima persona, come un uomo che instaura da subito un rapporto chiaro, di fiducia, tra lui-uomo e gli altri spettatori, uomini anch’essi come lui, è qui ambigua. Non c’è più questo rapporto di fiducia. Anzi, di me – che sono io e non sono io, che sicuramente non sono neanche il personaggio-Mussolini, non ci si può proprio fidare. Dux in scatola è dunque un monologo.
DanieleTimpano
Estratti dalla rassegna stampa:
“Daniele Timpano è uno dei migliori attori giovani in circolazione. […] Non è un fabulatore. Non fa teatro di memoria o di dedica, come potrebbe apparire. Pratica il teatro di parola, con risvolti irreali e surreali. Nel paradosso rivela brandelli di verità: non sociologica o ideologica, ma estroversa, disinibita, barbarica. Dux in scatola non è uno spettacolo fondato sull’interpretazione del personaggio storico, il quale sta nel baule accanto all’interprete. Mette in atto una sorta di identificazione posticcia che si risolve nell’incarnazione della forza criminale del fascismo. […] L’artista assume in sé il male. Parte dal presupposto che risieda nel suo corpo e nella sua anima, non in quella degli altri. […] scavare nei propri errori e orrori è un atto di coraggio e di disvelamento che implica il premio di una drammaturgia nuova nel metodo e nella sostanza, perciò credibile: capace di parlare alla mente e al cuore degli spettatori. […] Timpano […] non commette l’errore di sentirsi così buono e saggio da pretendere di insegnare a noi come dobbiamo essere e come dobbiamo vivere. E, forse per questo, alcuni sono saltati sulla sedia. Se all’applicazione di questa metodica di lavoro si aggiunge che Timpano […] procede nella scrittura drammaturgica con aria vagamente assente, dinoccolata, funzionalmente poco impegnata, con accelerazioni e ritmi apparentemente alogici, condannando sì l’oggetto della sua attenzione […] ma allo stesso tempo lanciando dardi d’ironia nei confronti dei partigiani e condannando i comportamenti del popolo di Piazza Loreto, si capisce il clamore sinistro di alcuni giudici del Premio Scenario 2005.”

Alfio Petrini – Inscena“Un uomo vestito di nero e un baule. E' tutto quello che serve per mettere in scena la storia post-mortem di Mussolini Benito, in arte duce del fascismo, inscatolato ad uso e consumo della platea come i tanti souvenirs tutt'oggi in vendita a San Cassiano di Predappio, nei pressi del cimitero, nei negozi che vendono [legalmente?] chincaglierie con la «sua» effige. (...) Daniele Timpano, autore e attore dal piglio surreale, non è nuovo a operazioni di tipo metateatrale (...) è il teatrante trentenne e la sua gita di documentazione a Predappio che esce fuori dalle maglie del racconto, così come il contrasto tra il corpo di Timpano – l'esatto contrario dell'ideale atletico fascista – e la figura del duce [o meglio, dei suoi resti] che pure interpreta. Il duce di Timpano è una «materia decomposta e riplasmabile»: più che il vero Mussolini, è la proiezione che la moltiplicazione all'infinito della sua immagine, nei filmati d'epoca e nelle ricostruzioni televisive, ha prodotto nell'immaginario di chi non ha vissuto quell'epoca, nemmeno nei racconti dei genitori. In questo modo la storia «necrofila» del cadavere del duce (...) assume un valore che va al di là della sua oggettiva assurdità. Il cortocircuito metateatrale tra Daniele Timpano e il cadavere del duce mette in luce un altro cortocircuito, reale e visibile: quello tra la cultura italiana, reazionaria, papalina e sessista, e il fascismo che dice di aver superato. L'operazione di Timpano è l'esatto contrario del teatro di narrazione, che fa leva su un'identificazione del pubblico con le tesi dello spettacolo, da cui si esce indignati ma soddisfatti. Dux in scatola, invece, resta nell'ambiguità, svelando nel paradosso l'ambiguità culturale che ogni giorno fingiamo di non vedere. Una scelta costata qualche critica, ma che costituisce la cifra originale di uno spettacolo divertente e acuto, ottima prova di una voce sempre più in crescita nel panorama della ricerca italiana.”

Graziano Graziani – Carta“ […] Daniele Timpano dalla lingua biforcuta […] si esibisce in un funambolico sdoppiamento accanto a un baule stinto. […] con calcolo e leggerezza spietati, si veste del duce e del paradosso, sfida le accuse di ambiguità ideologica e le rovescia in platea puntando il dito a un dilemma etico che sembra ridicolo, ma suona familiare. ‘No, non ridete… questa connivenza tra scena e platea è una vergogna. (…) Siamo circondati da secoli di cultura reazionaria, papalina, paternale, aristocratica, retorica, destrofila e sessista. Ogni italiano dovrebbe gettare la maschera e dichiararsi francamente fascista. Cioè vale a dire reazionario, papalino, paternale, aristocratico, retorico, destrofilo e sessista’.”

Valentina Bertolino – Hystrio“È difficile credere che quel trentenne magrolino e spiritato, cravatta rossa su giacca e riccioli neri, sia Benito Mussolini. O meglio, la proiezione in carne e ossa della cara salma che riposa ai suoi piedi rinchiusa in un baule. Ma è anche questa stridente dissonanza a catturare l' attenzione del pubblico in «Dux in scatola» […] un racconto spiazzante, volutamente ambiguo tanto da sembrare un’apologia del fascismo, sfuggente a qualsiasi presa di posizione ideologica e proprio per questo provocatorio, ma anche onesto, nel desiderio di riappropriarsi di una materia, il Ventennio e la Resistenza, che non è più neppure memoria dei suoi genitori. […] lo fa in modo politicamente scorretto, con puntuti eco dadaisti, usando la prima persona in un’identificazione improbabile con l’oggetto della narrazione e mescolando riferimenti storici e testi letterari […], momenti cabarettistici e ricordi personali.”

Claudia Cannella – Corriere della Sera“L’attore-autore va nel senso opposto al cosiddetto teatro di narrazione […] va avanti per salti […] Dice io identificandosi con la salma, e basta questo a creare un’accelerazione di non sensi, un gioco di impossibili rispecchiamenti, una stratificazione di assurdità e una decisa e esplicita vocazione al gioco più infantile. Riporta, quindi, gli accadimenti in prima persona, ma poi introduce ricordi personali […] , e lì ci indica che sta parlando di un io-io e non di quell’io di cui stavamo seguendo le traversie. Insomma, anziché riempire la scena e comporre un linguaggio, Timpano gira intorno al nulla, e questo rende conto non soltanto di un suo atteggiamento di mobilità intellettuale, frastagliato e dinamico, che non cerca punti fissi, nuclei narrativi, profondità di segno, ma anche di una sua straordinaria capacità scenica, che è quella di riempire il vuoto con il vuoto, di segnalare l’assenza attraverso l’assenza.”

Antonio Audino – Il Sole 24 ore“Una bella sorpresa Dux in scatola, con il quale Daniele Timpano abbandona ogni sorta di retorica antifascista per entrare nel corpo morto di Mussolinibenito e farne materia narrativa cruente, senza lasciare nello spettatore il dubbio della condanna dura e senza appello. Longilineo, il voto emaciato, Timpano crea subito una stridente ed efficace dissonanza, funzionale allo smembramento del “mitico” faccione e della sua prestanza fisica, per arrivare alo smontaggio dei triti valori del fascismo non solo italico. Solo in scena, con a fianco un baule, il 30enne attore romano si costruisce una gestualita’ stilizzata per raccontare, in prima persone e in un clima surreale, le vicende di quel corpo, da piazzale Loreto al cimitero di Predappio. Meta ancora oggi di pellegrinaggio di fascisti e post fascisti che popolano l’Italia.”

Mariateresa Surianello – Il Manifesto“Il lavoro del trentenne Daniele Timpano, solo in scena con la bara-baule che dovrebbe contenere i resti del Duce, ha le carte in regola per disorientare. E convincere. […] è teatro di narrazione ma sembra fare il verso parodico, anche nel fraseggio scandito al metronomo, alla voga (e alla maniera) degli affabulatori. E’ teatro di memoria civile, tratta un periodo storico cruciale e un personaggio come Mussolini visto negli ultimi giorni di vita e quelli successivi alla sua morte, ma lo fa da angolazioni particolari, tra farsa e tragedia. Con le divagazioni di un bizzarro storico-conferenziere, tra Petrolini e Woody Allen. Un mix originale di humor ebraico e dinoccolato cinismo romano.”

Nico Garrone – La Repubblica “Avventure post-mortem, raccontate in modo un po’ surreale da un giovane attore-autore, da tenere d’occhio dopo questa prova interessante. Momenti di cabaret e di comicità scandiscono un testo che apparentemente può sembrare un’apologia del fascismo. Niente di più sbagliato, perché quello che si legge tra le righe è esattamente il contrario. Daniele utilizza, infatti, brani di Martinetti, Gadda, Malaparte, materiali tratti dai siti web neofascisti, luoghi comuni per dire che anche l’Italia del 2006 non è poi così democratica… e non solo per colpa di Berlusconi. ‘Siamo circondati da secoli di cultura reazionaria, papalina, paternale, aristocratica, retorica, destrofila e sessista…’ recita Timpano. E poi perché ci sono ancora così tanti giovani attratti dal mito del duce? La risposta è nello spettacolo. Da vedere.”

Francesca De Sanctis – L’Unità“Decisamente «pericoloso» dux in scatola […] Giovane artista in continua crescita, Timpano porta in scena un «racconto» destrutturato e spiazzante […] Ha suscitato sdegno e preoccupazione, ma lo spettacolo, che pure ha toni comici e cabarettistici non indifferenti, è una sottile operazione che denuncia amaramente l'assurdità del fascismo italiano, che provoca come una doccia gelata, sbattendo in faccia allo spettatore le contraddizioni di un Paese che non si è mai liberato veramente dell'ideologia violentemente imposta da Mussolini. Opera surreale, di grande vigore, dux in scatola merita attenzione.”

Andrea Porcheddu - Delteatro.it “All’opera si riconosce la maturità di un percorso drammaturgico estremamente curato nella gestione dei tempi comici, come nei dettagli dei pochissimi elementi della scena. […] La sua performance è dimostrazione di come ogni elemento che si scelga di portare in scena (corpo, quintatura, oggetti, abiti, luci) sia e debba essere essenziale e quindi curato ai limiti del perfezionismo. Ciò si riflette anche nella scelta raffinata del materiale drammaturgico. Il risultato è un lavoro che dura 50 minuti (ne sono previsti 70 per gennaio), ma da l’impressione di durarne al massimo 30. Attualmente non riconosco test migliore per il teatro italiano.”

Gian Maria Tosatti – amnesiavivace.it“ [...] un monologo di un’ora, con poco o nulla a che fare col filone del teatro narrazione che spopola in questi anni nei nostri teatri. Timpano e il suo lavoro sono difficilmente definibili e incasellabili in qualsivoglia genere attorale e spettacolare che ne faciliti la valutazione e l’esegesi. [...] lavoro [...] molto più sottile e tagliente di quanto ci si possa aspettare. [...] Il corpo dell’attore, caratterizzato da movenze e tormentoni da teatro di figura, è diviso a metà. Il braccio destro del duce gesticola all’impazzata stendendosi sovente nel saluto romano. La mano sinistra dell’interprete, quasi sempre immobilizzata nella tasca in modo del tutto innaturale, fa prepotentemente capolino solo a tratti, chiudendosi a pugno, quando si nominano i partigiani o si proclama un ambiguo “Viva l’Italia”. La mimica facciale, gli ammiccamenti al pubblico, le stridule modulazioni vocali, i silenzi immobili sono indizi di una indubbia originilità, che danno alla rappresentazione una cifra stilistica molto personale. Chi si aspetta una scontata condanna al fascismo ed al suo dittatore rischia di rimanere deluso, a meno che non voglia fermarsi alla superfice. Sarebbe stato facile ottenere lo scopo raccontando il duce da vivo. Non è la stessa cosa se si parla, come nel nostro caso, della continua profanazione e del paradossale sballottamento di un corpo ormai in disfacimento.”

Marcello Isidori – Dramma.it"[…] intrigante (quanto paradossale) intuizione dell’autore attore e regista. Una narrazione antinarrazione, che irride la moda degli affabulatori con una storia destrutturata, che colpisce, inquieta e incuriosisce […] Daniele Timpano, con il suo aplomb fuori dal tempo, con quel suo fare stralunato, assente, falsamente meccanico di recitare (che pervade e caratterizza in qualche modo anche la stesura del testo), sembra aver colpito nel segno. […] la ricostruzione post mortem della figura di Mussolini Timpano style è pervasa da una profondità inquietante e surreale, da una foga farsesca che conquista disorienta e fa pensare il pubblico di qualsiasi convinzione politica. […] il performer affronta l’argomento senza ansia, senza preoccuparsi di stilare tesi o confutarne altre. […] procede volutamente a salti, mischia e rimischia le carte: alternando cinismo e candore, razionalità e leggerezza, pose da marionetta a ricostruzioni giornalistiche"

Giovanni Ballerini - Scanner.it“[...] Il tutto spiegato in modo ironico, futurista, con gestualità da scuola Bragaglia che in Carlo Ludovico portano a Totò, con accezioni onomatopeiche al limite del dada, e non senza un tono di théâtre de la cruauté nella descrizione della decomposizione del cadavere durante le fasi che lo hanno visto protagonista storico. Altro tono beffardo: il titolo… I diversi bauli divengono scatola, come i packaging commerciali, i cibi precotti e confezionati, la contemporaneità in porzioni. Geniale, marinettiano…”

Claudio Elli – Puntoelinea.leonardo.it“Daniele Timpano, con ironia e notevole originalità risolleva la pietra che ha seppellito nel 1945 il discusso duce. […] Lo spettacolo affronta il duce in prima persona e narra la nostra memoria senza incorrere nella retorica. Sull’assurdità dei pellegrinaggi a Predappio, sulle rocambolesche avventure della salma trafugata in un cimitero per finire nella tomba di famiglia, Timpano stende un velo di rispettosa ironia che arricchisce il tema svincolandolo dai preconcetti e dai rischi di apologia. […] I tabù vengono superati dall’intelligenza, dagli anni e dalla capacità dell’arte di restituire al mito ed al mostro la sua terrena appartenenza. […] Timpano prende atto e parla, senza reverenza, con folle immedesimazione, di una delle tante assurdità della quale la nostra penisola continua ad esser vittima indifendibile.”

Andrea Monti - Teatroteatro.it“[…] il racconto in prima persona confonde di continuo i piani, sia personali che storici, creando un presente denso, un presente in cui tutto ciò che si sa sul fascismo prevale sulla sua realtà storica. […] l’artificio a cui ricorre situa il Ventennio in un orizzonte astorico e lo fa coincidere col Male. Un male che, però, è astratto, volendo macchiettistico: è quel male incarnato in tutti i cattivi di tutti i tempi e di tutti i luoghi, è il Babau, è uno spauracchio. Forse sta proprio in questo il punto focale del testo: nel rappresentare crudelmente, tragicamente, la generale incapacità di percepire il tempo e la Storia nella loro concretezza, nel portare a galla la tendenza italica ad affidare (nel bene come nel male) passato e presente a figure che divengono mitologiche. E a questa continua sospensione tragicomica contribuisce il linguaggio: echi dadaisti, un uso della parola che ammicca spudoratamente tanto agli slogan futuristi quanto a quelli pubblicitari, e poi attimi di irriverente lirismo per giocare con la Storia, col presente, con Mussolini, con la Morte. Un corto circuito, un cozzare di elementi opposti che nello spettacolo trovano un ulteriore richiamo nel corpo. Sì perché […] corpo (assente) di Mussolini ripercorre gli accadimenti dall’attimo della sua morte […] Ma la voce, la faccia, le mani, le gambe sono quelle di Timpano, che non potrebbe essere più diverso dal duce: magrolino, scuro, spalle strette, naso camuso. Le differenze fisiognomiche tra i due sono comicamente incolmabili, anche perché uno è vivo, è di carne, e l’altro è morto, non c’è più. O meglio, c’è ancora: filtrato, ricordato, rimpianto, condannato, studiato, adorato, odiato, riabilitato. Inscatolato. Inscatolato in una comoda confezione 40x80 cm: pura essenza mussoliniana per la gioia di grandi e piccini.”

Maria Agostinelli – Railibro.it“La chiave interpretativa forte di Timpano è quella di raccontare tutta questa parabola storico-politica e antropologico-culturale in prima persona, ossia decidendo di incarnare il fantasma del Duce stesso. Ciò crea subito un indovinato scarto e uno straniamento patente ed incisivo, più o meno come il Nanni Moretti attore che si cala, nel finale del suo ultimo film, nei panni del Caimano-Berlusconi rimanendo se stesso. Anche Timpano non soggiace ad alcuna tentazione di mimetismo ‘ducesco’. […] Ma è la voce sardonica e certi speciali ammiccamenti con la testa che introducono al suo disegno narrativo che si fonda su una recitazione spezzata e stranita, ora grottesca ora apertamente burattinesca, che ha dei picchi di felicità satirica ed evocativa davvero notevoli e assai divertenti. Il persistente mito post-mortem di Mussolini è un tema non scontato e tuttora controverso (ma cruciale) che qui viene messo in cortocircuito dissacratorio con la parabola quasi picaresca delle ‘povere ossa’ del Duce […] Attore-autore di ghignante matrice colta e di burlevole umore iconoclasta, Timpano a un certo punto bypassa il Dux del fascismo e si getta in una ribollente invettiva contro tutta la tradizione della retorica patriottarda […] Dunque, pure un piccolo, bizzarro, ma intelligente spettacolo può invitare gli spettatori a fare i conti con le invarianti strutturali della italianità profonda, capace di sintetizzare al peggio l’individualismo menefreghista e lo spirito di aggreggiamento vigliacco e conformista. Non fosse che per questo il Dux in scatola di Daniele Timpano merita una sincera lode.”

Marco Palladini - Retididedalus.it“[…] il petrolinismo, il narcisismo mimico alla Carmelo Bene di Daniele Timpano, un ebreo-che-ride, e fa ridere davvero tanto, sia pure nella sua (posticcia) identificazione con la salma ghignante di Mussolini sfracellato a Piazzale Loreto, poi simbolicamente resuscitato nella Pasqua del 1946 grazie al trafugamento dei resti ad opera di tre cherubini neofascisti, infine resuscitato senza mezzi termini e anzi più bello e superbo che pria nel sorriso soddisfatto di Silvio Berlusconi. […] Timpano sceglie l’ambiguità […] E riesce ad essere più sferzante, più caustico, pur nel suo strambo, irresistibile aplomb o nella comicità degli spunti parodici in cui fa il verso alla retorica fascista (e non solo). Tra scena e platea qui c’è piuttosto una colpevole connivenza, nel segno della fede fascista: Timpano, impersonando il cadavere di Mussolini, che dal buio del baule in cui è sepolto assiste divertito al gattopardesco passaggio dal regime alla cosiddetta democrazia, riscopre in sé, e in tutti noi, una predisposizione biologica al fascismo. Quasi che la puzza della mussoliniana decomposizione – un leit-motiv dello spettacolo – appesti ancora l’aria della Penisola.”

Massimiliano Felli – Lettera22.it“È un piacere per la vista e l'udito la grammatica e la sintassi teatrale dell'autore-attore romano. Quel suo reiterare ossessivamente le stesse frasi e gli stessi gesti; quel suo balbettare ed impappinarsi che da potenziale difetto diviene quasi il punto di forza della sua resa attoriale; quel suo sottolineare gestualmente determinate frasi, l'unire parola e movimento in un tutt'uno assolutamente insignificante eppure denso di ogni senso: tutto rimanda all'esperienza dell'ascolto di una lingua sconosciuta, assolutamente incomprensibile eppure eufonica; indecifrabile ma di cui si intuisce comunque la presenza di una coerenza interna, di una grammatica, di regole sintattiche e fonetiche. La vera drammaturgia sta in quel segno - il corpo teatralizzato dell'attore - arricchito ed esaltato dallo stridio col referente di cui proclama essere portatore - il fascismo”

Fabio Massimo Franceschelli - Amnesiavivace.it“La rappresentazione risulta straniante [...] in un rapido e a volte stordente flusso di parole, si presenta egli stesso, con la sua fisionomia poco “romana”, come Mussolini o come Timpano medesimo. In questo modo, i due piani si vengono ad intersecare (o a sommare?) in un caleidoscopio di storia, di aneddotica, di citazioni tra le più variegate [...] il risultato è un Mussolini-macchietta, gesticolato, urlato ma alla fine sinceramente filtrato dalla personalità e dalla vita dell’attore, la sentita e caustica testimonianza di ciò che rimane [...] nella cultura di oggi di un personaggio tanto rilevante ed importante per la storia italiana.”

Alberto Fornasier – Teatro.org"Dux in scatola è un bel monologo, uno spettacolo che, finalmente, ti fa credere nell'esistenza di giovani drammaturghi che sanno dove si trovano, ovvero in un presente piccolo piccolo, che di storia addosso se ne porta davvero poca. [...] Daniele Timpano autore e regista senza morale, che non significa immorale, ma semplicemente uomo libero da ogni indottrinamento [...] la voce di Timpano capace di scoordinare ogni senso, anche quello che sulla carta appare come irrevocabile. [...] È il corpo del duce l'eroico personaggio che si staglia sulla scena, che si raggomitola nella cassa, che alza il palmo aperto; ed è sempre l'eccellente volto del duce ad essere drasticamente trasformato dal 'giudaico' naso di Daniele Timpano [...] Il corpo del duce non è integro, il corpo del duce è disturbato da Timpano, che lo pungola, che lo azzanna, che si azzanna; [...] Timpano [...] è spietatamente preciso, con forbicine e bisturi tagliuzza il testo, non lo racconta, ma lo fa a pezzi [...] non 'concede il suo corpo' al teatro di denuncia, rimane lì, rigido, in una terra di nessuno, che è poi la nostra.”

Daria Balducelli – Daemonmagazine.it“La scatola è in realtà un baule, un’urna cineraria, una bara – quella della salma di Benito Mussolini. E il Duce è Daniele Timpano, che vive per una sera uno sdoppiamento iperbolico, improbabile: per cinquanta minuti sarà sia sé stesso che il cadavere del dittatore italico […]. In questa ‘autobiografia di una salma’ ritroviamo l’ispirazione ingenua e ironica, gli accessi e gli inciampi, la stilizzazione irrequieta e irresistibile del migliore Timpano, sempre in bilico fra la rivisitazione farsesca e il racconto dell’episodio storico. Ci diverte e ci indispone, quel Duce magro e paradossale, ci fa ridere, ci sfida. Come può? Come osa? Ah, già: in fondo è lui che detta le regole. Alla fine, andiamo via tutti carichi, con le mani rotte per gli applausi.”

Giorgio Merlonghi – Dramma.it “[…] i meccanismi stessi del teatro di narrazione vengono beffardamente stravolti, in uno spettacolo costellato di depistaggi drammaturgici che allacciano con lo spettatore un gioco a rimpiattino che vede sempre lui, Timpano, a tirare le redini con la sua faccia smarrita da eroe per caso. D'altro canto, la sorpresa sta anche nel fatto che l'argomento scelto per il suo monologo non è di quelli facili da mandar giù […] Eppure lui ci ride, scherzando col fuoco, dosando scene (splendide) di slittamenti sovrapposti dei personaggi con l'interprete, e scene più ostiche, dove anche avendo la cognizione del luogo 'mitico' della scena rispetto alla storia (Timpano irride i meccanismi della narrazione come mezzo di conoscenza della storia, sia pure basando la sua opera sui fatti storici) si fa un po' fatica a ridere di alcuni particolari di violenza e morte.”

Stefano Casi - Teatridivita.it“Sul palco, un baule e un uomo, solo col suo talento, a raccontarci una storia; la storia lugubre di un cadavere ‘eccellente’ e scomodo: il cadavere di Benito Mussolini. E la domanda che forse tutti, compresa me, si pongono, è: ‘Perché?’. Perché riportare alla luce questa storia sepolta nell'ombra di un passato di cui sbarazzarsi, un passato che certo qualcuno vorrebbe dimenticare?! Qualcuno, forse, ma non il nostro eroico artista, così valoroso e coraggioso, capace di darsi con tutto se stesso per emozionarci, di mettersi a nudo per divertirci, in un gioco di ‘luci’ e ‘ombre’ ambiguo e ironico, a tratti crudele, ma a sprazzi poetico, e in fondo, morale, se non altro, nell'opporsi a ogni sorta di moralismo e conformismo politico e culturale, nel denunciare ogni forma di corruzione e manipolazione, nel modo più dissacratorio e provocatorio possibile.Ma, al contrario di quel che potrebbe sembrare, non ci sono messaggi da imparare, né valori da insegnare, solo il tentativo, ben riuscito, di restare comunque in bilico tra realtà storica e verità ideologiche, di cercare punti di rottura, più che di equilibrio, per trovare forse il senso più vero e reale di quegli stessi valori."

Sara Dicorato - Amnesiavivace.it“[...] uno dei progetti più interessanti e ignorati dell’ultima edizione del Premio Scenario [...] Daniele Timpano riesce a raccontare tutte le traversie occorse al corpo del duce con un cambio di registri interpretativi davvero notevoli che hanno nell'uso della gestualità che non accompagna mai banalmente la parola ma anzi all'occorrenza ne smorza l'evidente sgradevolezza (ci piacerebbe qualche filo di pietà in più per il povero corpo) il suo più evidente pregio.”

Mario Bianchi – Rivista di Teatro Ragazzi EOLO“[…] segno surreale si ritrova […] bella ricerca drammaturgica del giovane Daniele Timpano […] affabulatore che usa però l’arma del non sense e dello humor nero, per raccontare […] episodi della storia italiana dei nostri padri, come l’assassinio di Mussolini dal punto di vista del duce stesso”

Elio Castellana - Liberazione "dux in scatola [...] è un'operazione ovviamente non apologetica, di un artista che ricostruisce le tragiche vicende del cadavere del Duce dopo piazzale Loreto, ed è stato al centro di molte polemiche, addirittura giudicato revisionista solo perché rievoca quei fatti."

Valter Delle Donne - Secolo D'Italia“Si parte dal corpo del protagonista, o almeno da quel che resta di quel corpo, per arrivare all’immaginario popolare evocato da quelle “reliquie”. Timpano, in scena col corpo di Mussolini chiuso dentro una valigia di cartone, ci racconta sdoppiandosi nel Duce e nel Narratore le peripezie di quel cadavere dopo piazzale Loreto. Ma lo fa in maniera […] non lineare, non agiografica e neanche dissacratoria, sul filo dell’ambiguità, del grottesco, di una satira di costume che non avrà pietà, e capace, comunque, di assestare colpi in tutte le direzioni, di far riflettere sui nodi irrisolti della Storia da un punto di vista che Antonio Audino […] definisce ‘la risposta anarco-dadaista al teatro di narrazione’.”

Nico Garrone - Off"Quando, all'ultimo premio Scenario, Daniele Timpano presentò un assaggio del suo dux in scatola non pensava certo di suscitare un piccolo putiferio. E invece metà della giuria ufficiale voleva espellerlo dal concorso addirittura per apologia di fascismo, mentre l’altra metà insorse in sua difesa. Alla fine non vi fu traccia del nostro nella rosa dei vincitori mentre la giuria-ombra, formata da decine di addetti ai lavori, lo incoronò all’unanimità. […] Timpano si presenta in scena con un baule, dove asserisce riposino le illustri spoglie, disorientando la platea di ogni colore politico con feroce ironia."

Nicola Viesti - Corriere del Mezzogiorno“Una narrazione dai toni a dir poco spregiudicati […] indubbia originalità attoriale […] si è avvicinato ad una vicenda che tocca nel vivo l’identità politica del nostro Paese […] con aria petrolinesca e strafottente, si aggira nei luoghi più vieti dell’apologia fascista, per poi esporre […] il racconto delle efferatezze subite dal corpo di Mussolini all’atto della pubblica esposizione. La partecipazione emotiva della sua parola richiama il pubblico ad un improvviso cortocircuito etico. Come in una Dogville nostrana, il carnefice si trasforma in vittima, e la vittima in carnefice.Il giudizio sulla Storia è una questione che riguarda la coscienza dell’individuo, la maniera con cui ciascuno crede di interpretarne i segni. E il lavoro di Timpano, pur con una leggerezza straniante rispetto ad un tema così delicato, si pone esattamente al limite di questo crinale, mettendo lo spettatore nella condizione di un giudizio inequivocabile su se stesso.”
Fabio Acca - Il Corriere di Romagna

caccia ‘L drago

rassegna DRAMORAMA – TREallaTERZA
caccia ‘L drago
di e con Daniele Timpano
fabula in musica di Daniele Timpano e Natale Romoloispirata all’opera di J.R.R. TolkienSpettacolo vincitore terzo festival "Le voci dell'anima - Incontri teatrali"

di e con Daniele Timpano musica originale di Natale Romolo
aiuto regia scena costumi di Valentina Cannizzaro
disegno luci di Marco Fumarolaorganizzazione di Maria Rita Parisiuna
produzione di amnesiA vivacE
in collaborazione con UbuSettete - periodico di critica e cultura teatrale
Le fiabe vanno strappate ai bambini.
Ispirato liberamente all’opera di J.R.R.Tolkien, lo spettacolo di amnesiA vivacE cerca di andare in questa direzione. In una scena scabra, essenziale, ben poco fiabesca o bambinesca, un attore racconta per l’ennesima volta la storia di un tranquillo contadino dell’Inghilterra medioevale coinvolto suo malgrado in una caccia al drago et cetera et cetera. Tra continue divagazioni, ritardi, incidenti che ne minacciano il lineare svolgimento, lo spettacolo è il tentativo di raccontare questa storia. Una partitura per nulla medioevaleggiante, anzi piuttosto novecentesca, accompagna la narrazione ed anima musicalmente gli impulsi ritmici della parola e del gesto.Un racconto scenico per voce, corpo e pianoforte; insospettabilmente beckettiano, inevitabilmente divertente.
Spettacolo vincitore terzo festival "Le voci dell'anima" con la seguente motivazione:
"Il talento di Timpano è innanzitutto nella sua capacità di ascolto. Più che un uomo è una membrana che assorbe e plasma le vibrazione del pubblico, continuo rimando di impulsi, provocazioni e attese. L'attore complementare a se stesso in un gioco di contrasti condotti con rigore estremo in cui il nucleo corpo-voce-narrato procede dalla sollecitazione di un medesimo impulso. Lo sguardo di Timpano ci cerca e ci tiene, è un torero e sa che non vi sono certezze, è astuto e non si crogiola in vuote furberie attoriali. Una ricerca lucida sull'estetica del linguaggio e sull'evento scenico che propone con una negazione al 'gia visto' cui siamo disabituati; il tentativo, riuscitissimo, di reinventare la realtà e di esplorarla, sorpreso, insieme al suo pubblico.
"Musiche originali, una breve nota
Le musiche di scena di Natale Romolo, originariamente concepite per trio di fiati (flauto, clarinetto, trombone), vengono presentate nella loro trascrittura per pianoforte.In un continuo disequilibrio tra linguaggio tonale e atonalità, si alternano in scena tre forme di intervento musicale, dalla più elementare alla più relativamente complessa: abbiamo dei semplici “stacchi”, con esposizione e ripetizione di temi ed accordi; dei “bordoni” evocativi sui quali, per addizione o per contrasto, si innestano il gesto e parola; delle sezioni in parte improvvisate, dove all’esecutore viene lasciata la libertà di adattare l’andamento ritmico in riferimento alle azioni dell’attore.Il preludio strumentale, di per sé un brano auto-conclusivo, enuncia una cellula da cui verrà sviluppato, durante il racconto, il successivo sviluppo musicale.

Estratti dalla rassegna stampa:
"Divertente e acutissimo, Daniele Timpano è scosso dai fremiti di una sana follia scenica e potrebbe apparire come la risposta anarco-dadaista all'imperversare del teatro di narrazione. Qui non c'è sfondo sociale, non si ricuce una memoria collettiva, non si concentra significato e storia nella potenza espressiva dell'attore. Semmai accade ttutto il contrario, come ricascando all'indietro in una incapacità novecentesca di costruzione sia drammaturgica che di senso, facendo precipitare l'affollato e fantasioso mondo della fiaba in una vuota stanza beckettiana."

Antonio Audino - Il Sole 24 ore“Caccia ‘l drago avvolge lo spettatore in un gioco di complicità e divertimento: la cifra «politica» - o «civile» - appare quasi per svelamento successivo, mostrando il disagio, la solitudine, lo spezzettamento, l'afasia, di un uomo ridotto a balbettii beckettiani, a scatti improvvisi, a un girare a vuoto, ripetendo parole inutili che nascondono mondi di insondabile dolore.”

Andrea Porcheddu - DelTeatro "Daniele Timpano in caccia 'L drago ha dimostrato di sapere umanizzare il teatro e di possedere una forte capacità di fascinazione scenica. Ha regalato al pubblico piacere e divertimento, dimostrando di essere più bravo del giovane Fo. Una forza della natura."

A. Petrini - Hystrio "Un ambiente angusto contro regni sterminati, un unico affabulatore contro eserciti e popolazioni rurali. Sballottolati tra la sua formidabile vis comica, una scena sospesa e una fiaba irrequieta, non possiamo fare altro che credergli."

G. Graziani - Carta "La magia del teatro delle piccole cose, quelle che costringono l'immaginazione a esercitarsi"

G. Merlonghi - drammaturgie (www.dramma.it) "L’idea che si ha è quella semplice e accattivante di un bambino che gioca nella sua stanza. Il racconto rapisce e l’ironia dell’interpretazione è sottile e implacabile, seminando risate e senso di paradosso tra il pubblico."

G. Linari - amnesiA vivacE - rivista # 5 (www.amnesiavivace.com)

Caccia ‘L 900. Appunti su Tolkien, Beckett, Joyce di Daniele Timpano
1-una premessa
Le fiabe vanno strappate ai bambini. Lo spettacolo di amnesiA vivacE “caccia ‘L drago – Fabula in musica da J.R.R. Tolkien” cerca di andare in questa direzione. In una scena scabra, essenziale, ben poco fiabesca o bambinesca – un baule, un ombrello, un telo nero, poco altro- un attore tenta per l’ennesima volta di raccontare una storia, tra continue divagazioni, ritardi e incidenti che ne minacciano il lineare svolgimento. Una partitura per nulla medioevaleggiante, anzi piuttosto novecentesca, accompagna la narrazione ed anima musicalmente gli impulsi ritmici della parola, nel racconto vero e proprio come nel gesto. Una voce, un corpo, un pianoforte: l’essenzialità è una complicazione, ma anche uno dei grossi pregi del teatro. Uno spettacolo da Tolkien? Ma no, non è vero! Se fosse vero i casi sarebbero due: una scelta ideologica o una scelta commerciale. No. E nemmeno la terza e peggiore delle ipotesi: una scelta neutra.Tolkien non è qui per caso: il Tolkien antimodernista, il professorotto di Oxford, il creatore di mondi e di linguaggi, l’evasore fiscale dalla Modernità viene qui -con arbitrario e violento atto amorevole- spietatamente ricollocato nel contesto culturale e musicale opprimente della modernità; viene tuffato in pieno ‘900 e l’effetto è stridente e soffocante.
2-Tolkien e Joyce?
Probabilmente, oltre al “Signore degli Anelli”, non c’è altro romanzo del novecento degno di contrapporsi, per mole, spessore, pretesa universalità, quantità di estimatori e detrattori, a ”L’Ulisse” di Joyce. Le posizioni naturalmente sono all’opposto, pensiamo soprattutto alle cose più evidenti: l’epicizzazione del contemporaneo quotidiano in Joyce (una giornata qualunque della Dublino del 1904), la volenterosa resurrezione (1) dell’Epos antico in Tolkien (la creazione di un intero mondo immaginario, il tema del viaggio...); il linguaggio frantumato, totale dell’uno e quello piano, tranquillo, d’immediata comunicazione dell’altro.
3-Tolkien e Beckett!
Se il referente più logico o meglio, il nemico giurato del “Signore degli Anelli” resta “L’Ulisse” e viceversa, ispirandosi al racconto tolkieniano de “Il cacciatore di draghi” Amnesia Vivace ha scelto il Beckett di “Finale di Partita”. Perché? Perché sì. Innanzitutto ci è saltata subito agli occhi l’evidente contrapposizione tra il mondo chiuso in scatola di Beckett da un lato, il seminterrato sperduto nel nulla di “Finale di partita” (la cucina “tre metri per tre metri per tre metri” di cui parla Clov) (2), la stessa frantumazione beckettiana del gesto e dello spazio scenico; dall’altro il mondo vasto, colorato, sostanzialmente affermativo immaginato da Tolkien per questa fiaba medioevaleggiante in cui un contadino, un po’ per fortuna un po’ per innata saggezza contadina e senso pratico, conquista un regno e praticamente soppianta il precedente sovrano di legittimo sangue blu, di alta regalità ma fiacco, debole, molle, anacronistico: in definitiva troppo poco borghese. Ma quella di Tolkien è una vastità apparente, un mondo vasto ma pur sempre circoscritto e autoreferenziale. Il mondo circoscritto di Beckett al contrario è infinitamente aperto ad ogni possibilità: fuori dal seminterrato che c’è? Un universo infinito, forse lo stesso degli altri suoi testi o forse no. Tolkien prolunga le linee e crea un sistema. Beckett costruisce per frantumi accatastati, non definisce la totalità del suo mondo ma la presuppone.
4- bilancio (con)temporaneo
Ma cos’hanno in comune Tolkien e Beckett? Nulla. Probabilmente non vorrebbero saperne l’uno dell’altro; una buona ragione per metterli insieme in un solo spettacolo. Il contrasto di luce e di ombra ci rende percepibile la realtà, nei suoi volumi, nelle sue forme geometriche, nei suoi colori; dalla contrapposizione degli opposti avanza la sintesi del reale (3); contrapponendo Tolkien a Beckett si evidenzia lo scarto dell’uno dall’altro ed è possibile collocare in una luce finalmente obiettiva entrambi, due autori così lontani tra loro eppure vissuti in un contesto comune, il novecento di Schönberg e del surrealismo, di Hiroshima e di Auschwitz. La società moderna fa di noi dei disadattati, ci frantuma e disorienta e violenta, dalla stessa causa due effetti diametralmente diversi. Questo ci affascina. Da soli, e l’uno e l’altro, non valgono quanto valgono assieme: insieme milluplicano la loro portata deflagrante, la loro forza polemica. Sì.
(1) Si potrebbe addirittura parlare di zombificazione, soprattutto pensando al contagio che l’epos tolkieniano ha insufflato nell’epigonato industriale che ne è susseguito (da Terry Brooks a Harry Potter passando per Dragonlance e Dungeons & Dragons).
(2) Cfr. S. Beckett, Finale di partita, Einaudi, Torino 1990, p. 6
(3) Eraclito: “L’opposto concorde e dai discordi bellissima armonia”,fr.8 in H. Diels-W. Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker, Berlino 1951-52

Daniele Timpano Autore-attore, regista.
Daniele Timpano nasce a Roma il 18 maggio del 1974. Frequenta il biennio di recitazione presso il Conservatorio teatrale di G. B. Diotajuti e M° Antonio Pierfederici. Seminari con Fiorella D'Angelo (mimica Orazio Costa), Alfio Petrini (drammaturgia- Teatro Totale), Luca Negroni (commedia dell'Arte), Luis Ibar (direzione scenica). Come attore ha lavorato con Michelangelo Ricci (Finale di Partita, La Meglio Gioventù, Ubu Re), Carlo Emilio Lerici, Francesca Romana Coluzzi, Massimiliano Civica (Grand Guignol). Ha collaborato con diverse compagnie, tra le quali il Teatro dell'Assedio (attuale Teatro del porto) di Livorno, OlivieriRavelli teatro e LABit-laboratorio ipotesi teatro, di Roma. Fondatore del gruppo Amnesia Vivace, è autore-attore di diversi spettacoli, tra i quali: Storie di un Cirano di pezza; Teneramente Tattico; Profondo Dispari; Oreste da Euripide; caccia 'L drago da J.R.R.Tolkien (spettacolo vincitore della terza edizione del premio Le voci dell'anima - incontri teatrali); Gli uccisori del chiaro di luna – cantata non intonata per F.T. Marinetti e V. Majakovskij. Coordinatore dei laboratori teatrali, letterari e musicali Oreste ex Machina (2003) e Gli uccisori del chiaro di luna (2004) e Fiabbe Itagliane (2005), finanziati dall'Università degli studi di Roma "la Sapienza". Un suo testo inedito, Per amarti meglio!, è stato finalista nella rassegna Napoli drammaturgia in festival 2001 e dramma del mese su dramma.it. E' redattore (e collaboratore) della rivista on line www.amnesiavivace.it e di Ubu Settete, periodico di critica e cultura teatrale sul teatro "underground" romano a diffusione gratuita. È tra gli ideatori e organizzatori della rassegna Ubu Settete – fiera di alterità teatrali romane. Dell’edizione del 2003 è stato direttore artistico.
amnesiA vivacE
(area ricerca ritrovamento e altro)
amnesiA vivacE si occupa di teatro, musica, filosofia ma – soprattutto - di altro. Gli spettacoli di amnesiA vivacE sono tutti concepiti lungo una linea di ricerca anche musicale, di integrazione tra testo/corpo/note in un continuo disequilibrio tra partitura codificata ed improvvisazione. AmnesiA vivacE ha tenuto laboratori teatrali, letterari e musicali presso l’Università “La Sapienza” di Roma ed è tra gli organizzatori, assieme ad altre compagnie del Nuovo Teatro romano, della rassegna teatrale UBUsettete! Fiera di alterità teatrali romane, che giunge quest’anno alla sua quarta edizione.Tra gli eventi extra-teatrali: Scrivere l’Es (ciclo di incontri, performance, concerti sul rapporto tra inconscio e scrittura letteraria e musicale, con interventi di Sylvano Bussotti, Ben Watson, Esther Leslie, Roberto Terrosi); ICE-Z 2 - International Conference of Esemplastic Zappology (la seconda Conferenza Internazionale di Zappologia Esemplastica organizzata in collaborazione con Debra Kadabra e Psicopompoteatro); Impressioni dal cosmo (parole e immagini dai partecipanti per l’Italia alla 11° Biennale dei Giovani Artisti d’Europa e del Mediterraneo, Atene 2003); mostre di fotografia, presso la libreria Odradek di Roma (Photo Pride, sul Gay Pride, La Dama e la Candela, Io statua, sul museo della Montemartini, col patrocinio del comune di Roma). amnesiA vivacE dal 2001 è una associazione culturale, con sede in Roma, che riunisce le esperienze di Daniele Timpano (autore, attore, regista), Marco Maurizi (filosofo, musicista), Valerio Cruciani (autore, fotografo), Costantino Belmonte (poeta, web-designer), Natale Romolo (musicista, compositore), Francesca La Scala e Valentina Cannizzaro (attrici), con la collaborazione di Michela Gentili (cantante, danzatrice), Simone Mancini (grafico), Marzio Venuti Mazzi (musicista, tecnico del suono). amnesiA vivacE dal 2002 è anche una rivista on line di teatro, critica dell'arte e della società a cadenza trimestrale (www.amnesiavivace.it)

EDIPO A COLONO

EDIPO A COLONO

assolo per Roberto Herlitzka
Scritto e diretto da Ruggero Cappuccio Progetto scenico Mimmo Paladino
Costumi Carlo Poggioli Assistente alla regia Claudio Di Palma
Luci Michele Vittoriano Fonica Carmine Acconcia
Allestimento musicale Carlo Martinelli
Ufficio stampa Silvia Signorelli Distribuzione Neraonda


Edipo a Colono di Sofocle è forse il più alto paradigma poetico del dolore, da esso affiorano le radici di tutta l’espressività dell’angoscia cui ha dato vita l’arte occidentale. Il testo di Ruggero Cappuccio rievoca il mito con una scrittura addensata nel moto sonoro di endecasillabi e settenari, spina dorsale di una lingua italiana antichissima e moderna, erosa al suo interno da siciliano e napoletano. Così la storia di Edipo vive di una vitalità ferina, in cui il mondo basso materiale e corporeo costituisce l’essenza stessa della necessità poetica. Nella partitura per Roberto Herlitzka, Edipo è uomo di questo tempo, assediato dai fantasmi che lo perseguitano e che egli stesso ama evocare. L’uccisione di un padre, l’incesto, la perdita del potere, l’accecamento volontario, raccontano i drammi persistenti dell’umano attraverso la mutevolezza dei secoli. Laio, Giocasta, Antigone, Ismene, Eteocle,Polinice, Creonte, sono le apparizioni inquietanti di Edipo e di ogni uomo, sono i nodi irrisolvibili che determinano la necessità del ripetere il dolore per rivivere la sfida al più alto dei misteri delle culture ellenistiche e moderne: sé stessi.

TEATRO INDIA di Roma

dal 19 febbraio al 2 marzo dal martedì al sabato ore 20, domenica ore 18

Biglietti interi € 15,00 ridotti € 12,00