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martedì 11 dicembre 2012

LA CITTÀ DI PLASTICA


Immagine in linea 1
 
piazza Giovanni da Triora, 15 - Roma

dal 18 al 23 dicembre

La Compagnia della luna
in collaborazione con Rondini ass. cult. e Progettarte
presenta
LA CITTÀ DI PLASTICA
 nel giardino dei sogni


di Francesco Zarzana e Silvia Resta
con Claudia Campagnola
scenografie Camilla Grappelli e Francesco Pellicano
suoni David Barattoni
regia Norma Martelli

La Città di Plastica, rappresentato per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, ha ricevuto il patrocinio del WFP-World Food Program e di ALDA - Association of the Local Democracy Agencies (con sede presso il Consiglio d’Europa di Strasburgo) ed è stato invitato quest’anno nella rassegna internazionale “Migraction 5” al Theatre de l’Opprimé di Parigi. Lo spettacolo dà voce a Neda, Hanifa e Rose, tre donne che dall’Iran, dall’Afghanistan e dal Kenya ci offrono il dolore, realmente vissuto dalle protagoniste, di chi ancora oggi in quanto donna non solo non può scegliere della sua vita ma anzi viene costretta a subire la completa mancanza di libertà, fino ad essere ridotta allo stato di schiavitù. Neda significa “voce” o “chiamata” in persiano e per questo la giovane studentessa è stata definita come la “voce dell’Iran”. La morte di Neda Salehi Agha- Soltan è avvenuta a Teheran durante le proteste seguite alle elezioni presidenziali del 2009: obiettivo dei manifestanti era denunciare i brogli elettorali per il riconoscimento della vittoria del loro leader Mir Hosein Musav; Neda è ora un simbolo di democrazia per i cittadini che rendono pubblico il loro dissenso contro il regime autoritario del presidente in carica Ahmadinejad. L’uccisione di Neda ha suscitato anche reazioni internazionali per un video amatoriale che ha catturato gli ultimi atroci istanti della sua vita. Hanifa ci porta invece in Afghanistan per denunciare i matrimoni forzati. Giovani donne, poco più che adolescenti, vengono date in moglie ad anziani molto ricchi per una terribile tradizione nata anche dalla necessità, delle condizioni di estrema povertà in cui versano le famiglie. Uomini che attraverso il matrimonio acquisiranno il diritto di disporre delle spose bambine, del loro lavoro e della loro capacità riproduttiva. Molte arrivano a darsi fuoco, così come Hanifa, perché è solo quella la strada che intravedono per la “salvezza”. L’ultima protagonista de La città di Plastica si chiama Rose, proprio come il fiore. Un nome dal destino beffardo in Kenya, dove molte braccia femminili vengono sfruttate per realizzare la città di plastica fatta di gigantesche serre costruite per coltivare i fiori, esportarli e farli comprare dagli innamorati di tutto il mondo. Proprio qui, in una zona martoriata dalle guerre civili, centro più importante dell'Africa nel mercato delle rose da taglio, a Naivasha, 150 km a nord di Nairobi, dove un lago garantisce l’acqua per le serre che producono fiori, alcune multinazionali hanno iniziato una produzione intensiva di rose per poter sfruttare le risorse umane, ecologiche ed ambientali eccezionalmente favorevoli alla coltivazione dei fiori. Le condizioni di lavoro delle operaie e degli operai sono disumane: incurvati tutto il giorno tra caldo soffocante e polveri killer che vengono usate senza nessuna regola per accelerare la produzione e che provocano malattie respiratorie spesso letali. A lavorare nelle serre sono soprattutto le donne, alle quali viene negato ogni diritto: licenziate se malate o in maternità e abbandonate a loro stesse. Gli stessi fiori che in Kenya significano malattia e morte vengono regalati in occidente come simbolo d’omaggio e d’amore. “Li comprate per vederli appassire” è il commento delle ragazze nelle serre.


TEATRO AMBRA ALLA GARBATELLA
mar/sab h 21.00 dom h 17.00
biglietti: da €10,00 a € 16,00

lunedì 26 novembre 2012

BELLA TUTTA- I MIEI GRASSI GIORNI FELICI




Immagine in linea 1

piazza Giovanni da Triora, 15 - Roma

dal 4 al 16 dicembre


BELLA TUTTA! I MIEI GRASSI GIORNI FELICI

di e con Elena Guerrini

scenografia Martina Troiano costumi Agnes Esenzyi
voci registrate Gianluca Apolito, Gianluca Detti, Elisabetta Magnani, Annita Rubino,
Elisabetta Magnani musiche Camillo Cromo, Aqua, Noir Desire, Radici nel cemento
regia di Andrea Virgilio Franceschi 

Le donne sono sempre più spesso descritte dai media come Barbie campionesse dell’incastro, sempre di corsa dal lavoro alla palestra, in grado di improvvisare una seduta di make up nel traffico, tutto svolazzando su tacchi a spillo 12, e sfoggiando un perfetto new look all’ultimo grido. Proiettate verso un modello unico di bellezza globalizzata, vita di vespa e leggerezza di farfalla, siamo ormai lanciate all’inseguimento della“perfezione assoluta”: la cura della bellezza e della forma fisica sono diventate pratiche di massa, e unici strumenti, pare, per dimostrare quanto si tenga a se stesse. Ma ci crediamo veramente? Oppure la nostra bellezza consiste proprio in ciò che abbiamo di profondamente unico e originale: i nostri difetti!! Il diktat della bellezza, del look, della salute e del benessere , la moda, la chirurgia plastica, la microchirurgia estetica, il maquillage, il botox, le diete estreme e poi piedi fasciati, nasi rifatti, colli allungati, cosce liposuzionate ,seni gonfiati, capelli trapiantati e tutte le rughe stirate. Sono esempi di una autentica body art sociale dalla quale nasce la scultura vivente che è l’immagine del nostro corpo.“Bella tutta!” Sono io e la mia pancia. “Bella tutta!” è ribellarsi a chi ci vuole trasformare in tante Barbie sorridenti.“Bella tutta!” è un inno alla nostra singolarità. E’ un tentativo di analizzare i meccanismi che ci imprigionano e ci fanno diventare tutte uguali. E’ un invito ad amare le nostre imperfezioni e a non cercare di essere qualcosa che non siamo. Bella tutta!” è una preghiera dell’anima perché ciascuno di noi impari ad amarsi accettando la propria diversità,senza mascherarsi, modificarsi, aggiustarsi. Solo dopo aver accettato questa meravigliosa terra con valli e colline che è il nostro corpo ci sarà spazio per accogliere l’altro, per aprirsi al mondo. É sempre necessario perdere peso? E chi lo stabilisce? Effervescente, vivace, tonica e irriverente, sensuale, Winnie Pliz è Miss Cicciona, la ragazza più grassa del mondo, che ne ha avuto a sazietà: di dietologi, amici, colleghi, riviste, che cercavano di assottigliarla!Ma dopo innumerevoli tentativi, a ridursi sono stati solo il conto in banca e l’autostima. Dati alla mano, Winnie Pliz spiega, con humor e energia, come la follia dei media, l’avidità delle industrie del dimagrimento, il mito della chirurgia estetica, possano distoglierci da un giudizio equilibrato su noi stesse. Spettatrici e spettatori di tutte le taglie fate come lei: sostituite al disgusto verso il vostro corpo una sensata tolleranza, al culto per le top model, uno sguardo disincantato sulla realtà che vi circonda, al supplizio dell’astinenza, l’indulgenza verso il peccato di gola. Con questo cabaret surreale, Winnie Pliz smaschera i fallimenti delle diete ed è coraggiosa pioniera di un femminismo in materia di chili, mentre si avventura in palestra, centri estetici, beauty farm, studi medici, pasticcerie. L’attrice sommersa fino al collo da oggetti rosa fuxia, creme di bellezza,e da decine di Barbie è una moderna Winnie Beckettiana, e ci racconta con risate, urla, lacrime , la sua odissea nell’aver provato tutte le diete esistenti. Con serietà e ironia affronta temi attuali come il fascismo estetico, la bellezza globalizzata, il C.U.B.O Canone Unico Bellezza Omologata, imposto dai media, la chirurgia estetica, il lifting, la taglia 38, le taglie uniche, la bellezza interiore, la dieta come sedativo politico, il benessere a tutti i costi, usando il linguaggio del cabaret fa ridere, piangere e riflettere sul mondo femminile contemporaneo. Parla di una guerra, quella con il corpo, in cui siamo vittime e carnefici, ma anche di violenza sulle donne, di morti per chirurgie plastiche sbagliate, di bambine che giocano con le Barbie e di bambini che nei paesi poveri costruiscono quelle stesse Barbie. Bella tutta: appunti sulla bellezza contemporanea con canzoncine, divertenti battute e orribili verità.

TEATRO AMBRA ALLA GARBATELLA
mar/sab h 21.00 dom h 17.00
biglietti: da €10,00 a € 16,00

lunedì 5 novembre 2012

ALLA FINE LUI MUORE



Immagine in linea 1
 
piazza Giovanni da Triora, 15 - Roma
dal 13 al 25 novembre
Antonia Liskova

presenta
 

ALLA FINE LUI MUORE

scritto e diretto da Daniele Prato
con Luca Angeletti


Luca Angeletti, il Giulio della fortunata serie di Rai 1 Tutti Pazzi per Amore, lascia il piccolo schermo e si sposta in teatro con il monologoAlla fine lui muore, scritto e diretto da Daniele Prato. La pièce è prodotta dalla collega Antonia Liskova che spiega così perché ha deciso d’intraprendere il progetto: “I motivi sono due: penso che tra attori, registi e sceneggiatori ci si debba aiutare e sostenere a vicenda per far vivere dei progetti in questo momento così difficile per il teatro. Bisogna avere il coraggio di portare avanti delle idee e metterle in pratica senza dover aspettare che squilli il telefono. Il secondo motivo è la stima che nutro per Luca Angeletti e il copione scritto da Daniele Prato, che trovo sia uno sceneggiatore di rara sensibilità e ironia”.

Lo spettacolo è un atto unico in cui Luca Angeletti veste i panni di un bambino che parla e pensa quasi come un adulto. Oggi per lui è un giorno importante perché deve incontrare Gesù Cristo, ma sembra che la cosa non gli interessi affatto, anzi, non vede l’ora che tutto finisca il più presto possibile. Il bambino è scalzo, elegantissimo ma con una macchia di cioccolato sul petto, proprio vicino al cuore. Con un po’ di fantasia potrebbe sembrare uno dei suoi disegni, oppure una ferita di guerra o una medaglia al valore.

Il bambino si pone domande importanti, rivela al pubblico le sue 75 opinioni, racconta le sue giornate da tennista mediocre, approfitta della Confessione per compiacersi dei suoi piccoli, grandi peccati e ci rivela la sua personalissima ricetta del latte col Nesquik. Si racconta in un flusso di coscienza sghembo e spensierato, divaga, si perde, ma poi, inaspettatamente, i suoi discorsi si fanno netti e precisi, lucidi e taglienti, quasi come quelli che fanno i “grandi”. E affiora lentamente l’odio che nutre nei confronti dei suoi genitori, il suo prematuro desiderio di fuga, la voglia di trovare un amore vero, futuro e per ora, solo immaginato. Alla fine lui muore è solo l’inizio.

La scenografia minimale, realizzata interamente con fogli A4, disegna un non luogo che isola il protagonista in un una bolla spazio-temporale assoluta.

Il linguaggio elementare sottende domande e considerazioni complesse. Il monologo, intimo e sociale al contempo, si svolge lungo il percorso che compie l’individuo alla ricerca della sua libertà. La semplicità del testo, speculare all’età del protagonista, è uno strumento efficace per affrontare con levità l’intima ricerca del proprio posto nel mondo, la necessità di conservare uno sguardo disincantato e critico sulle cose e sulle persone, anche su quelle a noi più vicine, e la difficoltà di crescere.

Alla fine lui muore risuona e forse rivive nella coscienza dell’adulto, perché ciascuno porta con sé la propria storia e il bisogno di mettere in discussione le convenzioni e ci restituisce un modo di pensare veramente libero, perduto e forse dimenticato.


TEATRO AMBRA ALLA GARBATELLA
mar/sab h 21.00 dom h 17.00
biglietti: da €10,00 a € 16,00

mercoledì 31 ottobre 2012

LE MEMORIE DI UN IMPRESARIO




Immagine in linea 1
 
piazza Giovanni da Triora, 15 - Roma
dal 1 al 4 novembre

La Compagnia del Capannone

presenta
Carlo Molfese
che racconta

LE MEMORIE DI UN IMPRESARIO


ovvero
In principio era il Teatro
due tempi di Marcello e Marco Molfese da un’idea di Mario Moretti e Carlo Molfese
con Antonio Coppola, Loredana Castrovilli, Maria Giordano e Emanuele Pedini
musiche di Nino Rota, Fiorenzo Carpi, Antonio Sinagra
impianto scenico Toni Sarnataro elaborazioni Musicali Mariano Perrella
coreografie Alessandra Puglielli
regia Marco Simeoli 

Molfese racconta la sua storia. Questo napoletano doc rappresenta in realtà un pezzo importante della storia recente del teatro a Roma. Fu lui che nel lontano 1976 creò il primo vero Teatro Tenda a piazza Mancini, s’inventò, insomma, il primo palcoscenico popolare non fatto di mattoni, non chiuso in un palazzo, senza velluti, senza poltrone rosse. L’idea di un teatro “mobile” e non “stabile”, potenzialmente itinerante, aperto a un pubblico non borghese. In altri termini, per quell’epoca, un’autentica rivoluzione. Un teatro non convenzionale, che però, fino al 1984, ospitò il meglio della creatività teatrale del momento: dal classico alla sperimentazione, dalla grande tradizione alle novità drammaturgiche. Tutti, o quasi, i grandi autori e attori, i mattatori, gli affabulatori sono passati al Teatro Tenda Mancini: da Eduardo De Filippo a Gigi Proietti, da Vittorio Gassman a Massimo Troisi, da Carmelo Bene a Roberto Benigni, da Dario Fo a Domenico Modugno. Fra gli stranieri, Tadeusz Kantor con La classe morta, Marcel Marceau e Le Grand Magic Circus di Gerome Savary, Victoria Chaplin e Jango Edwards. Ed è questa bella avventura personale e artistica che Molfese racconta nello spettacolo. Un’agile carrellata, divertente e ironica, attraverso i ricordi di questo eclettico artista, diventato poi impresario, tra gustosi aneddoti, poesie, molte canzoni e “macchiette”. Un pirotecnico pamphlet, cui si aggiungono le testimonianze virtuali di tanti “amici” del Tenda Mancini, fra cui Federico Fellini che, in un filmato, dice: “Del Teatro Tenda ho un ricordo simpatico, di qualcosa di povero, modesto, umile, provvisorio. Aveva la stessa aria che suggeriva il circo la prima volta che l’ho visto”. Roma, in quel periodo, viveva sotto la cappa degli anni di piombo. Rammenta Molfese: “Si sparava per le strade e la maggioranza della gente se ne stava rintanata in casa. Ma noi riuscivamo a riempire il teatro, raggiungendo anche le oltre duemila presenze a sera, come si è verificato per molti mesi con lo storico e ancor oggi ricordato da molti A me gli occhi please con Gigi Proietti. Quest’avventura ebbe inizio con il Teatro Tenda, che prima di Piazza Mancini si spostava in giro per Roma toccando tutti i quartieri con uno spettacolo dal titolo Alle nove sottocasa, era il teatro che andava a trovare il pubblico della città”. Molfese, riprendendo quell’idea, vuole ripetere l’esperienza con un tour nei teatri romani per andare sul posto a ringraziare e salutare quel pubblico che ancora ricorda quell’esaltante avventura e i moltissimi giovani che ne hanno sentito parlare e ai quali bisogna consegnare una memoria storica di quella stagione culturale e sociale tanto ricca di avvenimenti, di personalità e di grandi cambiamenti. Un giro per Roma e Provincia che vuole essere per Molfese una sorta di pellegrinaggio/giubileo che coincide con i 50 anni di mestiere di impresario.


venerdì 19 ottobre 2012

Serata per ricordare Stefano Cucchi




Immagine in linea 1

22 ottobre
Ingresso gratuito
SERATA PER RICORDARE STEFANO CUCCHI

Associazione Federico Aldrovandi
In collaborazione con
Associazione a Buon Diritto
Amnesty Italia

Un evento con ospiti e proiezioni per ricordare Stefano Cucchi nel terzo anniversario della sua tragica e inaccettabile scomparsa. I suoi familiari - Ilaria, Rita e Giovanni Cucchi - invitano a partecipare con la forte convinzione che la giustizia per Stefano potrà essere veicolata soltanto dalla comune coscienza e conoscenza dei fatti. Anche nelle aule dei tribunali.

Parteciperanno Luca Barbarossa, Andrea Purgatori, Ulderico Pesce, Marco Morandi, Tosca, Josafat Vagni, Massimo Wertmuller, Anna Ferruzzo, Domenico Ascione, Giovanna Pini, Claudia Campagnola, Cinzia Mascoli, Luca Angeletti. E’ prevista la proiezioni di alcuni stralci dai documentare stralci documentari 148 Stefano mostri dell'inerzia di Maurizio Cartolano, Nei secoli fedele il caso di Giuseppe Uva di Adriano Chiarelli e E’stato morto un ragazzo di Filippo Vendemmiati 

Dichiarano Giovanni, Rita e Ilaria Cucchi: “Vogliamo, oltre che testimoniare i fatti ed esporre la situazione processuale, fare un grave atto di accusa contro tutte le resistenze che incontriamo nello svolgimento del processo penale, e andare ancora avanti per creare una rete di solidarietà con le persone più sfortunate a cui offrire aiuto, con il tuo aiuto, anche, e mediante idee, iniziative, progetti, lavori, incontri, commemorazioni, contributi di tutti. L’attuale legislazione italiana, infine, non prevede il reato di tortura. Questa occasione ci permette di lanciare un messaggio: mobilitiamoci per contribuire a sensibilizzare la gente per far sì che venga prevista. Se ci fosse stata forse i processi contro gli abusi di alcuni esponenti delle forze dell’ordine avrebbero già avuto una svolta. Questa è un’occasione per parlarne insieme.”

AMBRA ALLA GARBATELLA
piazza Giovanni da Triora 15 – Roma

giovedì 11 ottobre 2012

ITALOPOSITIVO


dal 23 al 28 ottobre
Saverio Raimondo
in
ITALOPOSITIVO
È facile smettere di essere italiani se sai come farlo
di e con Saverio Raimondo e Francesco Lancia
regia Saverio Raimondo

Saverio Raimondo è un nostro ex connazionale. È stato un anno in Svizzera, al Centro Carla Bruni per il recupero degli italiani; ora è tornato in Italia per raccontarci la sua storia, ma soprattutto per aiutarci a smettere. Durante la sua conferenza (un po’ raduno, un po’ terapia di gruppo, un po’ cerimonia iniziatica, un po’ Alcolisti Anonimi) Saverio Raimondo illustrerà le cause dell’Italia e i suoi rimedi. Stereotipi, statistiche, dimostrazioni, vilipendio alla nazione e sanitari si mescolano in un crescendo delirante sempre più logico e convincente. Un monologo salvifico e necessario, un messaggio alla nazione definitivo. Il più spettacolare reato d’opinione della storia d’Italia.

Saverio si è formato al DAMS ed è stato scoperto nel 2002 da Serena Dandini, che lo ha inserito nella squadra di autori di La fattoria dei comici all’Ambra Jovinelli e di BRA – braccia rubate all’agricoltura in RAI. Dopo alcune esperienze in piccole emittenti universitarie, una commedia a teatro e una rubrica radiofonica su Radio Capital, nel 2007 approda a NessunoTV, dove conduce un suo talk show satirico,RaimondoVisione. L’anno dopo porta la trasmissione su RedTV, la “TV di D’Alema”, dove va avanti per due stagioni, prima che lo caccino a calci nel didietro a causa di alcuni sketch non esattamente dalemiani. L’episodio gli garantisce alcuni titoli sui quotidiani nazionali e alcune apparizioni a Tetris su La7. Recentemente ha partecipato ai programmi Stiamo Tutti Bene (Rai Due) e Un due tre stella (La7).

Dice di se stesso: “Nasco il 20 gennaio 1984, proprio il giorno del mio compleanno. Il mio nome, Saverio, deriva dal latino saverius, che significa ‘Saverio’. Il mio cognome, Raimondo, deriva da mio padre. Che significa ‘Saverio’. Cresco in una normale famiglia borghese, middle-class; e fino ai 10 anni restai convinto che i genitori li portasse la cicogna. La mia è stata un’adolescenza difficile: non è facile essere un minorenne durante l’età dello sviluppo. Comincio a scrivere battute all’età di 14 anni, ma ottengo la mia prima scrittura a 18: il tempo trascorso è quello che normalmente si impiega a capire le mie battute. Quando annunciai in famiglia che avrei fatto il comico, mio padre non la prese bene e sbottò: ‘Non farmi ridere!’, mentre mia madre mi scoppiò a ridere in faccia fino alle lacrime. Lo interpretai come un gesto di incoraggiamento. Ho al mio attivo teatro, radio, televisione, e alcune esperienze sessuali – anch’esse di genere comico. Sono alto 1,69; ma non sono basso. Sono diversamente alto. Riderete delle cose lette fin qui fra 4 anni. Se avete già riso, siete 4 anni avanti. In tal caso, sappiate che siete in ritardo sull’appuntamento di domani”.

TEATRO AMBRA ALLA GARBATELLA
mar/sab h 21.00 dom h 17.00
biglietti: da €10,00 a € 16,00