Digital life 2013
Liquid Landscapes
Dal 10 ottobre al 08 dicembre 2013
Macro Testaccio
Roma
Paesaggio e tecnologia, nuovi modi di rappresentare la realtà.
La rassegna Digital life ormai alla sua quarta edizione,prende nuova vita negli spazi del Macro.
La mostra unisce il lavoro di diversi artisti, che esplorano la tematica del paesaggio e dell’esperienza di esso, in trasformazione, così come mutevole è la tecnologia che si utilizza per osservarlo e rappresentarlo.
L’esposizione si organizza al MACRO in due padiglioni cui corrispondono due aree tematiche: The world you know e The world you own.
Addentrandosi nel primo padiglione, The world you know,si è accolti da un’opera, RBSC.01 di Mattia Casalegno, un’imponente marchingegno elettronico che ricorda una ghigliottina e una pressa al tempo stesso. Essa, in contrasto con l’immaginario di oppressione, paura, inaccessibile tecnicalità, che evoca, data la struttura che la caratterizza, serve a produrre un wafer, una sfoglia sottile di pane, ricoperta di zucchero, con un disegno che ricorda un sorriso, inciso sulla sua superficie. Il disegno è in realtà il simbolo dell’infinito con alle estremità le sigle C02 ed 02, a rimandare, anche nel titolo, all’enzima RuBisCO, centrale nel processo di fotosintesi, nonché proteina più diffusa sulla Terra.
L’esposizione continua con le numerose videoinstallazioni che in vari modi ripercorrono e rielaborano le rappresentazioni di paesaggi urbani, come in trasformazione perenne. Con Mutations of matter, dalla collaborazione tra l’artista visivo Carlos Franklin e il compositore Roque Rivas, nasce la rivisitazione del paesaggio urbano di New York, in cui emerge imponente il tema del troppo caricamento, della frenesia dei ritmi di vita che crea e organizza la città. I due artisti, attraverso le scelte stilistiche e tecnologiche alla base del loro lavoro, offrono un’esperienza quasi stroboscopica, di amplificazione delle percezioni visive e sonore, in una percezione di velocità, equilibrio precario e anomia. Quelli del degrado urbano e della distruzione del mondo naturale ad opera dell’uomo sono tematiche fortemente presenti in molte opere dell’esposizione.
Suburban Rhapsody ,di Devis Venturelli, offre la possibilità di scorgere dietro cinture, appese come panni ad asciugare, la visione di una “cintura urbana” degradata, grigia, triste, effetto anche amplificato dal contrasto con il canto degli uccellini che compare in sottofondo. In L’Empire, di Aurélien Vernhes_Lermusiaux, torna imponente il tema dell’opera dell’uomo, della rovina, abbinato stavolta al tema viaggio ed alla esperienza di esso, viaggio come conquista e potenziale minaccia per i luoghi e i popoli visitati.
Con Ligne Verte, Laurent Mareschal propone ancora una volta un paesaggio deturpato, che sembra trasformarsi in un cartone animato e poi in un quadro, poi riportato ad una dimensione reale attraverso lo squarcio che fa in esso la natura, ritratta stavolta come realistica, rimandando a dimensioni di falsità e menzogna, ma anche al rapporto di potere tra uomo e natura, evocato anche in La Terre outrage: qui la natura devastata da Cernobyl sembra riprendere il controllo sulle macerie prodotte dall’uomo, la resa stilistica della fotografia enfatizza il messaggio, attraverso la predominanza assoluta del colore bianco della neve, purificatore ed annullante. La catastrofe naturale di un mondo in rovina è una questione trattata anche dall’artista Du Zhenjun che attraverso le sue tre opere propone scenari apocalittici, resi più realistici dall’utilizzo di fotografie ritoccate e collage digitali.
Con Under Construction, l’artista Zhenchen Liu propone una panoramica sulle macerie del vecchio centro storico di Shanghai, in cui animali e persone compaiono sullo schermo come fantasmi testimoni della distruzione, in un silenzio sovrannaturale, interrotto da due interviste a persone che parlano dolorosamente di povertà e minacce in favore della demolizione del vecchio centro per la costruzione dei grattacieli, spingendo lo spettatore ad interrogarsi sull’idea di progresso e prezzo che in virtù di questo si chiede di pagare.
In Staging Silence (2), Hans Op de Beeck propone una proiezione che sembra cambiare tono rispetto alle opere precedenti, in atmosfera quasi giocosa si assiste all’allestimento di riproduzioni di scenari naturali come stagni o rocce, piuttosto che di skyline metropolitani, creati utilizzando i più diversi materiali, a partire da bottiglie di plastica, zollette di zucchero o sassi, in una composizione a quattro mani su sfondo nero. Quest’opera sembra richiamare alla mente giochi da “casa delle bambole”, che nel contesto della mostra, rinforza la riflessione rispetto all’intervento umano sulla natura, ma offre anche uno spunto di pensiero circa l’importanza dell’immaginazione e della costruzione mentale che si opera rispetto all’esperienza della realtà.
Il tema della percezione della realtà è strettamente legata alla sua costruzione, come emerge anche in Monade. Alexandre Maubert propone un’installazione interattiva in cui è lo spettatore ad esplorare il paesaggio proposto dalla proiezione, a costruirlo con le proprie azioni. Ancora nell’opera 3more60°, il visitatore è immerso fisicamente nel film ed è chiamato ad orientarne inquadrature e scelte registiche attraverso l’utilizzo di una strumentazione che consente di entrare in una cabina dove fruire di un video a 360°.
Passando all’altro padiglione si cambia scenario, tono e nome, The world you own propone una rielaborazione del concetto stesso di paesaggio e una ridefinizione dello stesso attraverso l’uso, a tratti giocoso ed ironico, della tecnologia.
Roberto Pugliese con Unità minime di sensibilità offre un’opera che si pone al confine tra scultura ed installazione interattiva: un raggruppamento di decine di lunghi fili neri, come rami di un enorme salice piangente, con alle estremità speakers che riproducono una rielaborazione dei suoni atmosferici, consente al visitatore di incuriosirsi nell’esplorazione di questa “natura tecnologica” e di giocare con essa.
Vuoto Sospeso, di Carlo Bernardini, propone un’installazione formata da raggi di luce che possono rendere l’idea di una struttura fisica di fili sospesi, ad evocare un’emozione di stupore e di incertezza rispetto alla consistenza stessa dell’opera e alla percezione che di essa si esperisce. Anche Donato Piccolo nelle sue opere, Tenore di fondo e Narciso, propone una realtà effimera, come può essere una colonna di vapore entro una teca di vetro, che sembra quasi assumere una propria consistenza fisica a stupire l’osservatore, portandolo a mettere in dubbio i suoi abituali metodi di approccio alla realtà, entro un’esperienza dove il suo intervenire su essa diventa centrale, data la rispondenza del vapore ai rumori esterni alla scultura.
Anche nelle opere di Paul Thorel il ruolo del visitatore rispetto alla sua esperienza dell’opera è centrale, attraverso i movimenti e i giochi che è possibile sperimentare spostandosi di fronte a quadrati bianchi che se osservati da diverse angolazioni assumono forme e significati. A catturare l’attenzione del visitatore è, tuttavia, una scultura-installazione di Donato Piccolo, posta al centro della sala, in tutta la sua imponenza si tratta di Butterfly Effect. Una gigante tromba metallica con una struttura contorta a creare giochi di incroci, di spazi e di vuoti, collegata ad una sorta di tamburo su cui si muove una farfalla elettrica che genera, con lo sbattere delle sue ali, un fruscio che propagandosi ed amplificandosi lungo tutto il grande strumento, produce un vero e proprio rumore, forte, che pervade tutto il padiglione, a sottolineare come un fenomeno apparentemente insignificante come il movimento di un insetto, possa generare effetti fisici ed emotivi di portata infinitamente superiore ed inaspettata, ça va sans dire, attraverso l’ausilio della tecnologia come strumento di costruzione di realtà. In Coagulate, invece, opera simbolo dell’esposizione, Mihai Grecu propone una rivisitazione di immagini che si caricano di dimensioni simboliche e nonsense al tempo stesso, nel contesto di un paesaggio purificato dall’acqua, elemento entro cui le figure si muovono, come in una dimensione onirica.
Paesaggio in mutamento, paesaggio distrutto dall’uomo, paesaggio costruito dalla mente del soggetto che la esperisce. Tecnologia, come strumento di nuovi modi di descrivere e rappresentare la realtà, ma al tempo stesso strumento di costruzione della stessa. Queste alcune delle tematiche sviluppate nell’ambito di questa ricca esposizione in cui numerosi artisti si confrontano e dialogano.
Alberta Mazzola
Macro
http://www.museomacro.org/


.jpeg)

.jpeg)
.jpeg)
.jpeg)
Nessun commento:
Posta un commento