venerdì 10 agosto 2012

Intervista ad Adelmo Togliani



Adelmo Togliani: regista, attore e sceneggiatore, un ragazzo che nonostante la giovane età (classe ’75) ha alle spalle un’ esperienza ventennale nel mondo dello spettacolo italiano. 
La sua carriera è iniziata a sedici anni come aiuto regista nello spettacolo supervisionato da Antonio Calenda dal titolo “Parto Perfetto”, in scena al Teatro de’ Servi di Roma.Negli anni ha recitato al cinema, in televisione in teatro.
In tv ha recitato in “Distretto di Polizia 8”, Un medico in famiglia 7″, “La Squadra VI”, “Il Signore della Truffa” e molti altri.
Al cinema ha preso parte a “Panarea”, “Casanova”, “Boris-Il film” e ad alcuni cortometraggi tra cui “Era ora” al fianco di Laura Chiatti.
Inoltre è regista teatrale di grandi successi come “Tele-degrado”, “Io, Clarence” e “Quinto potere-Network”.
Un attore poliedrico che ama mettersi alla prova e affrontare sempre nuove sfide come nella serie tv “Un matrimonio”: la fiction in sei puntate per la regia di Pupi Avati, prossimamente in prima serata su RaiUno, dove Togliani recita accanto ad attrici del calibro di Micaela Ramazzotti e Katia Ricciarelli. Adelmo interpreta il ruolo di Edgardo, in una vicenda che si svolge dal 1948 ad oggi, ambientata in Emilia Romagna.

Hai da poco concluso le riprese con Pupi Avati. Considerazioni sul set ed i colleghi?

La lavorazione è durata diversi mesi ed è stata un’esperienza fantastica.
Con Pupi Avati, mi sono trovato benissimo, è un regista che seguo da sempre. 
Durante le riprese mi è sembrato di tornare a scuola: io sono un istintivo, lui invece ti asciuga. Bellissima questa cosa. Personalmente nella fiction parlo in emiliano, cosa alla quale tenevo molto per dare una forte caratterizzazione al personaggio. Ho sempre cercato di cambiare, non standardizzandomi, variando e questa cosa ha sempre premiato, mi ritengo molto duttile.
Poi c’è un cast pazzesco:
Con Micaela Ramazzotti, con la quale avevo girato un altro film (Sexum superando di Marta Bifano), è stato un ritrovarsi. In qualità di regista avevo anche realizzato per lei il backstage ufficiale del suo servizio fotografico per la copertina di Max. È una ragazza molto in gamba.
Katia Ricciarelli interpreta il ruolo della madre di Edgardo, il mio personaggio. Insieme abbiamo girato anche il pilota della sit-com “Wilma” e siamo in ottimi rapporti.
Infine Christian De Sica, che ha lavorato su un personaggio bellissimo.


Attore, regista, sceneggiatore sono ruoli diversi tra loro. Quale ti è più affine per natura e passione?

La mia grande passione è la regia, nel tempo ho maturato una scelta professionale di concept designer, ma non solo legato alla scenografia o agli oggetti di scena, cosa che prevede tecniche pratiche e scenotecniche che non ho. Personalmente mi piace creare nuovi concept e con l’aiuto di Elena Tommasini creo nuovi mondi, dimensioni e linguaggi alternativi attraverso la sceneggiatura in primis. È qualcosa che va oltre l’attività di autore, ad esempio come è successo con il nostro prossimo progetto, in cantiere da diversi mesi, la web serie: “Vita da Avatar”, in cui raccontiamo cosa succede ai personaggi dei videogiochi quando la consolle è spenta. Abbiamo elaborato la storia nei minimi dettagli: il mondo in cui vivono, il linguaggio con il quale si esprimono, sono aspetti che influenzano in modo più profondo quelle che saranno poi le scelte produttive, scenografiche e di costume. Crediamo molto in questo aspetto. Nel 2003 ho scritto con Carola Silvestrelli e Stefano Sarcinelli la serie tv per RaiDue “Sweet India”, la prima ad essere ambientata in un ristorante indiano e che ha per protagonista una famiglia multietnica, per la regia di Riccardo Donna. Ci è piaciuto poter suggerire qualche invenzione registica e Riccardo ancora a distanza di tempo se ne ricorda. Prima della creazione della fiction avevo studiato la tesi di una ragazza italiana su “Friends”, una serie in cui gli autori sono molto importanti, il cardine dell’intera produzione. L’autore ha le idee chiare su come muoversi in una situazione più di ogni altro. Ad esempio in Inghilterra il nome dell’autore è in testa a tutto (una commedia di…). Avere delle idee, elaborare un mondo deve avere la sua importanza e tutto deve stare dentro un disegno molto coerente poiché è nella testa degli autori che si compone questo disegno.

Sei un uomo che ama cambiare, che crea sempre nuovi esperimenti: sceneggiature, web serie…

E’ dalla passione per la regia che sono approdato a un livello più alto della governance del prodotto d’intrattenimento. Con Elena Tommasini abbiamo iniziato a realizzare per conto nostro, per rimanere coerenti al nostro disegno: ideiamo, creiamo, proponiamo e realizziamo. Quello che stiamo mettendo in campo è difficile, siamo riusciti con un finanziatore privato a realizzare il pilota della sit-com “Wilma” che abbiamo presentato al Roma Fiction Fest nel 2010, ma abbiamo in cantiere altre quattro cose tra cui appunto “Vita da Avatar”. Una web story a cui teniamo molto, perché siamo due nerd della prima ora. Oggi questo termine è abusato, ma chi davvero può dire di essersi chiuso per interi pomeriggi in uno di quei vecchi negozi di videogiochi in stile “Alta fedeltà”, di Cusack?


A parte la creazione di serie e spettacoli per web, tv e teatro, qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Scrivo ma molte cose non le pubblico. Mi piacerebbe certo, e in molti mi hanno chiesto di farlo, ma dovrebbe essere una cosa significativa che faccia da traino per altri progetti.

Come “Io, Clarence”?

Felicissimo di averla realizzata, è una commedia noir che parla ai giovani e che ha avuto larghi consensi sia di pubblico e di critica soprattutto a Roma. Tenevo al fatto che fosse diffuso questo tipo di teatro, altrimenti continuiamo a fare Pirandello e Goldoni a vita. Per questo ho regalato diverse copie del mio libro da cui è tratta l’omonima commedia teatrale, al circuito delle Biblioteche di Roma, con il benestare del Presidente Francesco Antonelli. 

Fai tante cose, tv, cinema, teatro, ma da dove nasce l’ispirazione?

Mio padre era un grande appassionato di cinema e abbiamo una delle più grandi e importanti cineteche che ci siano in Italia, dal muto ad oggi. Molti di questi titoli sono in vhs, noi in famiglia continuiamo a collezionarli in dvd e bluray. La cosa più difficile è la catalogazione, mio padre era molto bravo in questo, perché al Centro Sperimentale di Cinematografia, che ha frequentato negli anni ‘40 con Antonioni, Germi, De Santis, c’era un corso dedicato all’archivistica. Questa chicca l’ho scoperta molti anni dopo chiacchierando con il regista Piero Vivarelli. Mio padre trascorreva le notti alla macchina da scrivere per catalogare e poi mobilitava tutti in casa perché non voleva programmare le registrazioni dei film ma godersi il piacere di registrarli mentre li trasmettevano. Negli anni ‘60 mio padre affittava intere pellicole alla De Paolis attuando una vera e propria programmazione, occasioni queste, in cui venivano a trovarlo Mastroianni, Totò, Alberto Lupo. Mio padre era un grande appassionato di cinema ed io ho assorbito la passione e respirato l’aria artistoide. Era un uomo coerente, pulito che non è mai stato “genio e sregolatezza”, non si è mai dato ad eccessi di nessun genere, aveva macchine pazzesche con cui andava a due all’ora. Era pieno di sane contraddizioni. Ha sempre cercato di evitare logiche politiche e clientelari che oggi vanno tanto di moda, ma aveva ben chiari i suoi principi e valori. Certo era un'altra generazione, papà era del 1924, ma non ha mai forzato le mie scelte. Mi ha fatto conoscere la storia del cinema italiano, ho vissuto un’infanzia a pane e storia. Lui non archiviava solo i film ma anche tantissimi documenti: il telegramma di quando vinse il Premio Microfono d’Argento, il programma di Sanremo del 1951. Ho documenti che esprimono la ricerca, la passione e la voglia di conservare. Conserviamo ancora lettere di Sofia Loren indirizzate a papà che recano l’impronta del suo rossetto e che hanno un valore storico inestimabile.

Credo che questa esperienza abbia per te un grande valore sentimentale, ma ha anche un valore strumentale che ti permette di capire il passato e progettare il futuro.

Il passato è importante anche per l’Accademia Togliani fondata da mio padre. La scuola ha una sorgente importante e prestigiosa, fatta di valori e obiettivi che parlano di un'altra Italia. Noi proviamo a portare avanti questo modello, ma è difficile.

Lavori molto con i giovani tra l’accademia, meeting e seminari. Cosa ne pensi delle nuove generazioni?

Adoro i giovani, scrivo per loro e tengo corsi nelle scuole e nei licei. Ad aprile sono stato ospite a Macerata in occasione dell’UniFestival - Festival Nazionale degli Studenti Universitari, dove insieme al Giudice Rosario Priore abbiamo tenuto una lezione di orientamento, dibattendo con il pubblico sui nostri percorsi professionali. Personalmente ho voluto invitare i ragazzi a mettersi in gioco, evitare l’individualismo. Per far capire meglio il concetto ho citato il testo “Lezioni di regia” di Nicholas Ray che nel film “Ombre bianche” narra l’esperienza con le popolazioni eschimesi, che nel loro vocabolario non hanno una parola per indicare -io-. Nessuno nella vita ce la fa mai da solo. In questo momento di crisi, questo concetto è quanto mai necessario, ma non può concretizzarsi nello scendere in piazza, spaccare cassonetti e dar fuoco alla città. Bisogna dialogare, creare qualcosa d’innovativo insieme, anche attraverso il confronto. Lavoro con ragazzi di tutte le età ed ho notato che a volte i genitori sono poco presenti. Quando in una famiglia i genitori sono diametralmente opposti, il figlio capisce a chi rivolgersi per ottenere qualcosa; invece se madre e padre fanno fronte comune, si creano delle gerarchie da rispettare. Così un giovane può capire e applicare il rispetto verso gli insegnanti, che a volte vengono delegittimati. Nella nostra Accademia può capitare che studenti, che facciano sacrifici per pagare la retta lavorando e studiando, quando devono ad esempio imparare a memoria un brano, si giustifichino in continuazione o si assentino dalla lezione, mettendo in difficoltà gli insegnanti. Ci tengo a insegnare loro che le nuove generazioni come le vecchie hanno doveri e non diritti, poiché l’approccio corretto nello studio come nella vita è l’impegno.

Progetti futuri?

A settembre alla Biblioteca Flaminia di Roma porteremo in scena lo spettacolo “L’amore ai tempi della crisi”, ideato da me e da Elena Tommasini, basato in parte su testi originali dei nostri allievi. E’ questo un modo per dare spazio ai giovani, lo meritano. Il progetto viene da lontano, doveva essere rappresentato in occasione de La Notte dei Musei (19 marzo 2012), manifestazione che fu poi sospesa, e con essa tutti gli eventi collegati, nel rispetto degli accadimenti di Brindisi.
Il 12 ottobre di quest’anno, nell’ambito della rassegna “Giovani a Teatro” promossa dall’Assessorato alle Politiche Giovanili, porteremo in scena uno spettacolo dal titolo “Polvere” di Saverio di Giorgio. I due protagonisti sono allievi dell’Accademia Togliani, Federico Ancillai e Palma D’Addeo e lo spettacolo sarà rappresentato al Centro Culturale Aldo Fabrizi di Roma. 
Nel frattempo prosegue la mia collaborazione, nata diversi anni fa, con Unicef Italia e il suo portavoce Andrea Iacomini, in passato ho partecipato come regista con alcuni miei lavori a due Meeting dei Volontari, e proprio ora sto montando per loro un progetto incentrato sulla Sierra Leone. 

Intervista a cura di Fabiana Traversi

Si ringrazia Adelmo Togliani per la
disponibilità e il suo Ufficio Stampa.


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