martedì 4 novembre 2008

RE LEAR

TEATRO ELISEO
Dall’11 al 30 novembre 2008

RE LEAR
di William Shakespeare
versione italiana di Edoardo Sanguineti



con Eros Pagni,
Alice Arcuri, Gianluca Gobbi, Maurizio Lastrico, Massimo Mesciulam, Orietta Notari,
Aldo Ottobrino, Enzo Paci, Nicola Pannelli, Fiorenza Pieri, Vito Saccinto, Federico Vanni
Massimo Cagnina, Fabrizio Careddu, Michele Di Siena, Pier Luigi Pasino, Marco Pieralisi.

regia Marco Sciaccaluga
scene e costumi Valeria Manari
musiche Andrea Nicolini
luci Sandro Sussi
fonica Claudio Torlai

produzione Teatro Stabile di Genova



Dall’11 novembre, alle ore 20.45, è in scena al Teatro Eliseo, Re Lear di William Shakespeare, interpretato da Eros Pagni, regia di Marco Sciaccaluga, nella nuova traduzione di Edoardo Sanguineti.


Il Re Lear di Marco Sciaccaluga, si propone come una rigorosa e moderna rilettura della tragedia scespiriana, di cui viene portata in primo piano la dimensione di una storia arcaica, ambientata in un mondo barbarico e attraversata dalle grandi passioni primordiali che stanno alla radice dell’umanità di tutti i tempi. Il tutto fondato su un vitale e raffinato uso del linguaggio, che trova nella nuova versione italiana di Edoardo Sanguineti (in versi e in prosa, come l’originale) un prezioso fondamento drammaturgico.

Accanto a Eros Pagni, nel ruolo del re di Britannia che decide di dividere il proprio regno tra le figlie, saranno in scena molti attori che da alcuni anni ormai costituiscono la compagnia del Teatro Stabile di Genova: Alice Arcuri (Regan), Gianluca Gobbi (Edgar), Maurizio Lastrico (Albany), Massimo Mesciulam (Kent), Orietta Notari (Goneril), Aldo Ottobrino (Cornovaglia), Enzo Paci (Oswald), Nicola Pannelli (Edmund), Fiorenza Pieri (Cordelia), Vito Saccinto (Fool), Federico Vanni (Gloucester), e, ancora, Massimo Cagnina, Fabrizio Careddu, Michele Di Siena, Pier Luigi Pasino, Marco Pieralisi. Scene e costumi di Valeria Manari, musiche di Andrea Nicolini, luci di Sandro Sussi, fonica di Claudio Torlai.

Re Lear è universalmente considerata una delle migliori tragedie di William Shakespeare. Scritta nei primi anni del Seicento, è basata sulla leggenda di Leir, un re della Britannia vissuto prima che questa diventasse parte dell’Impero Romano. Una storia arcaica, dunque, che era già stata narrata in cronache, poemi e anche testi teatrali, prima che Shakespeare scegliesse di raccontarla di nuovo.
La vicenda è nota. Il vecchio Re Lear decide di dividere il proprio regno tra le tre figlie, a seconda dell’amore che sapranno dimostrargli. Due delle figlie, Goneril e Regan (rispettivamente sposate con il duca di Albany e di Cornovaglia), gli offrono subito altisonanti dichiarazioni d’affetto, mentre la terza, Cordelia, si limita a dichiaragli un giusto amore. Irritato dalla risposta, Lear la ripudia e divide tutto il suo regno tra Goneril e Regan, le quali s’impegnano a dargli ospitalità, un mese per una, in compagnia della sua scorta di cento cavalieri. Mentre Cordelia, sposatasi con il Re di Francia, abbandona il regno, Lear ha modo ben presto di constatare l’ingratitudine delle due figlie favorite. Colpito nel suo orgoglio di re e di padre, sempre più solo in compagnia del proprio Fool, Lear perde progressivamente la ragione. E, nel frattempo, la sua storia s’intreccia con quella del devoto Gloucester, anche lui protagonista di un dramma famigliare, che lo porta alla disperazione e alla distruzione fisica a causa delle manovre del figlio bastardo, Edmund, il quale riesce a convincerlo a mettere al bando l’innocente primogenito Edgar. Votate entrambe a un tragico precipizio, le due vicende umane si rispecchiano e s’intrecciano in una società stravolta dalle lotte intestine e dalle più violente passioni individuali.

«Accetterò l’invito di Edgar alla fine della tragedia a dire “ciò che sentiamo, e non quello che conviene dire”», annota il regista Marco Sciaccaluga. «La storia di Lear è la mia storia preferita, da quando me la raccontavano da bambino nella edulcorata versione di Charles Lamb. Me ne domando spesso il motivo: forse perché nessuna storia più di questa racconta il paradosso di stare al mondo. In essa tutto è efferato e insensato, è “la tragedia degli antropofagi” come la definì un illustre critico, dove “l’umanità deve per forza depredare se stessa come i mostri dell’abisso”, come ci dice Albany, uno dei suoi personaggi. Questa “mostrificata” storia dell’umanità me ne svela tutto l’orrore, ma è insieme capace di farmela disperatamente amare ».


TEATRO ELISEO
Via Nazionale, 183 − 00184 Roma
tel. botteghino: 06 4882114 06 48872222 info@teatroeliseo.it http://www.teatroeliseo.it/ teatroeliseo.blogspot.it

ORARIO SPETTACOLI:
Martedì, giovedì, venerdì – ore 20,45
Sabato – 20,45
Mercoledì e domenica – ore 17,00
Lunedì riposo

COSTO DEI BIGLIETTI:
Mercoledì ore 17
platea 28 € − balconata 25 € − I galleria 16 € − II galleria 11 €

Martedì, giovedì, venerdì, sabato, domenica :
platea 30 € − balconata 28 € I galleria 16 € − II galleria 11 €

SUGO FINTO

TEATRO LA COMETA
11 – 30 novembre


Comune di Roma Progetto speciale Teatro 2008/09 Teatro della Cometa
Assessorato alle politiche culturali
Sala Umberto produzioni
presenta


SUGO FINTO

di Giovanni Clementi
con
PAOLA TIZIANA CRUCIANI e ALESSANDRA COSTANZO

Regia
Ennio Coltorti



Due sorelle zitelle, Addolorata e Rosaria, offese da una natura ingenerosa, trascorrono la propria esistenza in un continuo ed esilarante scambio di accuse reciproche. Un battibecco infinito che non conosce sosta. Qualsiasi circostanza, qualsiasi avvenimento diviene argomento di animata e inconciliabile discussione. Rosaria domina, Addolorata subisce. Finchè un giorno Rosaria viene colpita da un ictus. Gravemente menomata è assistita da Addolorata, che finalmente può vendicarsi dei soprusi subiti per tutta la vita dalla sorella. Infatti Addolorata inizia a raccontare quotidianamente, all’immobile e muta sorella, di come sta dilapidando il cospicuo piccolo tesoro accumulato in Banca, in anni di risparmi e lavoro. Rosaria, adottando l’unica arma che ancora le resta, inizia a rifiutare cibo ed acqua ed è ormai allo stremo delle forze, quando Addolorata capisce che le rimane una sola strada: l’ennesima resa. Ma ormai non può più fare a meno della presenza dell’altra, la sua vita non avrebbe più senso ed è per questo che torna sui suoi passi e china la testa di fronte all’inespressiva sorella. Rosaria ha avuto ragione ancora una volta e uno svelto guizzo della sua lingua, che attinge nel cucchiaio di minestra portole da Addolorata, è il suo defintivo, muto grido di vittoria. Un testo confezionato per una grande prova d’attrici, che ne esaltino l’incalzante comicità, ma anche la struggente malinconia.
Un testo intimo e claustrofobico, che “usa” Addolorata e Rosaria e ne fa lo specchio di una società, come la nostra, sempre più portata a rinchiudersi a riccio, a considerare “l’Altro”, “il mondo fuori” il nemico. E allora il piccolo appartamento delle due zitelle diventa una sorta di avamposto, le finestre, delle feritoie da cui osservare, senza essere visti, il pericolo che incombe e sta per sferrare l’ultimo assalto a un nucleo “indifeso e normale”. La miopìa di tale atteggiamento è tanto più evidente quando il rifiuto aprioristico al confronto, in un contesto socio-economico, quale l’attuale, che ci costringe quotidianamente a fare i conti con il “diverso”, assume spesso l’aspetto di una sorta di autoemarginazione. E le piccole gioie della vita, che fortunatamente ognuno di noi ancora sperimenta, non possono non venire segnate dallo scoppio implosivo del nostro stesso risentimento. Forse è proprio questa la più grande sconfitta che una donna, un uomo, una società possano soffrire.


Un minuscolo Titanic in formato domestico, destinato all’inevitabile affondamento. E quando già i flutti lambiranno il volto degli incoscienti crocieristi, sarà ancora una risata l’ultimo suono percepito da orecchie tanto distratte.