sabato 1 marzo 2008

ESEMPI DI ARREDAMENTO D'ARTE






Michele Nero

CONSIGLI PRATICI

La cottura

Piccole attenzioni per un buon risultato:
l’acqua deve essere abbondante (circa 1 lt per 100 gr di pasta), più acqua c’è , più velocemente riprenderà il bollore e meno si addenserà la pasta.
il sale và messo nell’acqua in ebollizione: circa 10 gr per litro.
è importante che la salsa sia già calda al momento di buttare la pasta per poterla mantecare appena scolata, mantenendo la temperatura e la giusta compattezza.
il tempo di cottura varia a seconda dello spessore e grandezza della pasta ma è comunque molto rapido.

Paste colorate

Pasta verde
400 gr farina
200 gr di spinaci lessati,salati ,strizzati tritati o setacciati
3 uova
L’impasto è umido, conviene infarinare spesso per stendere.
….per paglia e fieno, lasagne, ravioli…..

Pasta marrone
400 gr di farina
40 gr di cacao amaro
4 uova
1 pizzico di sale
……per tagliatelle larghe e pappardelle, con sughi di selvaggina….

Pasta giallo-sole
400 gr di farina
400 gr di zucca pulita, cotta al forno, salata, setacciata
2 uova
…….per ravioli con salse ai funghi…

Pasta al basilico
500gr di farina
50 gr di foglie di basilico
2 tuorli
2 uova intere
1 cucchiaio di olio
2 cucchiai di pecorino
….tagliolini estivi al pomodoro…

Pasta nera
400 gr di farina
inchiostro di tre seppie
3 uova e poca acqua
…..per fettuccine e pappardelle al pesce….
E ancora… pasta allo zafferano, alla barbabietola , al pomodoro,alle erbe…….

Alcuni impasti base

Maltagliati, straccetti, fregnacce
500 gr di farina di grano duro (semola)
300 gr circa di acqua tiepida
Sale e pepe
20 gr di olio
Realizzare un impasto malleabile, non troppo duro, da lavorare a lungo.Questo impasto risulta liscio e morbido al palato, adatto per piatti invernali con legumi ed erbe aromatiche, e per piatti estivi ad esempio con fiori di zucca e ricotta.

Tagliatelle, pappardelle, chitarra, tortelli….
500gr di farina “0” (oppure: 400 gr di farina “00”+ 100 gr di semolino)
5 uova intere
Questo impasto, realizzato con uova intere, ha una maggiore elasticità (dovuta alla presenza di albumina) che permette di sagomare e sigillare al meglio tortelli e ravioli; inoltre da' la migliore resa tra i più diffusi tipi di pasta all’uovo.

Tagliolini, quadrucci
500gr farina “00”
9 tuorli
1 cucchiaio d’olio
Pasta dalla grande consistenza, non incolla facilmente ed è quindi ideale per piccoli tagli. Ha gusto deciso e da' sapore ai piatti leggeri (brodi di carne o vegetale).




Stefano Tedesco

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LE PASTE FRESCHE

Le paste fresche sono l'espressione tipica della cucina regionale italiana;ogni regione ha modi diversi di confezionarle, tagliarle e condirle. Questi usi sono spesso determinati dal vincolo dei diversi prodotti locali. Nelle località più povere e sulla costa si trovano paste fatte solo con farina ed acqua; nelle zone più ricche e di cultura contadina gli impasti sono arricchiti con uova. L'ausilio di pettini per tessere o ferri da calza, la fantasia e l'abilità delle mani hanno creato un'incredibile varietà di paste.

In carrellata attraverso l'italia:

Veneto: BIGOLI, rudimentali spaghetti di semola di grano duro ricavati dalla trafila di un torchio.
Valtellina: PIZZOCCHERI, tagliatelle scure preparate con farina di grano saraceno.
Liguria: TROFIE, piccoli gnocchi assottigliati alle estremità con una parte di farina di castagne;
Piacentino: PISAREI, pezzetti di pasta di farina bianca e pangrattato grandi come fagioli;
Romagna: GARGANELLI, maccheroncini rigati di farina, formaggio e uova realizzati con un particolare pettine.
Umbria: STRINGOZZI, lunghi maccheroncelli di grano duro con il buco,f atti con un ferro a sezione quadrata.
Puglia: ORECCHIETTE e STRASCINATI, pezzetti di pasta di grano duro e acqua capovolti su di un dito o trascinati sulla spianatoia.
Lucania: STROZZAPRETI, rudimentali bucatini lunghi 6 cm arrotolati su di un ferro.
Sardegna: MALLOREDDUS, gnocchetti di semola.





Stefano Tedesco

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LUSSURIA

Lussuria - Seduzione e tradimento
(Lust, Caution)

Un film di Ang Lee. Con Tony Leung, Joan Chen, Lee-Hom Wang, Tang Wei, Wang Leehom. Genere Drammatico, colore 156 minuti. - Produzione Cina, USA 2007. - Distribuzione Bim

Lee porta sul grande schermi una nuova pellicola ambientata nella sua patria tutta sesso e violenza, ma non nel senso letterale del termine. La storia è di una giovane attrice, Eileen Chang, che nel 1940 a Shanghai si ritrova a fare la spia per sedurre e assassinare un funzionario cinese, Tony Leung, icona meticcia nipponica di Wong Kar wai, al servizio degli occupanti giapponesi.

Un racconto basato su fatti realmente accaduti che con i suoi 156’ è un po’ difficile da seguire, e non per l’intreccio, solo di corpi, ma per la ‘lentezza’ un po’ troppo esasperata che caratterizza tutto il film. Così, la spy-story à la ancienne, melò e rivisitazione "revisionista" del conflitto nippo-cinese durante la II Guerra Mondiale diventa un lungo film a rischio di colpo di sonno, che viene interrotto da riprese di Lee che con una camera mobilissima crea, al limite del calligrafismo, scene che paiono soggetti sottratti di un fotografo d'arte. Per il resto tutto è al massimo glamour orientale, abiti preziosi, maquillage impeccabili, partite interminabili a mahjong giocate da dita flessuose e sensuali avvolte nel fumo. Fumo che rappresenta il rifugio e la morte, con il tradimento, che si aggira tra Leung e Tang Wei, protagonisti di alcune scene di sesso molto acrobatiche, quasi sospesi in un abbandono della ragione per avvolgersi in un circuito che porta solo alla distruzione di corpi e spiriti, in bilico tra estetismo e nihilismo.

Eppure nulla di nuovo sul fronte orientale, infatti Lee, lo stesso di proprio Brokeback Mountain e Ragione e sentimento, è incapace di garantirsi una continuità poetico-formale. Infatti, i suoi ultimi quattro film Lust, Caution: Brokeback, Hulk (2003), La tigre e il dragone (2000), non sono riusciti ad essere quello che potevano diventare. E così anche se dopo qualche anno negli Usa il taiwanese Lee ritorna in patria adattando il racconto breve della scrittrice cinese Eileen Chang, è un po’ troppo, al primo giorno di Mostra, far risuonare in sala il ruggito del Leone, che con la sua eco è stata avvertita da molti, in bene e in male che sia stato.






Francesca Crostarosa

IL PETROLIERE

(There Will Be Blood)

Un film di Paul Thomas Anderson. Con Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Kevin O'Connor, Ciarán Hinds, Dillon Freasier, Colleen Foy.

Genere Drammatico, colore 158 minuti. - Produzione USA 2007
Distribuzione Buena Vista

Il Petroliere

Sono un falso profeta e Dio è solo una superstizione

Dissacrante, maleducato, senza scrupoli e dannato è Daniel Plainview, cercatore di pietre preziose senza paura, ma con tante macchie. L’anno è il 1898, il luogo l’America: terra di sogni e ‘self-made men’, il cercatore cerca, appunto, ciò che lo potrebbe far diventare ricco: scavando, strisciando, scordandosi di come sia il sole e le sembianze umane. Fino a che non trova il petrolio che lo fa diventare uno degli uomini più ricchi e spietati di quegli anni. Eppure, sembra che il suo lato umano esista e viva nel figlio: un bimbo tenero dagli occhioni lucidi. Ma l’orgoglio, la competizione e l’odio è troppo violenta e pervade sempre di più lo spirito e l’anima del protagonista, a cui viene contrapposta la figura di un prete, un semi-profeta, che lo maledice ma cerca di trarre ‘il meglio?’ dal petroliere. Una storia vera, che non lascia nulla al banale o al retorico. Una trama dura e rigida che lascia una riflessione su come la superbia possa condannare un uomo alla solitudine, perché non crede in niente e nessuno. Forse, il suo unico vero amico è il petrolio, anche se anche questo lo tradisce perché ferisce il suo bene più caro. E così la rivelazione è il capitalismo più becero nella persona di un magistrale stupefacente Daniel Day Lewis, sempre in scena e sempre perfettamente nella parte. I suoi sguardi, la sua camminata, tutto è orchestrato in modo eccezionale, tanto da non sentire le 3 ore di pellicola. Ed infatti l’oscar non poteva mancare. Unica pecca, ma d’altronde tutta italiana, è di avere rinominato il film che in versione originale si intitola There will be blood ("Ci sarà sangue"), in cui è racchiuso in 4 parole tutta la linea del film.




Francesca Crostarosa

P R O C E S S O A D I O

TEATRO VALLE

La Contemporanea S.r.l.
presenta OTTAVIA PICCOLO
in
P R O C E S S O A D I O
di Stefano Massini
conVITTORIO VIVIANI e SILVANO PICCARDI
Regia Sergio Fantoni
Scene e costumi di Gianfranco Padovani
e con
Olek Mincer
Enzo Curcurù
Francesco Zecca

Ci sono idee – frammenti di luce, indizi di storie – che incontri una volta e non ti lasciano più. Erano anni che tenevo chiusa in qualche cassetto della mente la traccia di un Processo a Dio all’indomani della Shoah. Immaginavo quel processo come una resa dei conti: violenta, acuta, drastica. Sicuramente un appuntamento non più rimandabile, un guardarsi negli occhi fra terra e cielo. Tutto questo stava in quel cassetto, insieme a squarci di azione, atmosfere abbozzate, profili delineati come uno schizzo al carboncino. Ed ogni volta che, per caso, quel cassetto si apriva, puntualmente mi assaliva la voglia di tentare una forma scritta, traducendo finalmente in dialogo quella scommessa così estrema, per me fascinosa, densa, intrigante. Devo a Sergio Fantoni la riapertura definitiva del cassetto, lo stimolo fortissimo a dar vita teatrale a quegli schizzi provvisori. Ho lavorato su “Processo a Dio” come forse si lavora ad una statua: ho sgrossato il blocco di marmo per poi scendere sempre più nel dettaglio. Ed era come se il testo esistesse già, laggiù, in fondo al blocco. Lo stavo scoprendo, come svelandolo: un passo dopo l’altro mi si rivelavano i tratti dei personaggi, i nodi della vicenda, le dinamiche della trama, il disegno del dialogo. Sono stato spettatore di ciò che scrivevo e scrittore di ciò che vedevo scorrermi davanti agli occhi. Giorno dopo giorno ha preso vita sulla carta la febbre di Elga Firsch, attrice ebrea di Francoforte che a tutti i costi vuole Dio alla sbarra. E ancora - giorno dopo giorno - le si sono affiancati il rabbino Nachman difensore di Dio, il giovane Adek smanioso di vendetta, lo Scharführer Reinhard relitto del Reich e i due anziani Solomon e Mordechai, giudici severi di un processo che non può non farsi gara dura, senza esclusione di colpi, combattuta con l’istinto feroce dei sopravvissuti, di chi – marchiato dal lager – brucia per la rabbia di un massacro tanto barbaro quanto assurdo, indecifrabile, insensato. Perché in fondo la parola chiave di questo testo non è il dolore dell’Olocausto, bensì il non-senso: quella nebbia fitta che avvolge il presente, quella insignificante banalità che muove la storia con il tragico sconcerto di chi ne è vittima. Se l’uomo è un burattino, chi lo muove? E quale logica segue il teatrino del mondo? Sono queste le domande che, come un magma, muovono il testo dal suo interno. Elga Firsch accusa Dio con la voce, in fondo, dell’umanità intera: l’umanità di ogni epoca e bandiera. E vale forse, come esempio, una battuta del rabbino Nachman: “il processo a Dio non lo facciamo noi: non si è mai chiuso. Da cinquemila anni.”

Stefano Massini - Firenze, 14 luglio 2005

Note di regia
Mai come in questa occasione trovo difficoltà a scrivere del lavoro fatto per la rappresentazione del testo di Massini. Non perché abbia seguito particolari procedure ma perché il percorso, al contrario di altre volte, è stato incerto e tortuoso, in quanto partiva dal presupposto che il mondo “concentrazionale” è irrappresentabile. Il fatto, tra i tanti, che più mi ha colpito leggendo o rileggendo, a distanza di anni, le testimonianze dei “salvati”, è stato la loro difficoltà a testimoniare dal vivo l’esperienza del lager, il loro “doloroso senso del pudore” a raccontare. Un silenzio che sembrava suggerire un complesso di colpa, come Primo Levi ha sottolineato, per essere ancora vivi. Le testimonianze dei sopravvissuti sono state affidate quasi sempre ai libri, alla parola scritta. Pochissime le immagini, le interviste, le foto, del “dopo”. Esisteva una precisa linea di demarcazione tra il “prima” e il “dopo”. Linea che non è stata quasi mai valicata. Ecco, forse, è stata questa piccola scoperta ad aiutarmi a credere che l’intuizione di Stefano, il suo “processo”, potesse essere rappresentato. I personaggi del “processo” hanno vissuto tutti il lager, hanno visto gli avvenimenti del lager, erano tutti consapevoli di quello che dicevano e di cosa parlavano, anche se molte cose le hanno scoperte dopo la liberazione. Quindi non dovevano convincere nessuno, non temevano sguardi scettici, curiosi ma increduli, non temevano di essere smentiti: avevano tutti bevuto lo stesso veleno. Temevano una sola cosa: il ritorno alla vita di tutti i giorni, a quella vita che poco alla volta avrebbe cancellato o che non avrebbe più voluto sentir parlare, sembra assurdo solo pensarlo, della loro “esperienza”. Temevano, e a ragione, un procedimento di cancellazione della loro ormai incancellabile identità: aver vissuto il lager. Il capannone- magazzino della commedia per i nostri personaggi è come la camera di decompressione prima di entrare in un altra dimensione dell’esistenza. E allora ecco l’urgenza delle domande e la necessità di almeno qualche risposta prima di essere costretti a custodirle nel silenzio del “dopo”. Sfiancati nel fisico, certamente alterati nella mente, il difficile era immaginare non “cosa” domandassero ma “come”. Ho cercato di sollecitare questa allucinata urgenza, questa necessità insensata, da un certo punto di vista, ma del tutto razionale, di capire, di sapere, di cercare un colpevole anche a costo di cercarlo dove da sempre, sembra proibito cercarlo. Il loro sguardo, la loro voce, ha qualcosa di anormale, è carica di rancore, di rabbia, non per ciò che hanno sofferto ma per l’impossibilità di trovare delle risposte. Non si sentono per nulla martiri di un idea, ne avevano tante e diverse, ma zimbelli del caso o di un Dio distratto. La consapevolezza di non contare niente, di non meritare neanche lo straccio di una parola li umilia, li offende. Si sentono dimenticati, esclusi. Usciti da quel magazzino, senza risposte, continueranno in silenzio a domandare: perché? Perché? Gli strumenti per chiedere agli eventi della nostra storia di obbedire a un sia pur larvato concetto di giustizia, almeno come lo intendiamo noi, non ci sono, non li abbiamo. A parte la fede, naturalmente. “Nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa…è stolto pensare che la giustizia umana la estingua…si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia…” (P. Levi). Devo sottolineare che tutti i miei compagni di lavoro, gli attori e i tecnici, hanno non solo messo in campo le loro capacità professionali, come sempre, ma in questa occasione una concentrazione e una adesione ai temi della commedia che non sperimentavo da tempo. Grazie. A loro e a Stefano Massini Sergio Fantoni
Diventare Elga Firsch
Leggendo per la prima volta, e tutto d’un fiato, Processo a Dio di Stefano Massini, ho capito che sentivo necessario questo suo testo, intuendo addirittura che si potesse superare il rischio che la macchina scenica sporcasse un argomento così sensibile come la Shoah. Ne ho avuto la conferma andando in scena: Elga Firsch è, con i suoi compagni di sventura, l’esplicitazione di tutte le nostre domande di fronte all’orrore, alla violenza, al male. È anche una grande occasione professionale, una sfida. Sono alcuni anni che le mie scelte si indirizzano verso temi attuali e civili. Sergio Fantoni e Fioravante Cozzaglio, in veste di produttori (La contemporanea), e Silvano Piccardi, regista, mi hanno assecondata, consentendomi di essere motore e interprete di spettacoli sui desaparecidos argentini e sul conflitto israelo-palestinese, temi non facili, ma non intoccabili. Processo a Dio, invece, mi permette di avvicinare con tutto il rispetto di cui sono capace, con onestà di cuore e di mente, un universo devastato che con le parole di Primo Levi, di Eli Wiesel, di Liana Millu e di molti altri avevo conosciuto, ma mai assunto sulla mia persona. Considero ciò una conquista e, insieme con Sergio Fantoni e con tutti i miei compagni di palcoscenico, vorrei trasmetterla a chi si accosta con attenzione al nostro lavoro.
Ottavia Piccolo - Milano, dicembre 2006